Il presidente francese, Emmanuel Macron, ha recentemente accusato la Turchia di aver trasferito circa 300 jihadisti dalla zona di Aleppo all’Azerbaijan per utilizzarli nella guerra del Nagorno-Karabakh contro l’Armenia, citando un report dell’intelligence che segnalerebbe anche il loro passaggio per la città turca di Gaziantep.  Le stesse accuse sono arrivate anche dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, con base in Gran Bretagna. Turchia e Azerbaijan hanno immediatamente negato di utilizzare jihadisti ed hanno invece accusato gli armeni di aver arruolato miliziani curdi. Nessuna delle due parti in guerra ha però fin’ora fornito prove che possano supportare le reciproche accuse.

La questione dell’utilizzo di jihadisti siriani da parte della Turchia era già emerso in Libia e dopo le iniziali accuse, indicate da Ankara come “prive di fondamento”, erano però arrivate le prove, con tanto di cadaveri di siriani, mercenari feriti e documenti di identità mostrati dagli anti-Gna su media e social. In seguito erano poi arrivate le interviste a volontari siriani che avevano anche spiegato come funzionava il meccanismo del reclutamento.

Bisogna dire che anche nel caso della guerra tra Armenia ed Azerbaijan, le prime testimonianze sulla presenza di siriani inviati dalla Turchia iniziano ad arrivare; lo scorso 2 ottobre ad esempio, il quotidiano britannico The Guardian ha pubblicato la testimonianza di un 23enne volontario siriano originario di Idlib, identificatosi con lo pseudonimo “Mustafa Khalid”, che dopo quattro mesi di “servizio” in Libia ha accettato di “lavorare” anche in Azerbaijan. Il soggetto in questione ha spiegato di far parte di un contingente di circa mille uomini inseriti in tre divisioni: la Sultan Murad (già attiva in Libia), la Suleiman Shah e la Al-Hamza.

Il volontario siriano ha raccontato di essere partito il 23 settembre per raggiungere una base militare turca a Gaziantep (la stessa indicata dal report dell’intelligence citato da Macron) per poi essere trasferito in Azerbaijan, dopo una tappa a Istanbul, su un aereo cargo militare turco. Il volo sarebbe tra l’altro stato documentato sia dal sito Flight Radar che da immagini inviate al quotidiano britannico. Ai mercenari utilizzati da Ankara sono state fornite uniformi mimetiche blu in dotazione alle guardie di confine azere. Khalid ha inoltre spiegato di aver deciso di intraprendere l’attività di mercenario per guadagnare qualcosa, visto che in Siria la situazione economica post-conflitto è disastrosa.

Conflitto religioso o etno-nazionalista? Jihadisti o mercenari?

Nell’attesa di ulteriore testimonianze e documentazioni che plausibilmente verranno raccolte nelle settimane a venire è lecito chiedersi se più che di “jihadisti” è forse più corretto parlare di “mercenari”. Bisogna infatti fare una distinzione tra i due termini in quanto con “jihadista” si fa comunemente riferimento a un soggetto che prende le armi non tanto per motivi economici quanto piuttosto perché ha abbracciato la causa del jihad, dell’estremismo di matrice islamica, con obiettivi che possono andare dalla lotta contro gli “infedeli” all’instaurazione di uno Stato dove venga imposta la sharia. L’utilizzo di jihadisti come foreign fighters da inviare nelle zone di guerra è certamente reale e in voga fin dagli anni 90 quando i veterani della guerra afghana vennero utilizzati in Bosnia e in Cecenia. In tempi più recenti, l’Isis ha aperto le porte a tutti coloro che volevano abbracciare il jihad per fondare lo Stato Islamico.

E’ altrettanto vero che i jihadisti (così come mercenari siriani non necessariamente jihadisti) sono stati utilizzati anche in Libia, per mano della Turchia, con l’obiettivo di spalleggiare il governo filo-islamista di al-Serraj, legato all’organizzazione islamista radicale dei Fratelli Musulmani. Nel caso libico è risultato evidente come Erdogan avesse un doppio interesse, uno di stampo prettamente ideologico in quanto anch’egli legato al filone della Fratellanza, esattamente come il Gna e uno di stampo strategico-economico per mettere le mani sulel risorse libiche ed instaurare un governo-fantoccio di Ankara a Tripoli.

Nel caso del conflitto in Nagorno-Karabakh, le cose appaiono però differenti; bisogna infatti tener presente che l’Azerbaijan è un Paese all’85% sciita, ramo dell’Islam considerato dai jihadisti come “miscredente” e ben peggiore dei cristiani. Le stragi di sciiti in Iraq, Pakistan e Siria sono tristemente noti alle cronache ed è anche bene ricordare che durante l’anno di governo Morsy in Egitto vi fù il primo pogrom della storia d’Egitto nei confronti degli sciiti. E’ dunque difficile credere che dei “jihadisti” possano decidere di combattere per fini prettamente ideologici a fianco degli sciiti, nenache se si tratta di una guerra contro i cristiani.

Forse più che di “jihadismo” sarebbe più corretto parlare di pan-turchismo come illustrato dal Prof. Paolo Branca, arabista e islamologo presso l’Università Cattolica di Milano: “La questione andrebbe esaminata sul piano entno-linguistico in quanto l’Azerbaijan è turcofono, la cultura turca è forte e la Turchia è un punto di riferimento per le popolazioni turcofone dell’Asia Centrale. E’ poi anche una questione di leadership, poco importa se la popolazione è a maggioranza sciita se poi la leadership guarda ad Ankara come punto di riferimento”.

La confusione regna sovrana

Dichiarazioni contrastanti arrivano poi dalla galassia jihadista siriana, con alcuni esponenti che negano l’arruolamento di jihadisti da inviare in Azerbaijan ed altri che invece confermano tutto. Fonti vicine alla divisione Sultan Murad avrebbero addirittura parlato di circa 4mila mercenari dell’Isis partiti dalla zona di Afrin per andare a combattere in Nagorno-Karabakh per una durata di tre mesi e con uno stipendio di $1.800 mensili. Numeri che non possono non destare serie perplessità sulla veridicità delle informazioni.

Durante il talk show “Orient”, trasmesso dagli Emirati, un ufficiale dell’ex Esercito Libero Siriano, Hajj Obeid, ha negato il trasferimento di jihadisti dalla Turchia in nome del “jihad contro i cristiani”, salvo poi venire interrotto dal conduttore che ha puntualizzato come la medesima situazione si sia già verificata in Libia.

Anche Ayma al-Assemi, un’altro esponente della galassia anti-Assad rifugiatosi ad Astana, ha negato la presenza di jihadisti in Azerbaijan mentre un membro del gruppo Jind al-Sham ha affermato l’esatto contrario, giustificando la presenza come “jihad contro i cristiani”. Su YouTube è poi comparso un filmato di un presunto jihadista ferito che consiglia ai suoi “colleghi” di non recarsi in Azerbaijan a combattere.

L’unica cosa certa in questo momento è che sulla questione regna una gran confusione. Non vi è nulla di sorprendente per quanto riguarda l’eventuale trasferimento di volontari siriani da parte della Turchia, così come non ci sarebbe da sorprendersi se l’addestramento fosse stato affidato alla Sadat, compagnia di contractors turca già nota per essersi attivata in altre parti del mondo, considerata vicina al partito islamista Akp al punto da esssere stata definita “l’esercito ombra di Erdogan”. Fonti vicine agli Spetsnaz russi presenti in Caucaso hanno confermato ad Insideover che in territorio azero sono presenti “volontari” provenienti da fuori, non necessariamente jihadisti.

E’ chiaro che Ankara è pronta ad arruolare chiunque, dagli ex jihadisti dell’Isis a volontari siriani in cerca di uno stipendio, pur di fare i propri interessi strategici ed economici e tra questi figura anche l’espanione in Asia centrale; Erdogan spera infatti di diventare figura di riferimento, il nuovo “Sultano”, per le popolazioni turcofone dell’area (oltre a tutta la questione legata a petrolio e gas) e per fare ciò utilizza la stessa strategia già vista in Libia. Sorge spontaneo chiedersi da dove Ankara riesca a trovare il denaro per finanziare tutte queste guerre, ma questo è un altro discorso. Intanto risulta chiaro come sia sempre più difficile operare distinzioni tra “jihadisti”, “mercenari” e “volontari” in un contesto dove la confusione regna sovrana e dove forse tali differenziazioni lasciano anche il tempo che trovano visto che la componente religiosa appare forse come la meno rilevante.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME