Nei suoi ultimi giorni di latitanza, ma sarebbe meglio dire mesi, o addirittura anni, il leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi era inquieto, spaventato, temeva le congiure e il tradimento dei suoi fedelissimi che, come infatti è stato, lo hanno venduto alla Cia. Secondo quanto rivelato da fonti ben informate, il Califfo si travestiva da pastore nelle sue brevi sortite fuori dal rifugio nel villaggio al confine dalla Turchia, dove spesso passava il tempo nascosto sotto terra, proprio dove ha trovato la morte durante il raid della forze speciali americane. La “caduta” del Califfo, ricorda gli ultimi giorni di Hitler: richiuso in un bunker, nell’oscurità di un sotterraneo, a lamentarsi per l’andamento della sconfitta e al crollo del suo “impero” con una ristretta cerchia di sopravvissuti.

Nascosto sotto terra, anche quando non ve n’era apparente bisogno; dipendente da una rete sempre più ristretta di fidati, pochi confidenti e familiari. I militanti fatti prigionieri nell’incursione che il 26 ottobre ha portato alla morte di Baghdadi lo hanno dipinto come un uomo ossessionato dal timore di essere trovato. Latitante da anni, cercava di tenersi in vita nei più remoti angoli del deserto siriano che un tempo gli appartenevano – quando le bandiere nere dell’autoproclamato Stato islamico terrorizzavano migliaia e migliaia di chilometri quadrati di territorio in Siria e Iraq. Alla fine, quella sua ossessione per i traditori si è rivelata fondata: venduto da un fedelissimo della sua cerchia sempre più ristretta, è stato individuato dai servizi segreti americani che lo cercavano da anni. Fuggito sotto terra, come era solito fare anche quando sopra la sua testa non c’erano gli operatori delle forze speciali della Delta Force in assetto da combattimento, i cani da guerra K-9 e gli agenti “hunter killer” della Cia, l’intoccabile “califfo” delle milizie islamiste che ordinava esecuzioni, attentati e guerre sante in nome della sharia, ha trovato la morte. Terrorizzato, fino all’ultimo istante, dall’idea di essere catturato dagli americani – che possiamo dirlo, non sarebbero stati riguardevoli nei suoi confronti.

Le parole della “schiava” di Baghdadi

Una giovane ragazza araba di nome, Yazidi , che secondo Associated Press si sarebbe identificata come una delle sue schiave, ha raccontato come Baghdadi si muovesse già in passato con una cerchia di sette fedelissimi: il nucleo più ristretto di coloro che erano rimasti estranei a faide, defenestrazioni, e che erano scampati alle missioni “hunter killer” della Cia. Che non ha mai smesso di condurre raid con i droni armati che sorvegliavano le zone “ostili” del Medio Oriente, e all’occorrenza colpivano obiettivi “high-value” identificati e confermati. Mesi fa il califfo ridotto al silenzio, che era scomparso per tutti e che molti credevano in realtà già morto – dato l’ultimo proclamo rilasciato nel 2017 – aveva delegato la maggior parte dei suoi poteri a un affiliato che è probabilmente l’uomo annunciato dal gruppo come successore e leader di ciò che resta in piedi dell’Isis: Abu Ibrahim al-Hashimi al Qurayshi.

Yazidi, liberata in un raid guidato dagli Stati Uniti a maggio, afferma che già nel 2017 Baghdadi tentava di fuggire dalla provincia siriana di Idlib. Gli spostamenti avvenivano su piccoli convogli che contavano al massimo tre veicoli, sui quali viaggiavano il califfo, la sua famiglia e lo strettissimo entourage addetto alla sua sicurezza. Durante l’ultimo viaggio nel quale era presente anche la “schiava”, il convoglio fu costretto a rimanere una settimana nella città siriana sud-orientale di Hajin (al confine con l’Iraq) per timore di cadere preda di un attacco americano. Da lì il gruppo si spostò a nord di Dashisha, un’altra città di confine in Siria, all’interno del territorio rimasto sotto il controllo dell’Isis. L’ultima volta che la ragazza ha visto al-Baghdadi sarebbe stata nella primavera del 2018.

Braccato e soggetto al crollo nervoso

Qui si lega la parola di altri adepti caduti in mano “nemica” e interrogati, che nel periodo successivo a quello resocontato dalla ragazza, descrivono Baghdadi come soggetto ad un “crollo nervoso”. Era solito lamentare il tradimento dei suoi fedeli e l’andamento catastrofico degli eventi che portavano al travolgimento dell’Isis, le cui milizie indietreggiavano su ogni fronte fino rimanere accerchiate in piccole “sacche di resistenza”, enclaves nel remoto territorio siriano. Secondo un’altra fonte caduta in mano irachena, Mohamad Ali Sajit, i suoi ultimi movimenti erano estremamente limitati. “Camminava con una cintura esplosiva” perennemente, e la teneva accanto a lui anche quando dormiva. Costringeva chiunque lo accompagnasse a indossarne una. L’unico telefono cellulare, che non usava mai in prima persona, era affidato ad un suo fedele Abu Hassan al-Muhajer. Un Samsung Galaxy 7 per la precisione.

Lo stress che attanagliava il califfo ha contribuito a peggiorare lo stato della sua salute, già messa duramente alla prova dal diabete che costringeva Baghdadi al costante controllo dei livelli di glicemia e alla necessità di dovere reperire scorte e assumere insulina. In quel periodo Baghdadi aveva iniziato inoltre a travestirsi da pastore per non essere notato e per evitare che gli occhi elettronici dei droni americani lo “identificassero”. Il consiglio sarebbe giunto da Abu Sabah, incaricato dal califfo di badare alla sua sicurezza. Quando Sabah era informato della possibilità di un raid americano, il califfo si nascondeva in delle buche che venivano coperte di terra e dove venivano fatte pascolare sopra delle pecore. La ristrettissima cerchia di fedelissimi che lo accompagnava nell’area nord occidentale della Siria – tra le cinque e le sette persone – comprendeva al-Muhajer, al-Zubaie, Abu Sabah,e Abu al-Hakim. Secondo le informazioni confermate dagli Stati Uniti sia Al-Muhajer che Al-Zubaie sono stati eliminati nel corso di due raid mirati.

Il rifugio e la “caduta” del califfo

I funzionari statunitensi hanno dichiarato di non conoscere il periodo e il modo in cui al-Baghdadi ha raggiunto la provincia di Idlib per stabilirsi nel villaggio di Barisha, a circa 5 chilometri dal confine con la Turchia, in un complesso di recente costruzione che era stato adibito a bunker; dotato di appositi tunnel sotterranei per nascondersi dai bombardamenti americani e per fuggire nel caso di una incursione delle forze speciali. Ciò che è noto però, è che per merito del “ponte curdo” che ha reclutato la talpa tra i fedelissimi del califfo, i sevizi segreti americani (e pare francesi) abbiano individuato Baghdadi in questa remota zona che l’intelligence non aveva reputato “adatta” per il suo nascondiglio. La zona era infatti sotto il controllo di una milizia affiliata ad Al-Qaeda, rivale dell’Isis. Il complesso abitativo adibito a rifugio-bunker, che non compare nelle fotografie satellitari precedenti al 2017, apparteneva a un uomo di nome Abu Mohammed al-Halabi: un commerciante di pecore che non aveva legami con il resto del villaggio.

Lì Al-Baghdadi ha trascorso gli ultimi giorni della sua vita, nascosto sotto terra, secondo i resoconti malato e divorato dallo stress e dall’ossessionate di essere trovato e catturato. Fino a quando una dozzina di elicotteri scuri del 160th Special Operations Aviation Regiment non hanno trasportato sul posto il team delle forze speciali che alle 23.00 nel 26 ottobre 2019 ha condotto il raid di due ore che ha portato alla definitiva caduta del Califfo. Baghdadi, fuggito nei sotterranei con i suoi figli, si è tolto la vita. Gli abitanti del villaggio, che all’arrivo degli americani si sono chiusi in casa, hanno dichiarato dopo lo svolgimento dell’operazione (terminata con la distruzione totale del bunker attraverso bombardamento aereo) di non aver mai sospettato che in quella casa si rifugiasse il leader dell’Isis: “Nessuno si aspettava davvero che al-Baghdadi fosse qui”, ha dichiarato un residente agli inviati della stampa internazionale che hanno messo piede a Barisha.