(Tripoli) Il cannone senza rinculo è piazzato in mezzo alla strada deserta davanti ai muri di terriccio rosso creati dai bulldozer. L’ufficiale di Misurata vestito alla araba con un turbante verde che gli copre il volto controlla l’angolo di tiro. Poi urla “Allah o akbar“, Dio è grande e il cannone erutta una fiammata con un rombo di tuono. Il proiettile di grosso calibro schizza verso le linee del generale Khalifa Haftar, che da due settimane attacca Tripoli. Una nuvola di fumo avvolge la scena di guerra nella capitale libica dove nei giorni di Pasqua la battaglia è riscoppiata furiosa. Le forze governative sono avanzate rosicchiando terreno alle truppe dell’uomo forte della Cirenaica nella nuova fase dell’offensiva “Vulcano di rabbia”. E nella battaglia di Tripoli sono comparsi dei misteriosi droni, sicuramente stranieri, in appoggio alla zoppicante offensiva di Haftar sulla capitale.

La brigata di Misurata che ha riconquistato il campo militare di Yarmuk arruola ufficiali formati da noi. “Italiano? Il vostro esercito mi ha addestrato a Cassino. Sono a disposizione”, esordisce il capitano Raafat Mostafa Jahay. Capellino militare, giubbotto jeans e binocolo a tracolla si offre di scortarci lungo la prima linea. I proiettili fischiano oltre le barricate di terra sopra le nostre teste, ma nessuno ci fa caso.

I combattenti di Misurata, la Sparta libica, sono fra i più tosti e hanno tamponato l’avanzata di Haftar. Sulla strada deserta del fronte di Yarmuk uno dei combattenti si appoggia a terra su un ginocchio per prendere meglio la mira e comincia a sparare verso le postazioni nemiche. Un altro si sposta di lato tirando sventagliate di kalashnikov lungo l’arteria a doppia corsia con pochi edifici, ma tutti bucati come groviera dalla furia dei combattimenti.

A un certo punto arriva un mitragliere che assomiglia a Hulk con la barbetta islamica. Un gigante in mimetica con i nastri di proiettili della mitragliatrice attorno al collo. Da solo spara a raffica in campo aperto fino a quando l’arma non si inceppa. Tutt’attorno c’è  una caotica euforia per l’avanzata che sta respingendo, anche se a rilento, le truppe di Haftar. Nel caos della battaglia di Tripoli un giovane prega imperturbabile rivolto verso la Mecca come se non volassero proiettili. Stesso copione nel centro di Tripoli dove tutto scorre normalmente con il solito traffico infernale.

Fronte di Yarmuk preghiera di un combattente di Misurata (Foto di Fausto Biloslavo)

Ogni tanto fra i variegati difensori di Tripoli delle diverse katibe (brigate) spunta un combattente con la mimetica italiana fornita dal nostro esercito al governo di Fayez al Serraj riconosciuto dall’Onu. Dopo due settimane la battaglia di Tripoli conta, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, 254 morti comprese donne, bambini, operatori sanitari e 1230 feriti.

Sul fronte la novità è l’intervento dei droni, che da sabato notte hanno cominciato a colpire obiettivi governativi con estrema precisione. I caccia e i piloti delle due parti in lotta non hanno capacità di volo notturne e ancora meno di raid mirati con il buio. Alcuni filmati girati con i telefonini dagli abitanti della zona, da diverse angolazioni, mostrano un attacco notturno con un drone a Tajoura, pochi chilometri ad Est di Tripoli.

Non si sente il classico ronzio dei caccia, che ti fa scorrere un brivido lungo la schiena, ma si vede bene il puntino luminoso, probabilmente un missile teleguidato, che piomba sull’obiettivo e solleva la vampata rossastra dell’esplosione. Subito dopo la contraerea impazzisce sparando traccianti verso il cielo senza neppure sapere dov’è il drone. Sul fronte di Wadi Rabia, a Sud Est di Tripoli, un ufficiale di Misurata spiega a Gli Occhi della Guerra che “i droni arrivano di notte. Prima individuano gli obiettivi e poi ritornano per bombardarci. Sospettiamo che si tratti di velivoli senza pilota francesi, russi o degli Emirati, i sostenitori di Haftar”.

A Derna e Bengasi gli egiziani hanno già appoggiato le truppe del generale dal cielo. Gli americani non possono essere all’oscuro con una loro nave da guerra al limite delle acque territoriali libiche, che sta monitorando l’andamento del conflitto.

La battaglia di Tripoli si combatte anche sul mare sospendendo i controlli sugli immigrati clandestini che vogliono arrivare da noi. Le motovedette italiane donate dall’Italia alla Guardia costiera per contrastare le partenze dei gommoni carichi di migranti erano disarmate, come richiesto dall’embargo dell’Onu. Su twitter sono apparse delle foto di una nostra unità riarmata con gli equipaggi che si fanno immortalare in tenuta da combattimento. E annunciano: “Operazione ‘vulcano di rabbia’, pattugliamenti in mare della Guardia costiera davanti alla Tripolitania contro l’offensiva di Haftar”.