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La regione del Sahel, duramente provata dal terrorismo jihadista, si è trovata al centro di un’operazione congiunta dell’Interpol e delle Nazioni Unite volta a smantellare i traffici illeciti che hanno luogo in questi territori. L’operazione KAFO II, durata ben sette giorni, si è focalizzata su aeroporti, confini terresti e porti di Burkina Faso, Costa d’Avorio, Mali e Niger e si è conclusa con il sequestro di armamenti, munizioni e benzina di contrabbando. Le grandi quantità di combustibile sequestrato in Mali e Niger evidenziano un nuovo fenomeno e come dichiarato dall’ Interpol, le cui parole sono riportate dal sito The Defense Post, “Si ritiene che la benzina provenga dalla Nigeria e che sia contrabbandata per finanziare e rifornire Al-Qaeda ed i suoi alleati”. Il traffico illegale di oro, come chiarito dall’Interpol, è un’altro strumento utilizzato dai terroristi per reclutare nuovi accoliti e incrementare i profitti.

I gruppi jihadisti sono diventati una minaccia per la sicurezza del Sahel a partire dal 2012, in seguito allo scoppio della crisi in Mali. Gli Stati del Sahel, per fronteggiare questo pericolo, hanno dato vita a numerose operazioni militari con il contributo di partner internazionali come Francia, che dal 2013 ha inviato migliaia di soldati nella regione e Stati Uniti. Nel 2017 è entrata in attività la G5 Sahel, ideata nel 2014 e frutto della cooperazione degli Stati della regione. Gli sforzi non si sono, però, rivelati fruttuosi dato che i gruppi jihadisti sono riusciti a resistere ed hanno espanso le proprie operazioni. Tanto Al Qaeda quanto lo Stato Islamico sono attivi in questi territori.

Il metallo della discordia

La scoperta, avvenuta nel 2012, di una serie di giacimenti di oro situati tra Sudan e Mauritania ha portato ad un forte incremento delle attività estrattive nel Sahel. Il metallo prezioso, come spesso accade in Africa, non ha però arricchito le casse statali di alcuni dei Paesi più poveri del mondo ne, tantomeno, è servito a lenire le sofferenze delle popolazioni locali. Ad interessarsi ed a sfruttare i giacimenti sono stati i terroristi jihadisti che, sin dal 2016, si sono impossessati di quelle miniere situati in località remote o prive della presenza di forze dell’ordine. I governi centrali non hanno le risorse necessarie per strappare le miniere ai radicali islamici e le forze di sicurezza, che temono di essere dispiegate nelle regioni rurali, non li aiutano a raggiungere questo scopo. La responsabilità di garantire la sicurezza delle miniere viene talvolta delegata a gruppi armati non-statali. Questa dinamica ha dato vita ad una situazione di semi-anarchia in cui gruppi armati di ogni genere si arricchiscono grazie allo sfruttamento dell’oro a discapito dei governi ed i territori in questione vengono destabilizzati sempre di più. L’oro ricavato dalle miniere controllate dagli estremisti viene talvolta acquistato da compratori di Paesi confinanti come Benin e Togo.

La storia del Sahel fornisce numerosi esempi di sfruttamento perpetrato ai danni delle popolazioni locali. Gli Arabi, nei secoli passati, sono giunti in queste terre alla ricerca dell’oro mentre gli Europei vi hanno fatto incursione per procurarsi schiavi provenienti dall’Africa Occidentale. La depredazione delle risorse naturali ed umane ha lasciato segni duraturi: oggi il Sahel è tra le regioni più povere e compromesse a livello ambientale di tutta la Terra.

Una questione strutturale

La presenza di ingenti risorse petrolifere in Nigeria, stimate in 38 miliardi di barili nel 2015, costituisce una ghiotta occasione per i terroristi jihadisti del Sahel. Le regioni più settentrionali di questa nazione africana vedono la presenza delle milizie di Boko Haram, parzialmente allineato allo Stato Islamico sin dal 2015. Una serie di campagne militari ha consentito al governo nigeriano, nel corso degli ultimi anni, di riguadagnare terreno contro i terroristi ma la situazione sul campo è ancora fluida. A testimoniarlo sono gli episodi violenti che periodicamente hanno luogo in questi territori. L’11 dicembre Boko Haram ha rivendicato il rapimento di 330 studenti sequestrati dopo l’incursione di un commando armato in un liceo dello Stato di Katsina mentre il 24 dicembre i radicali islamici hanno ucciso un sacerdote e dato fuoco ad una chiesa nel villaggio di Pemi, situato nello Stato del Borno. Il petrolio della Nigeria, grazie alla porosità dei confini nazionali, alla contiguità territoriale tra Nigeria e Sahel e ad alcuni obiettivi comuni a tutti i terroristi, come la destabilizzazione degli Stati in cui operano, può finire in mani sbagliate. Le rotte di traffico e contrabbando attraversano il Sahel tanto in direzione sud-nord quanto nord-sud e ad essere smerciati sono armi, automobili, benzina, sigarette ed anche esseri umani. Una moltitudine di gruppi diversi si arricchisce grazie alle precarie condizioni socio-economiche della regione e l’assenza di un gruppo dominante in grado di controllare le rotte contribuisce a fomentare un clima di violenza. Un circolo vizioso, quello che affligge il Sahel, fomentato da tanti rivoli di sangue, dalla disperazione umana e dal sostanziale disinteresse del resto del mondo.