I campi profughi in Bangladesh, dove si sono rifugiati oltre 700mila Rohingya nell’agosto 2017, dopo essere scappati dalle atroci violenze dell’esercito birmano e degli estremisti buddisti, stanno diventando un perfetto centro di reclutamento per i jihadisti.

Le precarie condizioni all’interno di questi fatiscenti campi, infatti, stanno facendo aumentare il malcontento dell’etnia, sempre più preoccupata per il proprio futuro. E le organizzazioni islamiste ne stanno approfittando, dando ai rifugiati quello che non viene fornito dalle autorità, soprattutto per quanto riguarda i servizi sociali di base e l’istruzione.

L’aiuto “umanitario” dei gruppi estremisti

Nell’ultimo periodo stanno proliferando migliaia di madrasse – le scuole coraniche – gestite da Hefazat-e-Islam, un gruppo estremista locale fondato nel 2010, che in passato ha organizzato numerose proteste di piazza. Questa organizzazione, finanziata da alcuni Paesi del Golfo, sta riempendo il vuoto educativo imposto da Dacca, che ha vietato ai Rohingya di frequentare istituti locali. E così, i giovani si stanno pian piano radicalizzando.

Numerosi gruppi attivi nei campi Rohingya in Bangladesh

Secondo l’esperto di fondamentalismo islamico Shahriyar Kabir, all’interno dei campi profughi sarebbero già attive quasi quaranta cellule estremiste. Tra queste, quella più conosciuta è l’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), che si è resa protagonista di alcuni attacchi nell’ottobre 2016 contro le forze governative nel Nord-Ovest della Birmania. Proprio dopo queste azioni è ripartita la mattanza da parte del Tatmadaw – le truppe armate birmane – contro l’etnia, che li ha fatti fuggire verso il vicino Bangladesh.

Non si hanno notizie certe sull’entità dei contatti dell’Arsa con lo Stato Islamico e Al-Qaeda, ma da quando la questione della minoranza musulmana Rohingya è tornata ad avere un grande risalto mediatico, tutti e due i gruppi, cercando nuovi adepti, si sono fatti portavoce della loro causa.

“La situazione di oggi non è nuova”, spiega il giornalista svedese di base in Asia Bertil Lintner. “Già in passato centinaia di migliaia di Rohingya sono scappati in Bangladesh per sfuggire alla violenza settaria birmana. Nel 1978 Rabitat-al-Alam-al-Islami, una potente Ong nata in Arabia Saudita, ha inviato ai rifugiati numerosi aiuti, costruito moschee e madrasse. Inoltre diversi insegnanti sauditi sono arrivati nel Paese asiatico, radicalizzando alcuni leader e attivisti Rohingya, che successivamente hanno stretto legami con diverse organizzazioni locali”.

I Rohingya, un popolo senza pace

L’etnia Rohingya, che viene considerata dall’Onu la più perseguitata al mondo, dall’ottavo secolo vive nel Nord-Ovest della Birmania, ma le autorità non l’hanno mai considerata una popolazione ufficiale del Paese. Per questo non hanno mai avuto nessun diritto. E, sebbene si pensasse che con l’arrivo al potere del premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi la situazione sarebbe cambiata, non è stato così. Al contrario, il silenzio assordante della leader del governo è stato un esempio concreto del fatto che in Birmania i militari – che hanno controllato il Paese per decenni – detengono ancora un potere enorme.

Secondo Zachary Abuza, professore al National War College di Washington, “la Signora”, così come viene chiamata dai media, è stata mitizzata dall’Occidente. “Il silenzio della Suu Kyi sul massacro dei Rohingya, che ha portato alla morte di circa 10mila persone e all’esodo in Bangladesh di più di  700mila, e quello sui conflitti con i gruppi etnici, non dovrebbe sorprendere più di tanto”, ha detto a Inside Over. Non bisogna dimenticarci che lei “è comunque una sciovinista di etnia Bamar (la principale del Paese, ndr) e una devota buddista”.

Il rischio di un nuovo fronte di instabilità regionale

Mentre non sembra essere vicina una soluzione politica, perché la Birmania di fatto non li vuole nel proprio territorio, nonostante siano stati fatti diversi accordi tra il governo di Dacca e quello di Naypyidaw per il rientro dei Rohingya già nel novembre del 2017, il pericolo di islamizzazione della popolazione è altissimo. E i campi profughi del Bangladesh potrebbero così diventare presto un nuovo fronte di instabilità regionale.