Lo si è già visto nel 2011, in occasione dell’uccisione di Osama Bin Laden: nonostante il carisma e la personalità del fondatore di Al Qaeda, la sua organizzazione terroristica è sopravvissuta alla sua fine umana e politica. Quantunque all’interno del mondo jihadista avere figure di riferimento appaia quantomai importante, la fine dei leader non ha mai equivalso alla fine dei vari gruppi terroristici. Questo perché i miliziani, prima ancora che dalla fedeltà al capo, sono sempre apparsi motivati dalla spinta ideologica. Dunque, la morte di Al Baghdadi certamente non è destinata a spegnere l’Isis, ma appare importante capire come adesso si regolerà l’organizzazione terroristica.

Ci sarà un successore di Al Baghdadi?

Abu Bakr Al Baghdadi era un riferimento, una sorta di guida, un “califfo” per l’appunto agli occhi degli affiliati all’Isis. Ma il gruppo terroristico non si è mosso in questi anni, sotto il profilo organizzativo, seguendo una mera scala gerarchica. Anzi, molti attentatori che hanno compiuto le proprie azioni criminali in Europa sono sempre apparsi tragici esempi della pericolosità dei cosiddetti “cani sciolti“. Gente cioè che ha aderito all’ideologia dell’Isis ed ai proclami del califfo, ma che non ha mai ricevuto ordini da Al Baghdadi o da altri capi locali dell’organizzazione. L’Isis soltanto negli ultimi anni è diventata panislamica: le sue origini sono irachene e tra Iraq e Siria ha fondato un’entità statale che, quella sì, come tale obbediva ad una gerarchia con Al Baghdadi quale vertice indiscusso.

Oggi che l’Isis non ha più un territorio, né tanto meno un leader carismatico, potrebbe al momento non aver deciso quale direzione intraprendere. Se cioè quella di un’organizzazione il cui leader abbracci tutti i settori organizzativi ed ideologici, mantenendo un carattere panislamico anche nella struttura, oppure se invece al contrario quella costituita da vari leader locali accomunati solo dalla matrice salafita. Donald Trump nella conferenza stampa in cui ha annunciato ufficialmente la morte di Al Baghdadi, ha dichiarato di sapere chi è il successore del terrorista iracheno. Segno di come, secondo l’intelligence Usa o comunque quella più vicina al tycoon newyorkese, l’Isis vorrebbe eleggere un successore di Al Baghdadi che abbia i suoi stessi compiti e mantenga lo stesso ruolo nella leadership. Ed anzi, secondo la ricostruzione di Trump, la scelta sarebbe già avvenuta.

Da Baghdad ci si è spinti oltre: come ha dichiarato ad AgenziaNova un funzionario del ministero dell’interno iracheno, il governo del paese arabo avrebbe già individuato il nuovo Al Baghdadi. Si tratterebbe, nello specifico, di Abu Omar al Turkmani, terrorista originario della regione di Mosul il cui vero nome è Abdullah Qardash. La scelta sarebbe ricaduta su di lui grazie alla designazione che lo stesso Al Baghdadi avrebbe imposto al consiglio della Shura, al “governo” cioè interno all’Isis chiamato a risolvere le più importanti controversie inerenti l’organizzazione terroristica. Abu Omar al Turkmani viene descritto come un personaggio molto violento che, secondo i funzionari iracheni, potrebbe imporre da subito una nuova escalation di attentati per dimostrare l’esistenza dell’Isis anche nel post Al Baghdadi.

L’Isis come si strutturerà?

Ma per l’appunto, come detto prima, non è detto che il gruppo jihadista da subito sia in grado di eleggere un successore del califfo. Né, tanto meno, che voglia farlo. Per capire bene quest’ultimo passaggio, è utile fare un passo indietro: quando il califfato oramai era in procinto di cadere, a febbraio nell’ultima roccaforte di Baghouz si è avuta notizia di un vero e proprio tentato “colpo di Stato” contro Al Baghdadi. Ad ordirlo è stato il gruppo di miliziani tunisini interno all’Isis e non è stata la prima volta: anche nel 2017, quando l’Isis aveva ancora un vasto territorio, altri gruppi di tunisini hanno provato ad andare contro Al Baghdadi. Ad essere messa in discussione, non era soltanto la leadership bensì anche la struttura stessa dell’Isis: i gruppi dei cosiddetti foreign fighters hanno cioè iniziato a reclamare maggiore spazio nelle decisioni.

L’Isis altro non è che la continuazione del gruppo Al Qaeda in Iraq, sorto dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003 e guidato dal terrorista giordano Al Zarqawi, ucciso poi in un raid nel 2006. Al Baghdadi, proclamandosi califfo, ha dato nel 2014 una dimensione panislamica, con un’organizzazione che ha continuato ad essere però in mano agli originari gruppi iracheni. Possibile dunque che, pur senza arrivare ad una vera scissione, da oggi in poi l’Isis inizi ad avere, come detto prima, una struttura basata su tanti leader locali e/o regionali? Un’eventualità da non sottovalutare: Iraq e Siria sono stati punti di riferimento anche per i foreign fighters perché lì l’Isis aveva costituito uno Stato e lì risiedeva al Baghdadi. Adesso che entrambi gli elementi non ci sono più, non è quindi da escludere la composizione futura dell’organizzazione della rete terroristica in tanti sottogruppi tenuti uniti solo dall’ideologia salafita.