In Bangladesh con l’assalto all’Holey Artisan Bakery a Dacca, l’estremismo islamico ha fatto un salto di qualità. In diciotto mesi i terroristi hanno rivendicato quasi cinquanta uccisioni. Un vero e proprio massacro. Ma prima di ieri sera le azioni dei fanatici erano tese a colpire singoli individui. Nel mirino c’erano tutti: blogger, stranieri, musulmani laici, cristiani, indù, accademici, poliziotti e anche attivisti per i diritti umani.L’attacco di ieri è stato rivendicato sia dallo Stato Islamico che da Ansar al Islam, gruppo terrorista collegato ad al Qaeda. Amaq, l’agenzia di propaganda dei tagliagole dell’ISIS, ha scritto che un “commando ha attaccato un ristorante frequentato da stranieri nella città di Dacca, in Bangladesh” e ha pubblicato una foto che – presumibilmente – mostrava i corpi degli ostaggi. Pochi minuti dopo, attraverso Twitter, è arrivata anche la rivendicazione dei miliziani vicini all’organizzazione fondata da Bin Laden.Secondo Rukmini Callimachi, editorialista del New York Times, il tipo di attacco è da collegare proprio ad Ansar al Islam. Anche altri esperti di intelligence americani, citati dalla Cnn,  propendono più per questa ipotesi. Ma al di là dell’autenticità della rivendicazione, è chiaro che i due gruppi terroristici si stanno contendendo la responsabilità di uno degli attacchi più sanguinosi della storia del Bangladesh degli ultimi anni. Tutti e due le organizzazioni, infatti, hanno l’interesse – almeno mediatico – di rivendicare la paternità dell’assalto per acquistare credibilità e nuovi seguaci.Secondo l’israeliana Rita Katz, direttrice di SITE Institute, una società statunitense con sede a Bethesda, in Maryland, che si occupa di monitorare le attività dei jihadisti online, il rischio è che il Paese diventi un terreno di scontro tra lo Stato Islamico e i gruppi che gravitano intorno ad al Qaeda. Una “competizione” che farà aumentare di gran numero le azioni terroristiche, come già successo in Africa.In Asia Al Qaeda ha puntato tutto. Nel tentativo di contrastare la popolarità dello Stato Islamico nel settembre del 2014 si era riorganizzata in tutti i Paesi asiatici, Bangladesh compreso. Secondo gli esperti la scelta fatta è stata strategica e ragionata, dovuta – soprattutto – alla diminuzione della sua influenza in Medio Oriente.Nonostante il governo del Paese continui ad insistere che in Bangladesh non siano attive cellule collegate allo Stato Islamico, l’organizzazione guidata da Abu Bakr al-Baghdadi, sostiene di aver compiuto ben 19 attacchi dal settembre del 2015. E più di una volta, su Dabiq – la rivista dell’ISIS – si è parlato del Bangladesh e di una possibile escalation di violenze. Sempre il magazine ha rivelato che il leader del gruppo nel Paese sarebbe lo sceicco Abu Ibrahim al Hanifi. Di origini canadesi, il suo vero nome dovrebbe essere Tamim Chowdhury e, secondo le informazioni che ci sono, avrebbe preso tra le sue fila persone dai profili alti, come medici, ingegneri e architetti. Questo ha fatto si che anche alcuni qaedistisi si siano avvicinati allo Stato Islamico, alimentando così le tensioni tra le due fazioni.Il Bangladesh è uno dei primi Paesi al mondo per presenza di musulmani e, come ha spiegato su Mondo e Missione – rivista dei missionari del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) – padre Franco Cagnasso in un articolo del novembre scorso, “l’idea di califfato islamico è attraente agli occhi di molti”. A questo, secondo il missionario italiano, “si aggiunge il fatto che nel Paese esiste un sottobosco, al di sotto di una tradizione di Islam tollerante, composto da giovani formati nelle madrasse, le scuole islamiche di matrice araba, che hanno una visione non molto tollerante, anche se non direttamente violenta”.La radicalizzazione in Bangladesh è iniziata negli anni Ottanta, dopo che l’Islam è diventata religione di Stato. In quel periodo, spiega padre Giulio Berutti, sempre sul mensile dei missionari, “dal Golfo Persico sono stati riversati sul Paese soldi in gran quantità”. Soldi che hanno finanziato odio e violenze.@fabio_polese

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE