Gli spari su Fico, leader fuori dal coro Ue in un Paese che può esplodere

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Terrorismo /

Siamo sull’orlo della guerra civile“: non ha usato mezzi termini Šutaj Eštok, ministro degli Interni della Slovacchia, a valle dell’attentato al primo ministro Robert Fico, colpito ieri da un uomo di 71 anni nella ex città mineraria di Handlová, ove si trovava per un consiglio dei ministri indetto in periferia in una roccaforte della sua formazione populista e socialdemocratica, lo Smer. Un allarme fortissimo per un attentato che diversi funzionari del governo di Bratislava hanno indicato come “motivato per ragioni politiche“. Eštok, esponente della formazione nazionalista di sinistra Voce – Socialdemocrazia, ha condannato l’odio politico interno come causa di quello che è il giorno più nero della Slovacchia dal 21 febbraio 2018, quando il giornalista investigativo Jan Kuciak, che indagava su infiltrazioni della criminalità organizzata nel Paese, fu assassinato assieme alla fidanzata Martina Kušnírová nella sua abitazione di Veľká Mača. Ne seguì un terremoto politico. Il terzo governo di Fico crollò proprio per l’onda lunga dello scandalo corruzione. Gli successe l’ex presidente del Parlamento Peter Pellegrini, che nel 2020 guidò lo Smer alle elezioni in cui registrò una dura sconfitta.

Fico tra cadute e ritorni

Sembrava l’inizio della fine per la formazione che ereditava la tradizione socialdemocratica e populista dell’antico partito di governo della Cecoslovacchia comunista, ma gli anni successivi hanno cambiato tutto. La pandemia prima e, soprattutto, la guerra in Ucraina poi hanno profondamente esposto la Slovacchia. E sul sostegno a Kiev e l’adesione compatta di Bratislava alla Nato. Il movimento conservatore Gente Comune e Personalità Indipendenti (Olano), uno strano mix di pulsioni populiste anticasta e valori tradizionali, dopo esser stato l’azionista di maggioranza di ben tre governi opposti dallo Smer, non ha retto la sfida politica di Fico che è riuscito a tornare al governo a ottobre 2023, cavalcando lo scontento per l’inflazione, il caro-energia e i rischi securitari. Formando un governo in cui tornavano in prima linea gli apparati andati in crisi tra il 2018 e il 2020. Nel Parlamento di Bratislava, composto da 150 membri, i 42 seggi dello Smer e i 27 di Voce sono completati nella maggioranza dai 10 del Partito Nazionale Slovacco (Sns), formazione di ultradestra che è la “stampella” di un esecutivo divisivo che guida un Paese spaccato. La cui “restaurazione” si è completata nelle recenti elezioni presidenziali, vinte dal già citato Peter Pellegrini, destinato a subentrare nelle prossime settimane a Zuzana Caputova, avvocato anticorruzione eletto nel 2019 sull’onda dello sconcerto per la morte di Kuciak.

L’attentato e le sue conseguenze

Questa discussione serve a capire come le generiche “motivazioni politiche” di cui le autorità parlano in relazione all’attentato a Fico possono riguardare, potenzialmente, qualsiasi movente. I media slovacchi notano che il sospettato ha preso la decisione di sparare a Fico, che lotta per la vita in ospedale a Banska Bystrica, dopo le recenti elezioni presidenziali. Le quali hanno confermato un trend consolidato: una Slovacchia mina vagante nell’Europa e nella Nato come “voce fuori dal coro” su temi come l’integrazione militare, il sostegno all’Ucraina, la deterrenza antirussa, sorella minore dell’Ungheria di Orban. Una Slovacchia, al contempo, in cui è pronta a entrare in vigore una misura di azzeramento dei vertici dell’emittente pubblica, contestata dalle opposizioni; in via di discussione anche una riforma del codice penale contestata per la presunta spinta ad alleggerire la pena per alcuni reati corruttivi, sospesa dalla Corte Costituzionale. Spesso descritto come “filorusso”, Fico è interprete del sentimento della Slovacchia profonda e periferica, ha trasformato un partito progressista e di centro-sinistra in una macchina elettorale pigliatutto, facendo del misto tra agenda interna e estera la sua macchina da guerra.

Fico sarebbe atteso in Svizzera nelle prossime settimane per il summit sulla pace in Ucraina convocato dal governo elvetico, che cade in un momento cruciale. Il premier ha detto nei mesi scorsi sia che l’Ucraina possa trovare la pace solo cedendo territori a Mosca sia che Bratislava, in controtendenza con Paesi come la Polonia che sostengono l’Ucraina sul campo ma non nei consessi diplomatici europei, non ha preclusioni sull’accesso di Kiev all’Unione Europea. Un doppiopesismo tattico con cui Fico ha acquisito centralità nelle discussioni.

La violenza dilaga

In quest’ottica, difficile trovare una causa univoca per le “motivazioni politiche” di cui parlano le autorità. Andrej Danko, capo dell’Sns e numero due del Parlamento, ha subito dato addosso all’opposizione accusandola di essere responsabile del clima d’odio contro Fico. “Le emozioni sono naturalmente forti, ma sarebbe molto brutto infiammare questa situazione già pericolosa”, lo ha però rimbrottato Eštok. Si indaga soprattutto sulla pista interna: le svolte di Fico su media e magistratura, che l’elezione di Pellegrini a capo dello Stato potrebbero vidimare definitivamente, avrebbero indotto all’azione l’attentatore. Ma è indubbio pensare che anche a livello internazionale un attentato a un leader così fuori dal coro nella politica europea inevitabilmente scatenerà riflessioni e discussioni. Un leader europeo in carica non veniva preso di mira da quando a Belgrado il primo ministro Zoran Đinđić è stato ucciso a colpi di arma da fuoco nel 2003. Ieri, come oggi Paesi di frontiera, divisi tra tensioni interne e problematiche geopolitiche. Nel torbido, la violenza politica che sta tornando, passo dopo passo, a alzare l’asticella in Europa. A poche settimane dal voto per le Europee, un pessimo segnale.