Alla voce “Field listing – Background” la Central Intelligence Agency così descrive l’Afghanistan: “I talebani si considerano ancora il legittimo governo dell’Afghanistan, restando una forza insurrezionalista determinata e convinta malgrado il proprio capo, il Mullah Mohammad Omar, sia morto nel 2013″.Il rapporto della CIA è del febbraio 2016, pertanto le informazioni in esso contenute sono piuttosto fresche e confermate, a loro volta, dall’ Offensiva di Primavera lanciata dai ribelli islamici due mesi fa. Insomma secondo Langley, dopo quindici anni di operazioni militari, ciò che resta dell’Emirato Islamico d’Afghanistan è tutt’altro che sconfitto anzi, è un potenziale elemento destabilizzante per il governo di Kabul.Tuttavia, i talebani devono fronteggiare un secondo nemico, comparso poco più di un anno orsono. Si tratta dell’ Isis Wilayat Khorasan, braccio operativo del Califfato in Pakistan e Afghanistan, guidato da Abdul Rauf Aliza (deceduto nel febbraio 2015). Un avversario che preoccupa gli eredi del mullah Omar. Nel dicembre scorso, infatti, in un comunicato dai toni piuttosto aspri, i taliban hanno disconosciuto l’autorità del Califfo: “Baghdadi – si legge – non è il Califfo perché, nell’Islam Khalifa significa essere a capo dell’intero mondo musulmano, mentre lui governa solo determinati territori e specifiche popolazioni”, evidenziando anche la diversità d’intenti e del modus di condurre la guerra fra loro e l’Isis: “Un vero califfo sa esercitare la giustizia, mentre lui (al Baghdadi) uccide molti mujaheddeen innocenti che appartengono ad altre fazioni”.Malgrado la dura presa di posizione degli “studenti coranici”, l’Isis in Afghanistan è penetrato da più di un anno e controlla anche alcune zone, in particolare le aree nord orientali. D’altronde, storicamente la provincia del Khorasan copre l’Iran settentrionale, l’Afghanistan centro settentrionale, parte dell’Uzbekistan e del Turkmenistan e l’intero Tagikistan. Zone decisamente lontane dai fronti di guerra di al Baghdadi e dei suoi uomini e che nulla hanno a che fare con le tradizionali direttrici di espansione dell’Isis (Siria, Iraq, Libia, Africa occidentale, infiltrazione in Europa), ma che hanno suscitato l’interesse del Califfato per motivi tutt’altro che ideali.Nella contrapposizione taliban-Wilayat Khorasan, infatti, rientra anche la questione dell’oppio con i primi, contrari al suo traffico (ne proibirono la coltivazione nel 2000) e i favorevoli ad una “liberalizzazione” del lucroso traffico dei papaveri.In Afghanistan ventre molle di Putin vi avevamo già raccontato dell’ingente quantità di droga di provenienza afghana che, grazie agli scarsi controlli in Tagikistan e Uzbekistan, riesce a superare le frontiere per poi inondare i mercati russo ed europeo. Un giro d’affari, secondo l’UNODC, da mezzo miliardo di dollari che, con i talebani alle corde, potrebbe finire nelle mani del Califfato.E, questa, è tutt’altro che un’ipotesi azzardata: quindici anni di guerra hanno indebolito sia il tessuto sociale afghano, sia la capacità offensiva dei talebani che, seppure ancora operativi, sono costantemente incalzati dai raid dei droni statunitensi e dalle autorità di Kabul. Uno scenario ideale per potenziali infiltrazioni terroristiche: nonostante il Califfato abbia diversi nemici nel mondo musulmano (Hezbollah, Peshmerga, talebani, Fronte al Nusra), la capacità di coinvolgere combattenti, di trovare nuove fonti di sostentamento e di rifornirsi di armi lo rende un pericoloso avversario per gruppi guerriglieri isolati,spesso divisi in fazioni o concentrati solo in determinate aree, come i taliban.È difficile capire oggi quale sarà il futuro degli eredi di Omar; certo, al contrario, l’interesse dello Stato Islamico a diversificare i suoi canali di arricchimento. Mantenere un esercito, armarlo, pagarlo, organizzare una rete di spie, infiltrati e cellule terroristiche, sviluppare la propaganda ha costi alti, già in parte ammortizzati da un’intraprendenza imprenditoriale che ha visto i miliziani di al Baghdadi contrabbandare petrolio ed opere d’arte. Ma lui, l’oppio afghano, è una risorsa che fa gola perché permette di realizzare incredibili guadagni, tali non solo da permettere al Califfato di isolare i taliban, ma di ridisegnare i confini geopolitici dell’Asia centrale.

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