I resti del corpo del leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, sono stati gettati in mare, esattamente come avvenne nel 2011 con il cadavere di Osama Bin Laden, un gesto curiosamente definito all’epoca come “conforme al rito islamico”, anche se nessuna guida religiosa interpellata ha mai confermato l’esistenza o la conformità di tale rito.

Secondo quanto reso noto dal Pentagono, le unità speciali statunitensi si sarebbero disfatte del corpo di Al-Baghdadi poche ore dopo aver effettuato il test del Dna che ha confermato l’identità del leader jihadista, ma le effettive prove restano tutt’ora segrete in quanto Washington non sarebbe ancora pronta a esporle al pubblico.

La Casa Bianca starebbe intanto valutando l’ipotesi di rilasciare alcuni spezzoni del video dell’assalto messo in atto dalle squadre Delta al sito dove Al Baghdadi era nascosto, ovviamente dopo un accurato processo di de-classificazione.

Non risulta chiaro perché Trump abbia deciso di seguire le orme della precedente amministrazione Obama, gettando i resti del corpo del terrorista in mare; una decisione che all’epoca scaturì non poche critiche, in primis perché la giustificazione del “rito islamico” non è attendibile e non trova alcuna conferma dottrinaria. Nell’islam il corpo deve infatti essere inumato entro 24 ore dal decesso nella nuda terra, avvolto in un sudario e rivolto verso La Mecca. Già nel 2011 Mahmoud Ashour, docente dell’Università islamica di al-Azhar, illustrò a Repubblica come “gettare un corpo in mare fosse peccato” e come fosse consentito soltanto “se il morto si trova su una barca lontano dalla costa e non ci sono possibilità di arrivare sulla terra ferma per una sepoltura normale”.

Difficile anche credere che la totale segretezza sia dovuta al non voler rilasciare materiale visivo che potrebbe scatenare l’ira dei jihadisti, visto che il presidente Trump non si è fatto problemi a umiliare Al Baghdadi affermando che “è morto come un codardo, scappando, gridando e frignando” e definendo “perdenti” i suoi seguaci. Un approccio che ci si può del resto aspettare da Trump, considerate le sue modalità espressive colorite ed eccentriche che possono piacere o meno, ma sono di fatto un suo punto di forza.

Fatto sta che mostrare prove attendibili sull’effettiva eliminazione di Abu Bakr al Baghdadi gioverebbe all’immagine di Trump, all’operato della sua amministrazione e lo distinguerebbe da quanto fatto col caso Bin Laden dal suo predecessore, che si attirò non pochi dubbi e critiche per non aver mostrato prove dell’uccisione del leader di Al Qaeda.

La cosa più logica sarebbe stata rilasciare le prove dell’effettiva uccisione di Al Baghdadi (e non è detto che ciò non avvenga) per poi seppellire i resti del corpo in una località segreta, onde evitare che la tomba divenisse luogo di pellegrinaggio.

Ulteriori dettagli sull’operazione

Emergono intanto ulteriori dettagli sull’operazione che ha portato all’uccisione del “Califfo”. Secondo quanto reso noto da Polat Can, ufficiale delle Forze democratiche siriane, un paio di mutande di Al Baghdadi erano state trafugate da un agente curdo e consegnate a uomini della Cia che avevano eseguito la scorsa estate un primo test del Dna per assicurarsi che il soggetto in questione fosse effettivamente il leader dell’Isis.

Al Baghdadi cambiava frequentemente nascondiglio nella zona di Idlib ed era in procinto di spostarsi verso la città di Jarablus, vicino il confine turco ed è proprio lì che poco dopo veniva ucciso il braccio destro di Al Baghdadi nonché portavoce dell’Isis, Abu al-Hassan al-Muhajir, individuato a bordo di un convoglio e eliminato assieme ad altri quattro jihadisti.

Il portavoce delle Sdf, Mustafa Bali, ha ipotizzato che al-Muhajir si trovasse nella zona per facilitare l’ingresso di Al Baghdadi nella zona nota come “Euphrate Shield area”, a ridosso del confine turco, dove sono attive milizie siriane filo-turche.

Un ruolo di primo piano nell’individuazione di Al Baghdadi sarebbe stato svolto dal cognato del jihadista, Muhammad Ali Sajid al-Zobaie, che avrebbe guidato agenti curdi e iracheni in un tunnel al confine tra Siria e Iraq dove venivano rinvenuti diversi oggetti, tra cui appunti e mappe, alcune delle quali disegnate a mano.  A questo punto sarebbe entrato in gioco un contrabbandiere che avrebbe portato gli agenti a una delle mogli di Al Baghdadi e al nipote che a loro volta avrebbero condotto al leader jihadsta nella zona di Idlib.

Il successore più plausibile del defunto leader jihadista potrebbe essere Abdullah Qardash, classe 1976, turcomanno di nazionalità irachena ed ex militare di Saddam Hussein, poi datosi al jihad e passato per la prigione di Camp Bucca esattamente come Al Baghdadi, anche se non vi sono ancora conferme e c’è chi lo indica addirittura come morto da tempo.