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Il fenomeno della radicalizzazione religiosa dei detenuti islamici nelle carceri non conosce confini: attanaglia tanto l’Europa quanto l’Asia ed è presente sia negli Stati Uniti sia in America Latina, senza trascurare la presenza pervasiva dei radicalizzatori tra Africa e Oceania.

Gli operatori del male possono essere dei cappellani col turbante dall’apparenza innocua o dei carcerati con alle spalle un vissuto di crimini d’odio che profittano di ore d’aria e spazi comuni per convertire all’islam radicale i soggetti più psicolabili, che, spesso e volentieri, sono dei giovani più interessati alla delinquenza che alla religione. In entrambi i casi, comunque, il risultato è il medesimo: l’introduzione alla causa del Jihad armato di una nuova recluta, o meglio di un futuro martire.

Nella vecchia Europa, dove gli operatori del male hanno messo radici dalla Scandinavia all’ex Iugoslavia, vi sono nazioni sulle quali la radicalizzazione della popolazione carceraria di fede islamica pesa come un macigno. Dopo aver disaminato il caso della Francia, che ospita un sesto di tutti i detenuti per terrorismo islamista e radicalizzati del continente, è giunto il momento di approfondire il dossier Belgio, un altro Paese in cui l’ideologia del Jihad armato ha messo radici sia nelle periferie sia nelle galere.

La situazione nelle carceri belghe

Le carceri del Belgio hanno cullato alcuni dei soldati del Jihad armato più temibili degli anni recenti, tra i quali Abdelhamid Abaaoud figlio della celeberrima Molenbeek, è stato uno dei radicalizzatori più prolifici dell’Europa francofona –, Salah Abdeslam – l’unico terrorista sopravvissuto agli attentati di Parigi del 13 novembre 2015, convertito all’islam radicale da Abaaoud durante un soggiorno in carcere – e i fratelli Khalid e Ibrahim El Bakraoui – co-autori di Bruxelles 2016.

Similmente alla Francia, la composizione etnica della popolazione carceraria belga suggerisce l’esistenza di un problema in termini di (mancata) integrazione. Perché i musulmani, che costituiscono circa il 6% della popolazione totale nazionale, sembra che rappresentino il 20-30% di quella carceraria. Una sovrarappresentazione che, unitamente al sovraffollamento  il Belgio presenta il tasso di sovraffollamento carcerario più elevato dell’Unione Europea: 121 detenuti ogni 100 posti disponibili (2020) , complica sensibilmente il compito della sorveglianza dei carcerati a rischio e inibisce contemporaneamente il funzionamento dei programmi di reintegrazione sociale e de-radicalizzazione.

Le cifre sulla radicalizzazione religiosa dei detenuti di confessione islamica nelle carceri belghe dipingono un quadro cupo, ma indubbiamente migliore di quello francese:

  • Secondo l’ultimo rapporto del Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione, datato 2020, nelle prigioni del Belgio si troverebbero 136 detenuti condannati per reati di terrorismo e dai 165 ai 450 soggetti in odore di radicalizzazione.
  • I numeri forniti dal Direttorato generale delle istituzioni penitenziarie, sempre in relazione al 2020, risultano di gran lunga inferiori a quelli forniti dal Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione: condannati per terrorismo e presunti radicalizzati, insieme, sarebbero 160, ovvero l’1,7% della popolazione carceraria totale.
  • Oltre 370 i detenuti radicalizzati che hanno rivisto la libertà dal 2012 ad oggi.
  • 60 i detenuti radicalizzati che termineranno di scontare la loro condanna entro la fine di quest’anno.

Il “moderato ottimismo” delle autorità

Il numero dei detenuti condannati per terrorismo e/o ritenuti convertiti all’islam radicale è andato diminuendo negli ultimi anni – dai 250 del 2018 ai 160 del 2020, considerando le cifre del Direttorato generale delle istituzioni penitenziarie in luogo di quelle del Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione –, perciò le autorità belghe parlano del fenomeno radicalizzazione religiosa in termini cautamente ottimistici.

Nonostante il persistere dei problemi di integrazione nelle periferie multietniche delle grandi città, evidenziati dalle rivolte urbane che hanno luogo a cadenza periodica, le autorità belghe sembra che abbiano trovato il rimedio alla questione della radicalizzazione religiosa nelle carceri: isolamento dei radicalizzatori più riottosi – distinguendo sulla base di pericolosità e recidività del detenuto così da aggirare l’ostacolo del sovraffollamento –, invio di imam in funzione di supporto spirituale e, ultimo ma non meno importante, spostamento del focus dei programmi di reintegrazione sociale dalla de-radicalizzazione al disimpegno.

Il fondamento del successo del modello belga – la cui efficacia sarà misurabile soltanto nel medio-lungo periodo – sembra essere il metodo del disimpegno: laddove non si può de-radicalizzare, perché troppo forte è la presa esercitata dall’ideologia sul soggetto, gli operatori cercano di instillare nel paziente delle sensazioni di disincanto nei confronti del passato. Una terapia che, alla luce della riduzione della recidività tra i detenuti per terrorismo islamista, sembra funzionare: il disincanto costituisce l’anticamera dell’allontanamento nella maggioranza dei casi, addormentando i sentimenti di odio verso la società e alimentando le probabilità di un rigetto totale del passato. 

Disincantare, però, potrebbe non essere sufficiente. Perché, come nel caso francese, il problema va risolto a monte, ovverosia nelle periferie multietniche, nelle mini-Molenbeek che vanno proliferando da Bruxelles ad Antwerp e all’interno delle quali diguazzano in maniera indisturbata, e senza dormire mai, sia i reclutatori delle narco-bande sia i predicatori dell’odio. Disincantare non sarà sufficiente: occorrerà integrare. Integrare veramente.