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Infanzia e jihad, un binomio terrificante e sempre più attuale. Piccoli jihadisti bosniaci, in Siria ed Iraq, stanno combattendo sotto l’egida nera del Califfo. Sarebbero 80, rivela uno studio dell’organizzazione non profit di Sarajevo Atlantic Initiative diffuso da Reuters, i minori che dalla Bosnia sono stati condotti oltremare per rimpolpare le file dello Stato Islamico.Secondo i dati raccolti dall’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence (ICSR) la Bosnia-Erzegovina, dalla primavera del 2012, con 330 foreign fighters operativi nei principali teatri bellici mediorientali, è il paese balcanico leader nell’esportazione di terroristi in Medio Oriente. A seguire, sono state registrate 150 partenze dal Kosovo, 90 dall’Albania, 70 dalla Serbia, 12 dalla Macedonia e 13 dal Montenegro.Lo studio realizzato dalla Sarajevo Atlantic Initiative, si è confrontato con non poche difficoltà. In primis con la mancanza di un database unitario ed affidabile e, in molti casi, i suoi autori – Vlado Azinović e Muhamed Jusić – hanno dovuto far ricorso a testimonianze dirette e indirette. Alle ricerche non ha giovato neanche la struttura decentralizzata della polizia bosniaca che conta ventidue agenzie totali.L’età dei bambini che hanno viaggiato alla volta della Siria, dicono i dati, va da cinque mesi a diciassette anni e, in molti casi, i minori sono arrivati ​​con i genitori. Così accadde per Ismail, di soli due anni, arrivato in Siria nel 2013 assieme a suo padre, Ismar Mesinovi, bosniaco adescato in una moschea di Belluno da un reclutatore della stessa nazionalità. Ismar muore ad Aleppo nel 2014, lasciando suo figlio al destino della guerra e, probabilmente, agli insegnamenti dei miliziani.Almeno due bambini di origine bosniaca sono venuti al mondo in Siria dal 2013. Ad aprile 2015, lo studio fotografa che più della metà dei bosniaci presenti in Siria sono al di sotto dell’età militare e che, molti di loro, sono stati indottrinati ed addestrati al combattimento.Nessuna carezza, nessuna caramella, neppure una partita di pallone. Ma madrase e Ak-47. Studio del Corano ed allenamento spartano. Scuola dell’odio e formazione militare. I “cuccioli” di Baghdadi vengono svezzati così e, quelli che sopravvivono, diventano delle pericolosissime armi letali, programmate ad un solo scopo: il jihad.Grazie ad un robusto intervento delle autorità di Sarajevo e alla introduzione di pene severe per foreign fighters e loro sodali, oggi, le partenze dalla Bosnia-Erzegovina sono state drasticamente ridimensionate.A contribuire all’esplosione del fenomeno era stato l’imam Hussein Bosnic, quarantadue anni, conosciuto nella comunità wahabita della Bosnia-Erzegovina con il nome di Cheb Bilal.L’uomo, leader indiscusso della tratta, è stato arrestato nel 2014 assieme ad altri quindici islamisti – nel corso della maxi inchiesta “Damasco” condotta dalla polizia serba e bosniaca – con l’accusa di finanziamento di attività terroristiche, pubblica istigazione, reclutamento e organizzazione di gruppi terroristici.La contrazione del fenomeno non cancella il passato. Si possono bloccare e scoraggiare nuove partenze, ma non tornare indietro nel tempo.Per questo Vlado Azinovic, co-autore del rapporto, mette in guardia sui possibili rischi che ci attendono. “Si tratta di una nuova generazione di bambini cresciuti sui campi di battaglia o di fianco ad essi. Sono come una bomba ad orologeria per quei paesi in cui torneranno a vivere”. Ma, come osserva il giornale tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten, “la Bosnia è la porta d’accesso più comoda per lo spazio Shengen” ed il rischio di una diaspora al contrario di giovanissimi foreign fighters riguarda molto da vicino anche l’Europa.

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