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Terrorismo /

Dove si annida il maggior pericolo terroristico per gli Stati Uniti? Non più in Afghanistan, ha detto la direttrice dell’intelligence Usa Avril Haines, e per questo è stato meglio ritirarsi concentrandosi su altri luoghi. Per Washington, spiega il vertice degli 007 statunitensi, le minacce incombono soprattutto da Yemen, Somalia e dalle ultima sacche dell’Isis in Siria e Iraq. Ed è un segnale importante non solo per comprendere le ultime recenti mosse dell’amministrazione Biden, ma anche per immaginare le prossime decisioni degli Stati Uniti.

L’affermazione di Haines non è scontata. Per gli Usa, l’Afghanistan non è più un problema prioritario, nemmeno sotto il profilo della sicurezza interna. Quello che un tempo era considerato il santuario di Al Qaeda e dove molti ritenevano fosse possibile un ritorno delle organizzazioni terroriste una volta terminata la presenza Nato, oggi è considerato un territorio difficile, ma non così pericoloso come altri. Una condizione che non sarebbe cambiata nemmeno con la presa di potere dei talebani, tanto che, spiega Axios, l’intelligence americana ritiene la minaccia del terrorismo proveniente dall’Afghanistan “metastatizzata”. Il problema c’è, ma ormai è considerato endemico. E il colpo inferto dalla branca locale dell’Is (l’Is-K) potrebbe essere il segnale di un movimento da alta e bassa marea in cui l’Afghanistan potrebbe diventare non l’epicentro di un fenomeno terroristico esteso al mondo, ma concentrato solo a Kabul e dintorni.

Se per Haines il problema afghano è diventato secondario nella scala gerarchica degli Stati Uniti, anche se ovviamente non dimenticato. Resta il problema di controllare la possibilità di un rafforzamento di alcune sigle del terrore di matrice islamista e soprattutto manca quell’apporto di informazioni che era garantito dalla presenza in loco di migliaia di soldati e collaboratori afghani. Kabul è, in sostanza, sempre sotto osservazione. Diverso è il caso di Al Qaeda in Yemen, le ultime sacche dell’Isis in Siria e Iraq così come le organizzazione terroristiche che operano in Corno d’Africa: in particolare Al Shabaab in Somalia. È su queste aree che si concentrano ora gli sforzi delle forze di sicurezza americane. E questo potrebbe indicare anche come si stia modificando l’impegno degli Stati Uniti a livello militare e di intelligence. Perché se a Kabul hanno indicato un governo – come confermato dall’accordo che ha spalancato le porte alla nascita dell’Emirato islamico – questione ben diversa è quella di aree in cui regna il caos o dove gli Stati Uniti non considerano ufficialmente terminato il conflitto (come in Siria).

Washington non ha mai cessato di essere coinvolta in questi conflitti. In Somalia, Africom (il comando Usa per l’Africa) riporta periodicamente attacchi contro Al Shabaab e missioni di supporto alle truppe locali. In Yemen, Al Qaeda rappresenta ancora una minaccia latente, ma son soprattutto gli Houthi a essere considerati un problema prioritario per la sicurezza degli alleati regionali dell’America, a partire dall’Arabia Saudita. E sul fronte siriano e iracheno, nonostante la scomparsa del Califfato come entità territoriale, la presenza sul campo degli avversari degli Usa non rende automatico alcun ritiro da parte americana.

Per gli Stati Uniti è anche una questione di influenza internazionale. La minaccia terroristica in Siria e Iraq permette ancora oggi di mantenere in piedi l’impegno (ormai sempre più minimo) nei due Paesi teatro delle altre cosiddette “infinte wars” insieme all’Afghanistan. Ritirare altre truppe alla regione significherebbe togliere uno strumento di pressione all’Iran ma anche alla Russia, presente in Siria. E rischierebbe di provocare risentimenti anche in Israele, dal momento che l’assenza di impegno Usa in Medio Oriente viene considerata da molti segmenti dello Stato ebraico come un tradimento. In Somalia, il gioco riguarda non solo Mogadiscio ma anche tutto il Corno d’Africa e rappresenta un test per comprendere la proiezione di forza di Washington in un’area in cui sono coinvolte tutte le forze internazionali sia per le diverse lotte per la supremazia regionale che nel contrasto alla pirateria. E lo Yemen, non lontano proprio dal fronte africano, è un luogo in cui si gioca non solo la capacità iraniana di proiettarsi nell’area, ma anche un modo per monitorare Bab el Mandeb e il passaggio verso il Mar Rosso. Giochi di influenze e organizzazioni terroristiche che si mescolano alla corsa mondiale verso la supremazia dell’area.

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