Ormai abituati da due anni a questa parte nel sentir parlare della Russia solo ed esclusivamente in merito all’invasione d’Ucraina, gli attentati del 22 marzo 2024 hanno ricordato ai russi l’aspro sapore del terrorismo domestico. Al di là delle rivendicazioni e delle responsabilità su cui si cercherà di far chiarezza nelle settimane a venire, Mosca e la Russia tutta rivivono in queste ore quella che fu una delle stagioni più violente della loro storia recente, ovvero il terrorismo separatista di matrice islamica legato alle repubbliche secessioniste del Caucaso: Cecenia, Daghestan ed Inguscezia.
Prima e seconda guerra di Cecenia
Troppo spesso dimenticate dalla narrazione occidentale della storia post Guerra Fredda, la Prima e la Seconda Guerra di Cecenia furono due conflitti avvenuti tra i primi anni ’90 e la fine degli anni 2000 che videro la regione caucasica della Cecenia proclamare la propria indipendenza da Mosca. Questi conflitti misero alla prova la neonata Federazione Russa sia da un punto di vista militare sia sociale, portando l’esercito di Mosca ad affrontare una guerriglia ben organizzata e a soffrire perdite ben oltre le aspettative di quella che era considerata essere la seconda potenza militare al mondo. Regione tra le più aspre e mai controllata del tutto da parte dello stato centrale sin dalla sua annessione, la Cecenia è sempre stata una delle provincie più terminali ed allo stesso tempo più strategiche dell’intera regione caucasica. Ricco infatti di risorse naturali quali petrolio e gas naturale, il Caucaso è abitato storicamente da una popolazione di religione prettamente musulmano-sunnita, motivo per il quale l’integrazione con la lontana Mosca non è mai riuscita del tutto.
Perso il primo conflitto tra il 1994 ed il 1996 a seguito di una scellerata gestione militare dell’allora non sempre sobrio presidente Boris El’cin, la Russia si trovò a dover affrontare già nel 1999 un gravissimo attentato dinamitardo presso palazzine residenziali di Mosca che costò la vita a 300 persone. Le responsabilità dell’esplosione non furono mai chiarite, tanto che ancora oggi si considerano questi attacchi la madre di tutte le “false flag” (termine usato nelle cronache odierne ben oltre l’intelligente misura) russe. La versione ufficiale afferma che furono le forze separatiste daghestane a piazzare le bombe, mentre diverse fonti sostengono invece che furono membri dell’FSB a piazzare gli ordigni. Il motivo? Sarebbe presto detto: al governo centrale serviva una motivazione per poter riavviare le operazioni militari in Cecenia e cancellare l’esistenza dell’autoproclamata Repubblica. Come andarono le cose quella notte a Mosca non lo sapremo mai, ma di fatto di lì a breve le truppe russe ripresero la direzione di Grozny, la capitale cecena.
A pochi mesi dall’inizio del nuovo millennio Boris El’cin avrebbe concesso la carica di primo ministro ad un funzionario allora sconosciuto, che si sarebbe candidato successivamente alle elezioni del 2000: Vladimir Putin. Questi sin dai suoi primi giorni in carica decise di non ripetere gli errori del passato, dando una nuova direzione al conflitto in cui la Russia stava entrando. E così fu. Le truppe russe mostrarono progressi decisivi sul campo, portando i separatisti ad attività di guerriglia sempre più intense per cercare di contrastare i regolari di Mosca. Non riuscendo ad acquisire un vantaggio netto sul campo, i guerriglieri optarono per la più crudele delle tattiche: attaccare i civili di quello stato da cui si volevano separare. E così iniziò la stagione degli attentati straordinari.
Dal Teatro Dubrovka a Beslan
Ancora oggi è difficile cancellare le immagini dell’assalto al teatro Dubrovka, nel 2002, dove 40 guerriglieri tennero in ostaggio quasi 900 spettatori per 3 giorni. Nonostante i tentativi di mediazioni alla fine si optò per l’intervento degli Spetsnaz, ovvero le forze speciali russe, che usarono gas nervino per impedire ai terroristi di far saltare in aria il palazzo. L’intervento costò la vita a 130 ostaggi.
L’altra grande tragedia si consumò a Beslan tra l’1 ed il 3 settembre 2004, dove 30 guerriglieri separatisti tennero in ostaggio un’intera scuola elementare chiedendo il ritiro delle truppe russe dal Caucaso. Durante le trattative qualcosa andò storto, e non fu mai chiarito se furono i terroristi a far saltare in aria la palestra, se furono i genitori dei bambini in ostaggio a provare a liberarsi o se furono gli Spetsnaz a tentare un assalto. Quello che rimase alla fine del 3 settembre furono 330 morti di cui 186 bambini.
A seguito di quegli eventi e dell’enorme trauma collettivo che ne seguì, il governo di Mosca decise di chiudere definitivamente la partita cecena. In pochi anni tutti principali leader del movimento separatista furono tutti eliminati e dall’altro lato Putin si alleò con i clan di maggior potere in Cecenia (da qui lo stretto legame con i Kadyrov), così da avviarne una stabilizzazione politica dopo 20 anni di guerre.
Nonostante ad aprile 2009 le operazioni anti-terrorismo in Cecenia furono dichiarate ufficialmente concluse, la stagione degli attentati separatisti non finì. Divenne solo meno eclatante. Come poter dimenticare gli attentati alla metro di Mosca del 2010, o quelli all’aeroporto Domodedovo sempre a Mosca nel 2011, o l’esplosione di un autobus a Volgograd nel 2013. Tutti episodi di una guerra a bassa intensità iniziata nel 1994 ma mai finita del tutto.
All’indomani dell’invasione d’Ucraina si temeva che i carboni ardenti del separatismo rimasti sotto la cenere per 30 anni potessero riemergere improvvisamente. Infatti con l’attenzione delle truppe russe sul fronte ucraino, il Caucaso potrebbe infiammarsi di nuovo, con tutto ciò che questo potrebbe comportare per lo stato centrale russo. Ed il fatto che la rivendicazione del 22 marzo venga dalle file dell’Isis sorprende ancora di meno. È importante ricordare infatti che tra le fila dello Stato Islamico una delle componenti etniche maggioritarie fu proprio quella cecena. Se si pensa a tutti i veterani che sono tornati in patria in attesa dell’occasione per colpire, si può comprendere a quanto sia complessa e potenzialmente esplosiva la situazione. Il 22 marzo quindi non è stato qualcosa di nuovo per la Russia. È stato al contrario un incubo di cui sperava di essersi dimenticata, tornato di nuovo tremendamente attuale.

