Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Torture, abusi, tute arancioni, filo spinato una guerra al terrorismo realizzata senza alcun rispetto del diritto dei detenuti. Per il mondo, Guantanamo è semplicemente questo: un campo di prigionia tra i peggiori al mondo. Un luogo di detenzione che il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e prima di lui Barack Obama, avevano promesso di chiudere. E che invece è rimasto. Quasi un monito: un continuum nel tempo. Guantanamo resiste, e con essa la contraddizioni e le storture del sistema americano che per anni ha trattato quei detenuti speciali come prigionieri di guerra, la “guerra al terrorismo” per l’appunto, senza alcun rispetto dei diritti.

Una macchia per una potenza che fa della sua essenza democratica e del rispetto dei diritti universalmente riconosciuti come emblema della sua leadership mondiale. Ed è anche in questa incoerenza di fondo che si cela un simbolo, pur drammatico, come appunto è stato e continua a essere il campo di Guantanamo. Un incrocio in cui si intersecano tutte le contraddizioni dell’America e che rendono quella baia, e la base al suo interno, uno dei grandi nodi di Washington agli occhi dell’opinione pubblica mondiale.

Guantanamo: simbolo di una storia

Per molti storici è proprio lì, nell’attuale base navale sull’isola di Cuba, che inizia quello che è chiamato l’imperialismo americano, cioè quella fase di interventismo e di espansione territoriale e di influenza che ha caratterizzato gli Stati Uniti dalla fine del XIXI a tutto il Ventesimo secolo. Per molti la sua importanza è soprattutto legata al periodo più recente e alle perplessità di come sia possibile che una potenza che si proclama baluardo dei diritti umani possa ammettere un luogo in cui il diritto non esiste. Dove tutto è lasciato a un senso di impunità, di ingiustizia e di senso di oppressione.

Ma forse è proprio questo a rendere Guantanamo qualcosa di più di un base o di un campo di prigionia. E la sua storia, come la sua triste fama, accompagna in un percorso parallelo e oscuro anche le scelte politiche della potenza democratica per eccellenza: gli Stati Uniti.

Guantanamo, infatti, per certi versi nasce insieme allo scoperta degli Usa come potenza continentale. Una base concessa dal governo di Cuba a Washington dopo quella guerra ispano-americana che condannò la Spagna al declino definitivo dei suoi possedimenti coloniali e che fece sorgere una nuova potenza – indiscussa e indiscutibile – all’interno del mondo americano. Talmente indiscutibile che l’America, un tempo intesa come continente, divenne sinonimo di un solo Paese, gli Stati Uniti appunto.

A Cuba e nel mondo è accaduto di tutto da quel lontano 1903, anno in cui il presidente cubano Tomás Estrada Palma ringraziò gli Stati Uniti concedendo in affitto perpetuo quel lembo di terra della sua patria. L’Avana, da capitale di una sorta di protettorato Usa, si è trasformata nella centrale del socialismo sudamericano in lotta contro l'”imperialismo” americano. C’è stata la crisi dei missili, è caduto il Muro di Berlino, l’Unione Sovietica si è dissolta e anche Cuba ha perduto Fidel Castro e quell’ortodossia che per decenni l’ha contraddistinta. Eppure la base è rimasta: anche a costo “zero” per Washington. Nessuno ha osato davvero toccarla, per evitare una guerra, certo, ma anche con la sensazione che Guantanamo per certi versi era e resta un avamposto di un mondo che non è solo una base navale, ma la fotografia di un sistema politico e di rapporti di forza.

Il campo di prigionia della “guerra al terrore”

La fama di Guantanamo si deve oggi soprattutto alla scelta dell’amministrazione di George W. Bush di utilizzare la base come un campo di prigionia per le persone arrestate dopo l’11 Settembre 2001. Era l’inizio della guerra al terrore. Il Terrore, quello con la T maiuscola, che aveva colpito al cuore gli Stati Uniti e per cui per la prima volta si scatenò un conflitto che non aveva solo l’idea della vendetta, ma anche dell’inizio di una campagna universale contro un nemico invisibile. L’avversario anonimo, quello della porta accanto, quello di cui nessuno più poteva fidarsi. Un nemico nuovo e senza uno Stato che si potesse combattere. Il suo centro era una organizzazione votata al terrorismo di matrice islamista. E per contrastare questo avversario, il governo aveva bisogno di un luogo in cui il prigioniero andava condotto per confessare e espiare la sua pena: con un metodo e in luogo che non doveva essere solo un monito per gli altri adepto ad Al Qaeda e alle organizzazioni del terrore, ma anche come come garanzia verso l’opinione pubblica dell’azione delle forze Usa.

Dal 2002, esattamente venti anni fa, inizia così la nuova terribile vita di Guantanamo. Non più solo una base navale statunitense a Cuba, ma una prigione per i detenuti più pericolosi – o presunti tale – di questa guerra contro il terrorismo islamico. All’inizio tutto ruotava intorno a “Camp X-Ray”, chiuso dopo appena tre mesi”, e oggi tutto inserito all’interno del sistema di “Camp Delta” e di altri campi di prigionia.

Nel tempo si sono poi aggiunti altri luoghi resi pubblici solo dalle dichiarazioni di ex detenuti e di ex agenti che lavoravano all’interno del campo: tra tutti “Camp No”, uno dei luoghi più oscuri, collegato a episodi di detenuti poi dichiarati morti; e Penny Lane, il luogo dove Associated Press raccontò che venivano condotti i “combattenti” che potevano essere arruolati come spie.

Torture e privazioni: il “buco nero” degli Stati Uniti

Il governo americano fece subito capire che quello non era un centro di detenzione come gli altri. I primi detenuti, una ventina, arrivarono lì a bordo di un aereo militare e non avevano alcun tipo di diritto paragonabile a quello anche delle peggiori carceri in territorio americano. Da un punto di vista legale iniziarono immediatamente a circolare prima voi poi provvedimenti in cui di fatto Guantanamo era esclusa dalla giurisdizione Usa e che quei detenuti erano prigionieri di guerra che non avevano però possibilità di essere ricondotti sotto la convenzione di Ginevra. Un “buco nero” legale che nel tempo si è arricchito di prigionieri non solo spesso illegalmente catturati (erano gli anni delle “extraordinary renditions” ideate da Donald Rumsfield) ma anche innocenti e riconosciuti come tali solo dopo anni di abusi. In larga parte non vi sono stati nemmeno capi di imputazione o rinvii a giudizio. Violazioni delle più elementari regole processuali furono segnalate già all’inizio della vita di questo campo di prigionia direttamente dall’Organizzazione delle Nazioni Unite. Ma sono stati soprattutto i testimoni che hanno potuto lasciare la prigione a descrivere quello che accadeva a Guantanamo.

Impossibile elencare in modo esaustivo i metodi descritti dagli ex prigionieri che hanno passato anni nella base senza alcuna accusa. Per anni non avevano neanche diritto a un processo regolare, con l’eliminazione di uno dei diritti più sacri della Costituzione americana come quello dello habeas corpus. Molti detenuti, la maggior parte, per diverso tempo non hanno avuto nemmeno diritto a un rappresentante legale: erano uomini completamente in balia delle guardie carcerarie e dell’intelligence. Oltre a questa totale assenza di diritti processuali, si aggiungeva poi la pessima condizione di vita e i metodi utilizzati per estorcere informazioni ai prigionieri. L’annichilimento delle persone catturate e detenute nel campo era totale.

Chi ha potuto raccontarlo, ha parlato di “waterborading”, la tortura dell’acqua che prevede l’annegamento un attimo prima di rimanere completamente senza respiro, torture psicologiche e fisiche, violenze sessuali, pratiche degradanti, minacce, pestaggi, cambi repentini di temperature, dal caldo bollente al gelo, musica assordante, metodi di persecuzione religiosa. Chi non parlava, i più duri come chi non aveva semplicemente nulla da dire, veniva costretto in celle grandi quanto la propria persona e rimanere lì per giorni. C’è chi veniva costretto a digiuni prolungati, chi ha detto di essere stato drogato, chi torturato con sveglie nel cuore della notte e interrogatori senza fine per giorni. Tanti sono stati privati del sonno. In un rapporto della task force medica che si è occupata della condizione dei prigionieri di Guantanamo si è giunti alla conclusione che la Cia aveva costretto il personale sanitario a fare di tutto per controllare quelle torture, capire in che modo far sopravvivere le persone abusate e torturate, fino ad arrivare all’alimentazione forzata.

Le denunce e il vero male del campo

Per anni queste torture sono state denunciate da giornali, politica, associazioni legali, associazioni per il rispetto dei diritti umani, e organizzazioni internazionali. Molti esponenti di spicco del Pentagono e delle amministrazione statunitensi che si sono succedute nel tempo hanno promesso cambiamenti sensibili nel trattamento dei detenuti. Eppure quel mostro non è mai stato abbandonato e non ha mai interrotto il suo terrificante lavoro. Un campo che era partito con l’idea di essere il luogo in cui gli Stati Uniti avrebbero punito gli autori e i complici degli attentati dell’11 Settembre, e che invece si è trasformata nel simbolo di un Paese che non è riuscito a sfuggire alla logica della vendetta. Non un faro di civiltà in cerca di giustizia, ma un sistema assetato a sua volta di terrore.

Come ha scritto Domenico Quirico su La Stampa, “il peccato originale di Guantanamo e della guerra al terrorismo, è nel fatto che una democrazia non ha saputo trovare una forma di giustizia per punirli senza a sua volta commettere ingiustizie. Senza diventare come loro”. Purtroppo la storia sembra non avere avuto alcun tipo da lezione. L’Afghanistan è stato abbandonato dopo venti anni di guerra. Guantanamo, che doveva essere una sorta di laboratorio di giustizia interna, si è trasformata oggi nell’ultime eredità di una crociata, come era definita dai sostenitori del conflitto più duro, che non ha visto vincitori né vinti.

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