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L’Italia ha contribuito piuttosto limitatamente al flusso di foreign fighter partito dall’Europa alla volta della Siria, con un numero ampiamente inferiore rispetto a Paesi come Belgio, Francia, Germania e Gran Bretagna. Si parla infatti di circa 128 “jihadisti italiani” unitisi ai vari gruppi combattenti in Siria e Iraq. Secondo recenti studi, soltanto una decina di loro sarebbero però effettivi cittadini italiani, mentre pochi altri risulterebbero in possesso di doppia cittadinanza. In poche parole, gran parte dei foreign fighter partiti dall’Italia alla volta dei teatri di guerra mediorientali risultano essere stranieri che risiedevano o che erano temporaneamente in territorio italiano.

I foreign fighter di ritorno (Infografica di Alberto Bellotto)
I foreign fighter di ritorno (Infografica di Alberto Bellotto)

Statistiche a parte, vi sono alcuni profili di volontari per il jihad partiti dall’Italia tra il 2012 e il 2016 che risultano di particolare interesse per svariati motivi: dal background personale e familiare al percorso di radicalizzazione, ma in alcuni casi anche il drammatico epilogo terminato con la morte del foreign fighter.

I primi tre casi esposti in seguito sono quelli di Giuliano Delnevo, Maria Giulia Sergio e Anass El Abboubi. Tre profili molto doversi tra loro ma che condividono un comune destino, quello della guerra in Siria.

Delnevo rimarrà nella storia come il primo foreign fighter italiano deceduto nella guerra siriana mente combatteva nelle file del gruppo qaedista “Jabhat al-Nusra“, era l’estate del 2013. Maria Giulia Sergio può invece essere definita come “motore” di una radicalizzazione che porterà i Sergio a divenire il primo caso di intero nucleo familiare radicalizzato, seppur con ruoli, intensità e modalità differenti; nucleo familiare a sua volta collegato, tramite matrimonio tra Maria Giulia e Aldo Kobuzi, a un clan albanese anch’esso radicalizzato e con contatti nel mondo islamista radicale d’oltre Adriatico.

Per quanto riguarda Anass El Abboubi, indubbiamente spicca il suo passato da rapper che lo accomuna ad altri profili di jihadisti europei poi transitati verso il jihad.

In tutti e tre i casi emerge il ruolo di internet che, seppur con modalità differenti per ciascun caso, ha comunque contribuito al processo di radicalizzazione dei soggetti in questione.

Giuliano Delnevo

Giuliano Delnevo, genovese di 24 anni, veniva ucciso il 14 giugno 2013 mentre combatteva nelle file della formazione qaedista “Jabhat al-Nusra” contro l’esercito governativo siriano. Dal giorno della sua conversione il nome di Giuliano era diventato “Ibrahim“; si era fatto crescere la barba e aveva iniziato a vestire la jalabiya, la tunica tradizionale che portano i musulmani. Si tratta del primo convertito italiano ucciso in combattimento contro le truppe di Assad. Delnevo era apparso in un video del settembre 2012 nel quale definiva “criminali” i vignettisti che avevano disegnato alcune caricature raffiguranti il profeta Maometto.

Interessante anche il contenuto di un altro video rinvenuto nel suo canale di YouTube “Liguristan”, dove citava alcuni versetti del Corano e si appellava appella al “Presidente della Repubblica Mario Monti e al suo governo” affermando che la crisi finanziaria era stata causata dalla guerra in Afghanistan, “una guerra perduta e persa in partenza”.

Sulla sua pagina Facebook venivano individuati vari riferimenti al jihad ceceno tra cui il logo del centro Kavkaz, un’agenzia di informazione cecena di stampo radicale legata all’ex Emirato del Caucaso; la foto di Emir Khattab e quella di Abd Allah Yusuf al-Azzam, l’estremista palestinese al quale si ispirò Osama Bin Laden.

Secondo quanto emerso dal libro-inchiesta di Lorenzo Vidino, Il jihadismo autoctono in Italia, compiuti i 18 anni Giuliano Delnevo raggiungeva suo fratello maggiore che lavorava come ingegnere nautico ad Ancona ed è proprio lì, presso un cantiere navale dove il 18enne aveva trovato lavoro, che conosceva un gruppo di operai membri della Tabligh Jamaat, un movimento missionario radicale islamico molto attivo anche in Italia; a quel punto Delnevo si convertiva all’Islam col nome “Ibrahim” e iniziava a frequentare la comunità islamica di Ancona.

È bene mettere in evidenza come all’epoca la propaganda anti-Assad  risultava particolarmente intensa nella provincia di Ancona grazie all’attività della stessa comunità islamica locale, con tanto di volantinaggi e banchetti nel centro storico del capoluogo marchigiano, comunità islamica capeggiata da un medico di origini siriane molto attivo nella propaganda a favore della “Siria libera”. Non si può dunque escludere che tale tipologia di propaganda possa aver in qualche modo e indirettamente influenzato Delnevo, attirandone le simpatie per la causa anti Assad.

Difficile invece stabilire cosa possa aver portato Giuliano a prendere la drastica decisione di unirsi addirittura al jihad, così come non risultano ancora del tutto chiari i canali di reclutamento. Sempre secondo quanto emerso dallo studio di Vidino, una volta rientrato a Genova, Delnevo aveva frequentato diversi ambienti islamici della città e della regione, ma senza mai trovare quello che cercava. In effetti “Delnevo era un uomo d’azione che vedeva il jihad (inteso come lotta armata) come la somma più alta della sua vita dedicata all’islam”.

Dunque, dopo un primo fallito tentativo di entrare in Siria passando per il confine turco, nel dicembre del 2012 il ragazzo genovese riesce, grazie all’aiuto di un facilitatore, a entrare in territorio siriano per unirsi a un gruppo qaedista capeggiato da jihadisti ceceni. Il resto è storia. Resta il mistero su chi possa aver fornito a Delnevo i contatti “giusti” per agganciare eventuali facilitatori in territorio turco e se questi contatti siano avvenuti in Italia.

Maria Giulia Sergio

Maria Giulia Sergio, classe 1987, nasce a Torre del Greco (Na) per poi trasferirsi a inizio 2000 con i genitori e la sorella ad Inzago, in provincia di Milano. È qui che durante il periodo universitario, dopo essere entrata in contatto con alcune compagne di corso musulmane, si inizia a interessare all’islam, per poi fare la shahada (la professione di fede) nella sua stessa stanza nel 2007. Due anni più tardi si convertirà “ufficialmente” davanti a un imam acquisendo il nome “Fatima” e inizierà a frequentare le comunità islamiche del milanese e del bergamasco.

Nel settembre del 2009 Maria Giulia si sposa presso la moschea di Treviglio con un cittadino marocchino, ma una serie di fattori tra cui la difficoltà da parte della famiglia del marito di accettare la convertita italiana, fanno presto naufragare il matrimonio. Nel contempo però Maria Giulia, ragazza dalla personalità “radicale” già di suo, inizia a assumere toni accusatori nei confronti del marito, considerato un “cattivo musulmano” per la sua scarsa adesione ai rigidi dettami dell’Islam più ortodosso. Nel 2011 Maria Giulia e Jamal si separano e la ragazza si addentra sempre di più nella spirale radicalizzante.

Sempre nell’anno 2009 Maria Giulia Sergio si faceva notare per due distinti episodi, uno alla trasmissione “Pomeriggio 5” dove partecipava come audience assieme ad alcuni musulmani e dove difendeva l’abbigliamento islamico (velo). In un’altra occasione la Sergio litigava invece con gli impiegati dell’ufficio postale di Trezzo sull’Adda e con i Carabinieri in seguito al suo rifiuto di togliersi il niqab (velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi) per effettuare un trasferimento di denaro. La ragazza aveva infatti da tempo iniziato a indossare lunghi abiti neri e velo integrale, suscitando curiosità ma anche timore da parte della cittadinanza.

Nel settembre del 2011 la Sergio firmava, assieme alla sorella Marianna, anch’essa convertita, un appello a favore del niqab. La sorpresa è che fra le 48 firme sotto il testo inviato al senatore a vita Azeglio Ciampi spicca anche quella del già citato “Ibrahim” Giuliano Delnevo.

Secondo quanto emerso dall’inchiesta, la fase definitiva del processo di radicalizzazione della Sergio, quella che coinvolgerà in maniera irreversibile anche la sorella e i genitori, inizia tra ottobre e novembre del 2013, quando entra in contatto con la predicatrice e reclutratrice dell’Isis, la cittadina canadese di origini siriane Bushra Haik (ben nota anche in Italia e attualmente latitante). La Haik è stata indicata come colei che ha radicalizzato circa 300 persone, in gran parte donne, tutte su Skype dove teneva lezioni di Corano e Islam che avevano però tutt’altro scopo.

Il 17 settembre 2014 Maria Giulia sposa il cittadino albanese Aldo Kobuzi, giunto appositamente dall’Albania dopo che i due erano stati messi in contatto da un’amica in comune; la Sergio le aveva infatti chiesto di conoscere un uomo musulmano “duro e puro”, pronto anche al jihad. Kobuzi era a sua volta legato a un filone jihadista albanese che arrivava fino a Genci Balla e Bujar Hysa, i due predicatori a capo di una rete sgominata dalle autorità di Tirana nel marzo del 2014. Il cognato e la sorella di Aldo erano a loro volta partiti per la Siria per unirsi all’Isis.

Tra il 21 e il 22 settembre 2014 Maria Giulia e Aldo raggiungono la Turchia su un volo di linea partito da Roma e da lì proseguono per la Siria, dove si uniscono all’Isis. Tra settembre 2014 e giugno 2015 Maria Giulia mette in atto un martellante lavaggio del cervello nei confronti dei genitori (nel frattempo convertitisi all’Islam) e della sorella, rimasti a Inzago, per convincerli a raggiungerla in Siria, al punto che il padre lascia il lavoro e la madre fa richiesta per il passaporto, tutti elementi che mettono in allarme gli inquirenti. Il 1° luglio 2015 scatta l’operazione “Martese” con la quale vengono arrestati i genitori di Maria Giulia, la sorella Marianna e i parenti di Aldo Kobuzi residenti in Italia. Nell’ottobre del 2014 moriva la madre di Maria Giulia, Assunta Bonfiglio, mentre il padre nel novembre del 2017.

Allo stato attuale Marianna Sergio è in detenzione mentre nulla si sa di Maria Giulia, localizzata dalla Digos per l’ultima volta nel 2015 a Sed Forouk zona militarizzata nei pressi di Manbij dove si erge un’importante diga sull’Eufrate, riconquistata nel 2014 dai curdi.

Anass El Abboubi

Anass el Abboubi nasceva in Marocco nel 1992 per poi trasferirsi a 7 anni, assieme ai genitori e al fratello minore, a Vobarno, paese di 8mila abitanti in provincia di Brescia. La famiglia si integra quasi subito e Anass divide il proprio tempo tra la scuola (studia da perito elettricista) e la musica rap che lo porterà a diventare una figura abbastanza nota di quel genere musicale nella provincia di Brescia col nome d’arte “Mc Khalif”.

Durante la sua breve ma intensa “carriera” di rapper duetterà con un altro rapper di origini marocchine, relativamente noto a livello nazionale e conosciuto come “Dr. Domino”; Anass verrà anche intervistato da Mtv Italia. Nella fase “rapper” di El Abboubi è già presente un primo “seme” di radicalizzazione, con testi musicali ispirati all’Islam e con Anass che ammette di essere rinato dopo aver riabbracciato la religione islamica, come illustrato da Lorenzo Vidino nel suo libro Il jihadismo autoctono in Italia: “L’Islam lo ha cambiato completamente, dandogli un significato e donandogli pace e serenità”.

Nell’estate del 2012 Anass abbandona improvvisamente la musica, definita “illecita” e inizia la sua fase di radicalizzazione online, consultando materiale radicale e jihadista e condividendolo in rete.

Nel settembre del 2012 Abboubi si presenta in questura a Brescia per chiedere informazioni su come ottenere i permessi per organizzare una manifestazione di protesta contro il film “l’Innocenza dei musulmani”, film americano piuttosto scadente che aveva destato scalpore e proteste nel mondo islamico.  El-Abboubi spiega anche di voler bruciare bandiere israeliane ed esporre scritte contro il presidente americano, Barack Obama. La Digos di Brescia, sorpresa dalle richieste e dalle posizioni espresse dal giovane, decide di aprire un fascicolo sul suo conto, dando il via all’operazione “Screen Shot”.

Nel frattempo Anass prende contatti con diversi personaggi del jihadismo italiano, tra cui Giuliano Delnevo e inizia a interessarsi al gruppo “Sharia4”, prendendo contatti con Anjem Choudary, il leader di “Sharia4UK” e con il corrispettivo belga, con il quale cerca di incontrarsi a Bruxelles; l’incontrò viene però cancellato all’ultimo momento a causa dell’arresto di alcuni suoi membri.

In seguito, El Abboubi forma la sezione italiana “Sharia4Italy” anche se i membri si contano sulle dita di una mano. Il piccolo gruppo inizia a fare proselitismo per le strade di Brescia. Nel contempo però Anass prosegue con la sua attività online e inizia a visitare su google maps diversi siti, tra cui una caserma; a quel punto gli inquirenti si allarmano e il 12 giugno 2013 l’italo-marocchino viene arrestato dalla Digos, ma due settimane dopo il tribunale di Brescia accoglie la richiesta di scarcerazione dei suoi avvocati, secondo i quali mancano gravi indizi di colpevolezza e il ragazzo torna libero. Quando nel novembre del 2013 la Cassazione conferma la scarcerazione, Anass è però scomparso, o meglio, è in Siria e plausibilmente già dall’agosto di quell’anno, quando apre un nuovo profilo Facebook dove pubblica immagini in mimetica e armi assieme ad altri individui dell’Isis e poi, poco dopo, si perdono le sue tracce.

Per i familiari di Anass il ragazzo sarebbe deceduto, ma nel gennaio 2019 la Corte d’Assise di Brescia ha condannato Anass a 6 anni di reclusione in quanto non vi sono prove della sua morte e il jihadista è attualmente ricercato a livello internazionale.

Rehaily, Bougana e Mesinovic

Tre ulteriori casi interessanti di foreign fighter partiti dall’Italia con l’obiettivo di arruolarsi nelle file dell’Isis in Siria sono quelli di Meriem Rehaily, Samir Bougana e Ismar Mesinovic. I primi due, italo-marocchini, mentre il terzo, immigrato bosniaco fuggito dalla guerra balcanica del 1992-95 nella quale perse il padre.

Al di là della nazionalità e il background socio-culturale, le differenze tra i due italo-marocchini e il bosniaco sono piuttosto evidenti, a partire dall’età; Mesinovic era infatti un classe 1977, molto più grande rispetto a Bougana e la Rehaily.

E’ evidente che il processo di radicalizzazione messo in atto dal predicatore bosniaco Bilal Bosnic è risultato ben più focalizzato sul drammatico passato di Mesinovic in relazione alla fuga da quella Bosnia afflitta dalla guerra inter-etnica. Tali circostanze, assieme alla perdita del padre sono certamente risultati elementi chiave della propaganda messa in atto da Bosnic, come messo del resto in atto con altri jihadisti partit dalla Bosnia.

Mesinovic è passato da una vita prevalentemente laica a una rapida radicalizzazione dopo aver iniziato a frequentare un predicatore marocchino del bellunese poi fuggito a Casablanca e successivamente il giro balcanico attivo in Italia e collegato a Bilal Bosnic.

Più opachi invece i processi di radicalizzazione della Rehaily e di Bougana, anche se nel primo dei due casi è risultato fondamentale il ruolo di internet, mentre nel secondo caso è ancora da chiarire le dinamiche interne ai centri islamici frequentati da Bougana durante il suo soggiorno tedesco.

Meriem Rehaily

Meriem Rehaily, 22 anni, jihadista di origini marocchine ma cresciuta ad Azergrande (Pd), è stata condannata il 12 dicembre 2017 a quattro anni per aver aderito all’Isis. E’ dal piccolo comune del padovano che Meriem partiva per la Siria, nel luglio del 2015, a soli 19 anni, dopo essere stata adescata in una chat di Telegram da un giovane siriano che verrà poi ucciso nella battaglia di Raqqa del 2017.

Il giornalista e reporter di guerra, Fausto Biloslavo, riusciva a intervistarla dopo averla individuata nel campo off limits di Roj, “una tendopoli in mezzo al nulla nel nord est della Siria sorvegliata dall’intelligence curda”.

“Sei mesi fa i curdi ci hanno fermato ad un posto di blocco. Ho detto che ero di Aleppo, ma hanno scoperto che sono marocchina con la residenza in Italia”, dichiara Meriem a Fausto Biloslavo.

Secondo gli investigatori, l’abilità informatica di Meriem  sarebbe stata sfruttata dall’Isis che l’avrebbe inseirta ne settore della propaganda e della logistica nella brigata al Khansa, composta prevalentemente da donne europee e russe. La Rehaily però smentisce, dichiarando di aver fatto la hacker per l’Isis e soltanto in una prima fase. In seguito la ragazza era stata persino sospettata dall’Isis di essere una spia ed aveva anche tentato la fuga, ma era stata arrestata e incarcerata per 52 giorni.

Samir Bougana

Samir Bougana, cittadino italiano di origine marocchina, nasceva nel 1994 a Gavardo, un paese di 12.930 abitanti in provincia di Brescia e fino a 16 anni viveva tra Piadena e Canneto sull’Oglio e frequentava un istituto tecnico-industriale fino al 2010, per poi trasferirsi in Germania assieme alla famiglia nel 2012. Samir lavorava come meccanico e non era mai risultato particolarmente interessato alla religione, almeno prima di iniziare a frequentare la moschea di Bielefeld in Germania. In concomitanza con lo scoppio della guerra in Siria si moltiplicano infatti le “chiamate” al jihad e al “soccorso del popolo siriano” da parte di predicatori e imam.

Come emerso nell’intervista fatta a Bougana dal giornalista e reporter di guerra, Fausto Biloslavo, in un sito di detenzione curdo: “A fine 2013 tanti europei erano arrivati in Siria. Vedevo le immagini della guerra e delle violenze. A 19 anni mi sono detto: lo faccio pure io”. Il contatto è un mujahed europeo che verrà ucciso in combattimento. “Mi ha dato il numero di un siriano in Turchia. Ho  preso normalmente l’aereo da Dusseldorf ad Istanbul con mia moglie, Fatma Binol, tedesca di origini turche. L’appuntamento era ad Antiochia nel sud del Paese. Ci ha caricato in macchina portandoci al confine. Era facile, non c’erano né polizia, né controlli. Un altro contatto ci ha accolti in Siria”.

Inizialmente Samir si arruola nella brigata qaedista Jund al Sham ma poi decide, assieme al gruppo di jihadisti che lo avevano convinto ad arruolarsi, di unirsi all’Isis e si spostano dunque a Raqqa. Alla fine del 2014 l’Isis lo invia a Deir Ezzor presso un’unità fortificata.

Con l’inizio della campagna militare russa in Siria però le cose cambiano; i jihadisti vengono costantemente bombardati e come detto dallo stesso Bougana al microfono di Biloslavo, ““Ti svegliavi alla mattina e non sapevi se arrivavi vivo a sera per i bombardamenti… Le bombe più vicine sono arrivate dietro la casa alla fine del 2016 – racconta Samir – La pressione e il rumore erano fortissimi. Il lampo iniziale, il fumo e l’incendio mi hanno fatto capire che dovevo andarmene. Avevo paura per l’incolumità della mia famiglia”.

Nell’agosto del 2018 Bougana decide di provare a raggiungere la Turchia per poi consegnarsi presso la sede diplomatica italiana e contatta un trafficante che gli chiede 2mila dollari a persona per portarli oltre-confine, ma poi li tradisce consegnandoli alle forze di sicurezza curde del Ypg. Nel giugno del 2019 Bougana viene estradato in Italia ed è attualmente detenuto in un carcere di massima sicurezza a Sassari, dove sono reclusi altri jihadisti.

Ismar Mesinovic

Ismar Mesinovic nasceva nella cittadina bosniaca Doboj 22 agosto 1977 e in seguito allo scoppio della guerra di Bosnia, conflitto nel quale suo padre rimaneva ucciso, la sua famiglia si trasferiva tra la Germania e l’Italia.

Ismar si insedia nel bellunese con i parenti e conduce una vita tranquilla. Come riferito dall’ex moglie, Lidia Soldano Herrera: “la sua famiglia era di religione musulmana ma di orientamento moderato tanto che lui stesso inizialmente fumava e andava a ballare”. Unico evento traumatico, la morte del padre, di cui però non parlava mai. L’Ismar con la maglia dell’Inter e la sigaretta in bocca era dunque una persona totalmente differente da quello che pochi anni dopo si sarebbe fatto crescere la barba da salafita e che avrebbe sacrificato la propria vita per un conflitto lontano come quello siriano.

Ismar e Lidia si conoscono nell’agosto del 2009 in una lavanderia di Ponte nelle Alpi (Bn) e sei mesi dopo vanno a convivere. Nel settembre del 2011 nasce il figlio, Ismail Daud e i tre si trasferiscono a Longarone e un anno dopo, nel novembre 2012, Ismar e Lidia si sposano presso il Comune di Ponte nelle Alpi. Sempre nel 2012 però il bosniaco entra in contatto con il macedone Munifer Karamaleski, soggetto già in fase di radicalizzazione e inizia a frequentare due moschee della zona ma in particolare un piccolo gruppetto formato da stranieri e da un convertito italiano, gruppo capeggiato dal predicatore marocchino Anass Abu Jaffar.

Poco tempo dopo Ismar si fa crescere la lunga barba in stile salafita e diventa sempre più rigido nell’osservazione dei precetti islamici. Come testimoniato dall’ex moglie nelle carte processuali, Ismar Mesinovic passava sempre più tempo al computer e a pregare; le faceva pesare il fatto di essere di religione cattolica, di mantenere un comportamento non consono ai precetti dell’Islam, la obbligava a uscire di casa con il velo e diventava sempre più aggressivo, arrivando anche a picchiarla.

Il bosniaco ascoltava assiduamente sul web i sermoni del predicatore belga Pierre Vogel e quelli di Bilal Bosnic, l’imam bosniaco che diverrà poi il suo reclutatore per l’Isis.

Nel maggio del 2013 Mesinovic si recava assieme a Munifer Karamaleski presso un centro islamico di Castelfranco Veneto dove era stato invitato a predicare Bilal Bosnic. In seguito a quell’incontro Ismar assumeva posizioni ancor più estreme, al punto che il rapporto con la Herrera si inasprivano ulteriormente al punto che nel settembre del 2013 i due si separano. In seguito Mesinovic si recava almeno due volte in Bosnia, una volta per prelevare e accompagnare Bosnic presso un centro islamico in territorio italiano e un’altra volta, nell’ottobre del 2013, dove si trattenne per alcuni giorni.

Il 16 dicembre del 2013, mentre la moglie era in ferie a Cuba, Ismar Mesinovic carica tutte le sue masserizie su un furgone, prende suo figlio e parte per la Siria assieme a Munifer Karamaleski, poi più nulla fino all’8 gennaio 2014, quando l’ex moglie veniva a sapere dalla suocera che Ismar è morto in uno scontro a fuoco in Siria; nel contempo sul web venivano pubblicati dei post con tanto di foto del defunto Mesinovic e alcune invocazioni religiose in suo onore. Per quanto riguarda il piccolo Ismail, sarebbe stato dato in affidamento a un’altra famiglia di bosniaci in territorio siriano, poi non si è più saputo nulla. “C’è stata un’indagine della procura di Belluno – racconta sulle pagine del Corriere della Sera la madre Lidia Herrera – ma è tutto archiviato. Ora nessuno cerca più mio figlio”.