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All’apice della sua potenza, l’Isis è stato definito “l’organizzazione terroristica più ricca a livello mondiale”, grazie alla sua capacità di autofinanziarsi, senza dipendere esclusivamente dalle donazioni, come accadeva invece per altri gruppi terroristici.

Grazie a un ampio ventaglio di attività, lo Stato islamico traeva i proventi dalla vendita di petrolio, dal sistema di tassazione interno, dall’estorsione, dai bottini di guerra, dal contrabbando di beni archeologici, dal traffico di esseri umani, dai riscatti per i rapimenti e, infine, da donazioni estere.

Nel dicembre 2015 – secondo i dati forniti dalla società di informazione Ihs Markit Ltd -, lo Stato islamico poteva contare su entrate mensili pari a 80 milioni di dollari, derivanti per circa il 43% dalla vendita di petrolio.

Dal petrolio a nuovi settori

Numeri da capogiro che, tuttavia, hanno svelato anche il tallone d’Achille dell’organizzazione terroristica, troppo dipendente economicamente dal territorio sul quale sorgeva il califfato. Una volta espulso da Siria e Iraq, il gruppo ha perso in un colpo sola la maggioranza delle entrate finanziarie e delle possibilità di profitto. Al tempo stesso, però, la perdita del territorio ha rappresentato un’opportunità per l’organizzazione, finalmente sgravata dagli ingenti costi di mantenimento dell’apparato statale in un’area così ampia e in perenne stato di guerra.

Già dal 2017, ancora prima della definitiva sconfitta territoriale, l’Isis aveva adottato una nuova tattica economica, basata sulla creazione di attività apparentemente “legali” – società di servizi, proprietà, industrie di food&beverage – gestite da terzi, aggirando in questo modo le leggi antiterrorismo. Il gruppo aveva iniziato a investire anche nelle agenzie di cambio valute, utili per convertire la moneta locale in valuta occidentale e trasferirla all’estero. Grazie alla cosiddetta hawala, un metodo non ufficiale di trasferimento di valori, era possibile bypassare i sistemi elettronici, con il risultato di rendere le transizioni difficilmente tacciabili.

Verso un approccio “regionalizzato”

Oggi, in seguito alla morte di Al-Baghdadi (26 ottobre) e alla perdita definitiva dei territori del califfato (marzo 2019), anche il sistema finanziario dell’Isis si sta modificando: da “centralizzato” – con sede in Siria e in Iraq – a “regionalizzato”, secondo le esigenze delle diverse aree in cui è presente l’organizzazione.

I metodi per ottenere denaro sembrano, tuttavia, sempre gli stessi: riscatti provenienti dai rapimenti, estorsioni e furti. L’Isis continua, inoltre, a sfruttare a suo vantaggio il settore del no profit, a utilizzare le valute virtuali e a contrabbandare antichità allo scopo di raccogliere nuovi fondi. In Iraq, ad esempio, l’organizzazione sfrutta ampiamente la corruzione dilagante per entrare in possesso dei fondi destinati alla ricostruzione del Paese.

Le stime del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti parlano chiaro: il denaro rappresenta il vero punto di forza per l’organizzazione che, avendo accesso a milioni di dollari, può tranquillamente sopravvivere, nell’attesa di trovare un’altra opportunità per tornare alla ribalta. Ecco perché identificare e distruggere le capacità dell’Isis di generare profitto e accedere ai sistemi finanziari diventato un obiettivo cruciale per la coalizione anti-Isis.