Nello scorso mese di gennaio la polizia congolese ha arrestato sei sospettati per l’omicidio, avvenuto il 22 febbraio 2021, dell’ambasciatore italiano a Kinshasa, Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista Mustapha Milambo. Tuttavia né la famiglia del diplomatico e né tanto meno le stesse autorità italiane hanno dato cieca fiducia ai rapporti investigativi emersi dal Paese africano. Dopo almeno due richieste e dopo diversi mesi di attesa, nelle scorse settimane, così come sottolineato dal Corriere della Sera, i Carabinieri del Ros sono riusciti ad accedere nella Repubblica Democratica del Congo e raccogliere materiale necessario alle indagini della procura di Roma. I militari dell’arma, tra le altre cose, hanno interrogato almeno cinque dei sei sospettati dalle autorità locali. E i dubbi sulla versione di Kinshasa non sono stati affatto dissipati.

L’interrogatorio dei cinque sospettati

La tesi del governo congolese, una volta arrestati i sospettati, è che Attanasio e Iacovacci siano rimasti vittime di un tentativo di rapina a scopo estorsivo finito poi nel sangue. Ad agire sarebbe stata per l’appunto la banda formata dai ragazzi arrestati dalla polizia locale a gennaio, rei di altre azioni del genere lungo la N2, la strada che collega Goma, capoluogo del North Kivu, con Rutshuru, città in cui il nostro ambasciatore si stava recando per seguire un evento del Programma Alimentare Mondiale (Pam). L’arteria attraversa il parco del Virunga, uno dei più grandi del continente africano, e all’altezza della località Trois Antennes, la banda sarebbe entrata in azione riconoscendo due cittadini di origine occidentale. Da qui poi il rapimento finito in tragedia.

Gli inquirenti italiani però vorrebbero vederci chiaro. La tesi della banda ben armata intenzionata a rapinare gli occidentali potrebbe essere veritiera. Ma potrebbe anche rappresentare un espediente del governo di Kinshasa per chiudere in fretta la vicenda. I carabinieri del Ros giunti nella Repubblica Democratica del Congo hanno interrogato cinque sospettati. E i loro racconti non sono apparsi coincidenti con quelli resi noti dalle autorità del Paese africano. In particolare, uno degli arrestati ha in parte ritrattato quanto dichiarato agli inquirenti locali. Marco Prince Nshimimana, questo il nome dell’indiziato in questione, ha dichiarato ai Ros di aver partecipato assieme agli altri della banda al rapimento, ma di non aver mai premuto il grilletto contro Attanasio e Iacovacci. Secondo gli investigatori congolesi invece, proprio Nshimimana ha ucciso i due italiani e il loro autista Mustapha Milambo subito dopo il rapimento.

Come mai questa parziale ritrattazione? Una domanda non da poco che fa il pari con un’altra incongruenza riscontrata dagli investigatori italiani. Il commando autore del presunto rapimento del nostro ambasciatore ha parlato della richiesta di riscatto dal valore di un milione di Dollari. Tuttavia alcuni testimoni presenti nel convoglio in cui viaggiava il diplomatico, tra cui il collaboratore locale del Pam Mansour Rwagaza, hanno riferito di richieste dell’ordine di 50.000 Dollari. Una differenza importante e che ha sollevato più di un dubbio sulla veridicità delle dichiarazioni dei sospettati fermati dalle autorità locali.

Le due indagini in corso

Oltre a Marco Prince Nshimimana, i carabinieri hanno ascoltato Issa Seba Nyani, Amidu Sembinja Babu e Bahati Kiboko. Quest’ultimo, insieme a Nshimimana, sarebbe stato il complice del capo della banda, ossia quel Amos Mutaka Kiduhaye noto con il nome di “Aspirant” ancora ufficialmente dichiarato latitante dalla polizia congolese. Nyani e Babu avrebbero invece, per loro stessa ammissione, fatto da vedette e avrebbero avvistato Aspirant dell’arrivo a Trois Antennes di un convoglio con occidentali a bordo. Nei racconti di chi è stato interrogato, sarebbe emerso il fatto che nessuno era a conoscenza della presenza di un diplomatico nel convoglio assaltato. Attantasio sarebbe quindi stato rapito solo perché, mostrando i tratti somatici occidentali, ritenuto nelle possibilità di pagare un riscatto. Poi qualcosa non ha virato nel verso giusto, la banda ha portato con sé l’ambasciatore, il carabiniere e l’autista e una volta scoperti dai Rangers del Virunga qualcuno, non si sa bene chi, ha sparato i colpi mortali per le tre vittime.

Giunti a Roma i Ros hanno depositato le dichiarazioni degli indagati, oltre al materiale girato dagli inquirenti congolesi. Documenti in cui sono compresi anche video dei principali sospettati prima degli arresti. Immagini che dimostrerebbero, tra le altre cose, che i membri della banda si conoscevano tra di loro, nonostante i protagonisti avevano in principio dichiarato, secondo quanto riferito dalle autorità di Kinshasa, di non essersi mai incontrati prima delle loro rispettiva catture. Ad ogni modo il procuratore aggiunto di Roma, Sergio Colaiocco, dovrà a breve decidere se inserire i cinque sospettati nel registro degli indagati per l’indagine sull’omicidio del 22 febbraio 2021. Di certo verranno prese in esame le loro dichiarazioni rese ai Ros, mentre non saranno ritenute valide le confessioni pronunciate agli inquirenti congolesi. E questo perché soltanto negli interrogatori degli italiani i sospettati hanno potuto parlare davanti a un avvocato.

Nella procura capitolina sono comunque due i fascicoli aperti per gli omicidi di Attanasio e Iacovacci. Oltre infatti a quello riguardante l’uccisione dell’ambasciatore, risulta anche il faldone relativo alle possibili responsabilità sulla sicurezza avute da due membri locali del Pam. In particolare, si tratta del sopra citato Mansour Rwagaza e di Rocco Leone, altro italiano presente nel convoglio la mattina dell’agguato. Gli inquirenti vogliono vederci chiaro perché entrambi non hanno attuato tutte le disposizioni di sicurezza previste dai protocolli Pam e perché hanno riferito ai vertici dell’organizzazione che in viaggio sulla N2 c’erano solo membri del Pam e non invece anche diplomatici.

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