Il regista della strage dei 21 copti egiziani decapitati sulla spiaggia di Sirte, in Libia, è stato ucciso durante un’operazione antiterrorismo – non proprio da manuale – avvenuta tra il 14 e il 15 settembre a Sebha, il capoluogo del Fezzan, la regione sud-occidentale dell’ex Jamahiriya di Muammar Gheddafi. Ad eseguirla sono stati gli uomini del 116esimo e del 160esimo battaglione dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), la coalizione di milizie – alcune delle quali composte da fanatici dell’islam salafita riunite in “battaglioni” e “brigate” per dare l’impressione di una forza ufficiale – comandata dal generale Khalifa Haftar, l’uomo del fallito golpe contro il Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli – l’autorità riconosciuta dall’Onu e sostenuta dall’Italia – e che dal primo settembre tiene agli arresti otto pescatori italiani e altri dieci di nazionalità tunisina, senegalese e filippina per il solo scopo di ricattare Roma. L’obiettivo della missione in teoria ha avuto successo: Abu Muadh al Iraqi, aka Abdel Qader al Najdi, numero uno delle bandiere nere in Nord Africa dopo la morte di Abul Nabil al Qahtani (ucciso dai raid egiziani a Derna), è stato eliminato. Haftar ha fatto un favore all’Egitto che ha ottenuto vendetta e agli Stati Uniti sempre preoccupati dal terrorismo jihadista, inviando all’Italia il messaggio che nel Fezzan (dove ci sono i pozzi petroliferi di Eni) comanda ancora lui, ma non si può certo parlare di un’operazione chirurgica.

Il macello di Sebha

Come riferito ad Agenzia Nova dal comandante sul campo dell’Lna, Ali al Sharif, l’attacco ha provocato sì l’uccisione di almeno cinque membri dello Stato islamico, ma anche di quattro civili (tra cui donne e bambini) e di tre uomini di Haftar. Non solo. I comandanti del 116esimo e del 160esimo battaglione sono rimasti feriti nella battaglia che si è protratta per ore nel quartiere Abdel Kaffi di Sebha, crocevia del traffico dei migranti e del capoluogo del Fezzan. “L’operazione è stato un macello, anche se il risultato finale è l’uccisione dei militanti (tanto più se si tratta di Al Najdi). C’è stato uno scontro a fuoco molto prolungato, con almeno tre combattenti dell’Lna caduti e alcuni civili uccisi. Non esattamente un raid chirurgico”, afferma a Insideover Oded Berkowitz, Deputy Chief Intelligence Officer presso la compagnia israeliana Max Security. Il portavoce dell’Lna, Ahmed al Mismari, ha annunciato il 15 settembre in una conferenza stampa tenuta a Bengasi con i consueti toni trionfalistici “l’uccisione di nove miliziani e l’arresto di due donne”, nonché la morte di un tale Abu Abdullah presentato come “il nuovo califfo dello Stato islamico in Libia”. Nove giorni dopo, lo stesso ufficiale di Haftar ha corretto il nome del leader jihadista in Abu Muadh al Iraqi (l’iracheno), cioè il nome precedente di Abdel Qader al Najdi, originario di Tikrit, la città sunnita che diede i natali a Saddam Hussein. Le foto della “preda” diffuse sui canali Telegram mostrano il cadavere di un uomo magro ai limiti della denutrizione, di circa 45 anni e con la barba lunga insieme ai corpi di altre quattro persone, tra cui due bambini. Uno dei presunti terroristi è privo del tronco, segno che forse si è fatto saltare in aria azionando una cintura esplosiva.

Lo Stato islamico decapitato

Gli esperti ritengono che il terrorista ucciso dalle milizie di Haftar sia il famigerato Al Najdi, la mente che ha ideato il macabro filmato dei 21 copti cristiani vestiti con tute arancioni, sequestrati e portati a forza lungo la spiaggia, fatti inginocchiare e poi sgozzati come capretti nel giorno dell’Eid al Adha, la festa islamica del sacrificio. In un’intervista ad Al Naba, il “giornale” ufficiale dello Stato islamico, Abdel Qader al Najdi dichiarava tronfio nella primavera del 2016, pochi mesi dopo la sconfitta delle bandiere nere a Sirte: “Preghiamo Dio di essere fedeli pii e di essere coloro che conquisteranno Roma”. E ancora: “Promettiamo il peggio all’Occidente e agli atei”. Minacce non nuove e tese più che altro a fare proselitismo. Secondo Berkowitz, lo Stato islamico in Libia è ormai ridotto ai minimi termini dopo l’apice del 2015, quando i seguaci dell’allora califfo Abu Bakr al Baghdadi affermavano smargiassi di controllare 250 chilometri di costa libica. “L’Isis in Libia è in pessime condizioni. Sono stati a lungo inoperosi e recentemente si sono riattivati, ma è stato per un periodo molto breve e con attacchi su scala molto, molto piccola. Il gruppo nel suo insieme è molto bravo a sostituire i leader caduti, ma a questo punto per loro in Libia è fondamentale anche solo la perdita di un singolo individuo, figuriamoci di un comandante anziano”, riferisce l’esperto.

Tempismo perfetto

Proprio mentre Haftar è bisognoso di rompere l’isolamento internazionale, il gran capo dell’Isis in Africa – ridotto ormai pelle e ossa da una vita da maxi ricercato – viene fatto fuori. Un tempismo davvero perfetto a pensar bene. I legami dell’intelligence di Bengasi con gli Emirati Arabi Uniti e con la Francia sono noti. Lo stesso generale dell’Lna ha un passato da collaboratore della Cia. La presenza dei servizi francesi tra le dune del Sahara è rinomata. Possibile che non sia un arrivato un aiutino, una soffiata da qualche vecchio amico o doppio agente? A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina. Secondo Berkowitz, tuttavia, una tale eventualità è improbabile. “È difficile per me credere che la Francia o l’Egitto deleghino un compito così importante all’Lna, del quale conoscono l’inadeguatezza. Hanno già dimostrato la volontà di operare da soli (come dimostrano i raid di Africom, il comando del Pentagono in Africa) in Libia. Non penso che questo sia un buon banco di prova per cambiare strategia”, conclude il vice capo intelligence di Max Security e capitano delle Forze di difesa israeliane.

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