Lo scorso 3 febbraio, i servizi di sicurezza della polizia norvegese (Politietse Sikkerhetstjeneste-Pst) hanno pubblicato un report dal titolo “Come evitare gli attentati terroristici” (Hvordan avverges terrorangrep), nel quale vengono presi in esame 91 casi di attentati sventati nel periodo tra il 2012 e il 2019 in Occidente (inteso come Europa, Nord America, Australia e Nuova Zelanda). Lo studio si focalizza in particolar modo sulle modalità con le quali le autorità sono giunte a conoscenza dei piani di attacco degli attentatori, evidenziando e rilanciando l’importanza della “sicurezza partecipata“, intesa come contributo essenziale della cittadinanza nell’allertare le forze dell’ordine nel momento in cui vengono percepiti comportamenti sospetti. Il documento incoraggia apertamente il cittadino ad “affidarsi al proprio istinto”, in quanto qualsiasi informazione potrebbe rivelarsi utile alle indagini. Lo studio, reperibile qui in lingua originale, è stato tra l’altro tradotto in inglese e pubblicato sul sito del ricercatore britannico di origini irachene, Aymenn Jawad al-Tamimi, esperto di jihadismo dell’area siriano-irachena.

I contenuti

Il report è suddiviso in due parti, nella prima vengono discusse le modalità con le quali gli attacchi sono stati preventivamente individuati e prevenuti; nella seconda parte vengono invece fornite informazioni su come la cittadinanza può contribuire ad allertare le forze dell’ordine norvegesi in caso di attività sospette.

Un primo elemento d’interesse riguarda i numeri, con ben 91 attentati sventati, in 13 paesi, in un periodo che va dal 2012 al 2019 e con ben 60 di questi scongiurati tra il 2017 e il 2018 (Norvegia inclusa).

Lo studio, per ovvi motivi, non fornisce dettagli sulle operazioni o sui casi specifici, ma elabora interessanti statistiche sugli attori che hanno contribuito a sventare gli attacchi, mettendo da subito in evidenza come la PST faccia affidamento su differenti interlocutori per quanto riguarda l’azione preventiva di monitoraggio.

Infografica di Alberto Bellotto

I dati parlano chiaro: il 43% degli attacchi sono stati sventati in base a informazioni reperite dall’Intelligence e dai Servizi di Sicurezza; il 28% dalla Polizia; il 18% su allerta della cittadinanza e l’11% grazie a segnalazioni giunte da istituzioni pubbliche e private.

Scendendo ulteriormente nei dettagli sulla provenienza degli “alert”, emerge come nel 45% dei casi sono stati gli stessi attentatori, attraverso attività online, ad allertare le autorità, già attive con il monitoraggio del web.

E’ risultato poi di estrema rilevanza il contributo delle segnalazioni provenienti dalle cosiddette “terze parti”, intese come enti pubblici, datori di lavoro, colleghi o osservatori occasionali.  Vi sono poi due 10% provenienti da ambienti vicini agli attentatori (amici e parenti) ed altre categorie occasionali non coperte dagli altri indicatori.

Un 9% riguarda poi attacchi individuati in seguito a operazioni di polizia non collegate al terrorismo: ovvero indagini legate a traffico di stupefacenti, furti e semplici perquisizioni e controlli.

Il 3% dei casi è invece il risultato di minacce o dichiarazioni esplicite fatte dagli attentatori; in poche parole, l’aver resa nota la volontà di compiere attacchi.

I dati forniti dallo studio mettono in evidenza un aspetto interessante per quanto riguarda gli ambienti vicini agli attentatori, intesi come familiari e amici, che spesso non segnalano nulla alle autorità, nonostante i sospetti. Il report ipotizza che i motivi siano essenzialmente due: il fatto che il sospetto in sè non sia sufficiente ad allertare la polizia e il timore di conseguenze negative (es: vendette, rappresaglie, problemi legali).

Il contesto sociale vicino agli attentatori è certamente complesso, come dimostra ad esempio il profilo di Sudesh Mamoor Faraz Amman, il ventenne britannico che lo scorso 2 febbraio ha ferito tre persone in un quartiere a sud di Londra prima di venire abbattuto dalla polizia. Sul suo profilo sono emerse opinioni contrastanti, con la madre e alcuni vicini di casa che lo descrivevano come “persona tranquilla ed educata” e i suoi ex compagni di scuola che lo indicavano invece come “soggetto strano, disturbato e che aveva più volte reso nota la volontà di diventare un terrorista”.  La percezione dell’individuo può infatti variare in base a una moltitudine di fattori, tra cui i legami affettivi, la frequenza con la quale si è in contatto con il soggetto in questione e la durata dell’interazione.

Un ulteriore elemento emerso dal report della PST è l’importanza ricoperta dal web, in quanto nel 45% dei casi, il potenziale attentatore risultava attivo con esplicita attività online. Un aspetto che indica ancora una volta l’importanza del monitoraggio di internet, divenuto mezzo fondamentale per l’attività di propaganda e reperimento di informazioni da parte del jihadismo e dell’estremismo politico e religioso in generale.

Infografica Alberto Bellotto

L’importanza della “sicurezza partecipata” e i consigli della PST alla cittadinanza

La seconda parte del report si concentra invece sull’importanza della sicurezza partecipata, intesa come partecipazione attiva della cittadinanza nell’allertare le autorità competenti in caso di fenomeni sospetti. La PST norvegese incoraggia la cittadinanza a fare affidamento sul proprio istinto ed elenca alcuni elementi che possono aiutare il cittadino ad individuare possibili comportamenti sospetti, come ad esempio l’esprimere palesemente la volontà di sostenere o perpetrare attacchi terroristici di stampo politico o religioso; l’essere attivi nella divulgazione di materiale o nella ricerca di informazioni su armi ed esplosivi. Ulteriori comportamenti indicati come sensibili sono l’eventuale isolamento dalla famiglia ed eventuali riprese fotografiche e video di zone ed edifici che potrebbero diventare target di attacchi.

In aggiunta, viene fatto riferimento a potenziali acquisti (o furti) di materiale “sensibile” che va da petardi ed esplosivi, fino a componenti chimici, armi da fuoco o parti separate che le compongono, munizioni, indicando anche di prestare attenzione a forti odori fuori norma ed eccessiva ventilazione (che potrebbero indicare la lavorazione di ordigni). Il report conclude poi ricordando come l’identità di chi decide di procedere con eventuali segnalazioni, sia accuratamente tutelata nella massima riservatezza.

Il coordinamento tra società civile e Forze dell’Ordine risulta fondamentale per la prevenzione di attacchi. Un occhio vigile, se adeguatamente indirizzato, può contribuire ampiamente alla sicurezza, segnalando per tempo attività sospette. L’impreparazione e il mancato coinvolgimento della cittadinanza comporta rischi maggiori e predispone terreno fertile al potenziale attentatore.