Il destino incerto di Hamas dopo il cessate il fuoco

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La fine della guerra a Gaza dopo un cessate il fuoco tra Hamas e Israele mediato da Qatar, Egitto e Usa non chiude la questione palestinese, non garantisce uno Stato sicuro agli arabi di Terrasanta e non risolve la problematica della Striscia. A tal proposito, dopo che la guerra ha causato tra morti diretti e imputabili alle conseguenze sanitarie e sociali del conflitto la scomparsa di almeno il 5% della popolazione della Striscia (oltre 120mila persone) è bene porre in essere alcuni spunti d’analisi sulla Striscia. Riguardanti in primo luogo il futuro dell’organizzazione che la governa, Hamas.

In primo luogo, nessuno può cantare vittoria, almeno sul piano militare. Israele non è riuscita a riportare manu militari a casa gli ostaggi, non ha distrutto Hamas, non ha realizzato l’impegno di Benjamin Netanyahu secondo cui si doveva rendere ogni membro dell’organizzazione “un uomo morto”. Vaste programme, si potrebbe dire.

Ma certamente non può cantarla nemmeno Hamas. Oxford Analyitica ricorda che l’Israel Defense Force ha, da inizio guerra “ucciso o catturato oltre 14.000 combattenti di Hamas (su una stima di 25.000), eliminato metà dei leader delle brigate Al-Qassam”, l’ala militare del gruppo, “ucciso 20 comandanti di battaglione e 150 comandanti di compagnia, eliminato 37mila obiettivi e 25mila basi di lancio e distrutto l’80% dei tunnel”.

Se Israele voleva rafforzare la sua sicurezza eliminando la minaccia ai confini e rispondere con una chiarezza militare e politica netta agli attentati, non ce l’ha fatta. Ma se Hamas intendeva con la mossa del 7 ottobre 2023 riaprire la corsa alla costruzione di uno Stato palestinese guidata dagli islamisti, egemonizzare la “resistenza” a Israele e riaprire la partita nel mondo arabo, l’obiettivo è parimenti fallito. Nessun Paese arabo ha in mente una soluzione palestinese con al centro Hamas e nel mondo tutti gli Stati (in Europa Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia) che riconoscono lo Stato Palestinese si rivolgono all’Anp.

Inoltre, oggigiorno il piano delle potenze prevede in prospettiva che l’unica via per una Palestina-Stato passi per l’ampliamento della giurisdizione dell’Autorità Nazionale Palestinese a Gaza per la prima volta dopo la guerra tra Hamas e al-Fatah, gruppo maggioritario dell’Organizzazione per la Liberazione per la Palestina dominante in Cisgiordania, vinta dalla prima nel 2007. Del resto, Hamas l’ha messo nero su bianco a luglio a Pechino, firmando un accordo mediato dal ministro degli Esteri cinese Wang Yi, in cui si stabilisce stabilisce che solo il duo Olp-Anp è la voce ufficiale il popolo palestinese su scala internazionale a livello di rappresentanza politica (Olp) e soggettività statuale (Anp).

Hamas si trova di fronte a una scelta cruciale per il proprio futuro e la causa palestinese: proseguire con la rendita di posizione a Gaza, consolidando il proprio potere locale, o subordinare la propria agenda alla legittimità internazionale e alla libertà della causa palestinese, come sostenuta storicamente da leader come Yasser Arafat. La questione centrale riguarda la disponibilità di Hamas a fare concessioni politiche e a condividere il potere nell’area ora che la guerra è, almeno temporaneamente, finita. Chi ci perde è il popolo palestinese: dover scegliere tra un’Anp inefficiente, corrotta e strutturalmente imbelle sul piano politico e tra un gruppo militante che non ha avuto alcun rimorso nell’avviare il bagno di sangue dei massacri israeliani con la strage del 7 ottobre, significa abdicare a una fetta considerevole di sovranità e di libertà di scelta. Come dicevamo su queste colonne, “non è un Paese per palestinesi”. E anche le scelte dannose di Hamas sulla guerra hanno contribuito a creare questo trend.