Nelle ultime ore il Mozambico, Paese dell’Africa australe bagnato dall’Oceano Indiano, è salito alla ribalta delle cronache di tutto il mondo per l’attacco condotto dalla formazione islamista conosciuta come Al Shabaab (lo stesso nome dei qaedisti somali ma nessun legame tra le due formazioni),o Ahlu Sunna Wal Jammah (ASWJ), alla città di Palma, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado. Un’azione eclatante iniziata il 24 marzo e durata per giorni e che ha provocato decine di vittime, ancora non ci sono stime ufficiali da parte del governo, mentre i terroristi dicono di aver ucciso almeno ”55 persone tra membri delle forze armate, cristiani e occidentali”.

In molti dei cittadini locali si sono dati alla fuga a bordo di piccole imbarcazioni, gli stranieri presenti in città, in quanto impiegati nel settore estrattivo, si sono barricati invece all’interno dell’Aamarula Hotel. Gli islamisti ora dicono di aver preso il controllo di Palma, città di 75.000 abitanti e importante sito di estrazione di gas.

Non è stata la sola notizia shockante proveniente dal Mozambico e ad essere riportata dai media di tutto il mondo negli ultimi giorni. Il 16 marzo infatti l’Ong Save the Children, aveva raccolto e diffuso la testimonianza di donne residenti nel nord del paese che avevano assistito alla decapitazione dei propri bambini da parte degli affiliati all’ISIS.  Due episodi terribili che hanno messo sotto i riflettori un’insurrezione armata islamista per troppo tempo poco coperta dalla stampa globale ma che dal suo inizio, nel 2017, ad oggi ha provocato la morte di oltre 2mila persone e costretto alla fuga più di 600mila abitanti della zona.

La sfida jihadista ai francesi di Total

Secondo analisti ed esperti, all’origine della sollevazione jihadista nell’ex colonia portoghese ci sarebbe la condizione di estrema povertà della popolazione, l’enorme tasso di disoccupazione e soprattutto l’esclusione delle comunità locali dai proventi derivati dai ricchissimi giacimenti di risorse naturali. A Palma, la città dove si è registrato l’attacco delle ultime ore c’è infatti un impianto di gas gestito dalla multinazionale francese Total e secondo le stime, nel nord del Mozambico, è stato scoperto nel 2010 un giacimento di gas naturale che, una volta sfruttato, farebbe del Paese africano il secondo produttore mondiale di gas dopo il Qatar. Il progetto estrattivo capitanato dai francesi, ma che vede anche la partecipazione dell’Eni e dell’americana ExxonMobil, è un investimento da 150 miliardi di euro e il tutto in uno dei paesi più poveri dell’Africa orientale e dell’intero continente.

L’estrema povertà della popolazione, la miseria assoluta, il radicalismo delle predicazioni islamiste unito al rancore covato per anni da intere generazioni private di qualsiasi futuro sono i fattori che spiegano il perchè la ribellione degli estremisti islamici sia stata in grado di ottenere consensi tra la popolazione e svilupparsi molto rapidamente. C’è un altro fattore importante da prendere in considerazione per capire come mai la provincia di Cabo Delgado sia diventata ora una satrapia di Daesh in africa australe: la brutalità e la repressione incontrollata da parte delle forze armate mozambicane.

Gli effetti della repressione governativa

I soldati dell’esercito di Maputo stanno commettendo lo stesso errore compiuto dai propri colleghi nigeriani nella lotta contro Boko Haram, ovvero fare della paura e delle barbarie l’antidoto al terrore. La popolazione è vittima di violenze e InsideOver a settembre aveva già denunciato i soprusi commessi dai regolari che in più occasioni si sono abbandonati a omicidi ai danni di civili, esecuzioni sommarie, stupri e razzie. Fenomeni che hanno aiutato la ribellione islamista ad allargare le proprie fila facendo leva anche sull’esasperazione e la frustrazione dei cittadini vessati dalle forze governative.

Nelle ultime ore diverse agenzie di contractors, come la Dyck Advisory Group (DAG) e Paramount Group si sono dichiarate pronte a inviare i propri uomini e il Portogallo manderà sessanta militari in supporto alle truppe di Maputo. Una prospettiva, quella della militarizzazione della provincia di Cabo Delgado, che però spaventa perché il rischio è che non porti a una soluzione del problema ma a una sua cronicizzazione come si è registrato in altre zone del continente africano: Somalia, Lago Ciad e Sahel.

Ma se questa è la situazione che si sta vivendo nel nord del Mozambico per comprendere chi sono nel dettaglio gli jihadisti dell’ASWJ occorre far riferimento al report pubblicato a metà marzo dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti riguardante le nuove formazioni terroristiche operanti in Africa. Il dossier si concentra sulle formazioni presenti in Congo e nel Paese dell’Africa australe.

Il processo di radicalizzazione

”In Mozambico, l’ASWJ si è formato quando giovani frustrati, compresi piccoli commercianti locali e pescatori, hanno iniziato a costruire le proprie moschee e case di preghiera nella provincia di Cabo Delgado e hanno iniziato così a sfidare leader religiosi che consideravano troppo vicini alle autorità statali. La polizia da subito ha attuato la repressione e i giovani allora, sempre più radicalizzati, hanno preso le armi, lanciando il loro primo attacco nel 2017”. È con queste parole che si apre il lavoro di analisi delle nuove formazioni islamiste e riportato dall’organizzazione Crisis Group e proseguendo nella lettura si scopre che il gruppo si è rafforzato e sofisticato enormemente sotto un punto di vista militare negli ultimi anni ed è passato da attacchi, anche all’arma bianca, a una vera e propria strategia di guerriglia che ad agosto l’ha portato a condurre un’azione eclatante a Mocimba do Praia quando ha preso controllo del porto della città costiera.

Un altro aspetto interessante che emerge dall’analisi è che il gruppo, sebbene sia legato al franchising dello Stato Islamico, è una realtà però totalmente africana dal momento che secondo funzionari governativi e fonti di sicurezza regionali la maggior parte dei foreign fighters che militano tra le fila degli jihadisti mozambicani proviene dalla Tanzania e Abu Yasir Hassan, che gli Stati Uniti hanno identificato come leader di ASWJ, è anche lui tanzaniano. Un aspetto non secondario perché rivela come il fondamentalismo islamico stia allargandosi in sempre più nei Paesi dell’Africa infettando i gangli di ampi strati della società civile e religiosa.

In un’ultima analisi ciò su cui si interrogano analisti ed esperti di sicurezza è come sconfiggere la minaccia jihadista e la risposta è che, così come per Nigeria, Sahel e Corno d’Africa, l’intervento militare non è sufficiente se non accompagnato da investimenti mirati a combattere la miseria endemica della regione e l’assenza dei più basilari servizi statali. Fattori, quest’ultimi, che sono il carburante con il quale si nutrono in Africa tutte le forze ribelli legate all’internazionalismo salafita.