Un misterioso incontro tra rappresentanti delle Guardie della Rivoluzione iraniane “al-Quds” e alti membri dei Fratelli Musulmani tenutosi in un hotel in Turchia nell’aprile 2014; è quanto emerge da un documento di circa 700 pagine proveniente dal MOIS, il Ministero per l’Intelligence e la Sicurezza iraniano e finito nelle mani della rivista online The Intercept che ha provveduto a pubblicare un pezzo per la propria sezione denominata The Iran Cables.

In sunto, secondo quanto emerso dal documento, al-Quds e la Fratellanza Musulmana avrebbero scelto di incontrarsi in Turchia in quanto paese che intrattiene buoni rapporti con entrambe le parti, del resto lo stesso partito AKP, al potere in Turchia, è espressione ideologica della Fratellanza.

All’epoca, nella primavera del 2014, i Fratelli Musulmani erano reduci della pesante sconfitta subita in Egitto in seguito alla rivolta popolare spalleggiata dall’esercito che ha portato al tracollo del governo islamista guidato da Mohamed Morsy, mentre per l’Iran l’avanzata del jihadismo di stampo sunnita in Iraq rappresentava un serio problema. Entrambi avevano poi un nemico comune, l’Arabia Saudita, attiva sia in Yemen che in Siria contro la presenza sciita ma anche in chiave anti-Fratellanza, tanto che i sauditi si uniranno a Emirati, Egitto e Bahrein nella messa al bando dei Fratelli Musulmani, classificati come organizzazione terrorista.

L’articolo di The Intercept mette in evidenza come le autorità turche negarono il visto al comandante supremo delle Guardie della Rivoluzione, il generale Qassem Soleimani, rappresentato per l’occasione da un suo vice identificato come Abu Hussain. Per quanto riguarda i vertici della Fratellanza presenti all’incontro, vengono fatti i nomi di Ibrahim Munir, Mahmoud El-Abiary e Youssef Nada (quest’ultimo ha però negato non solo di aver presenziato ma persino di essere stato messo al corrente dell’evento).

Sempre secondo quanto riportato dal documento del MOIS, si sarebbe discusso anche di Yemen, con i Fratelli Musulmani che avrebbero suggerito un impegno comune nel far cessare le ostilità tra gli Houthi filo-iraniani e le tribù sunnite per reindirizzare le forze in chiave anti-saudita. I leader della Fratellanza avrebbero poi chiesto agli iraniani di restare fuori dall’Egitto per evitare di mettere a repentaglio la propria credibilità nella lotta interna contro il governo di Abdelfattah al-Sisi. L’incontro tra le due parti non avrebbe portato a molto di più.

Affinità ideologiche e politico-strategiche

Fratelli Musulmani e regime iraniano, seppur con le loro storiche differenze e divergenze che da sempre contrappongono mondo sunnita e sciita, condividono aspetti ideologici e obiettivi politici di non poco conto, come evidenziato da Mohammed Amr, ricercatore esperto in Fratellanza Musulmana presso il European Eye on RadicalizationIn primis vi è il comune obiettivo di fondare uno stato islamico fondato sulla Sharia, ma l’aspetto forse più importante riguarda la promozione di un pan-islamismo che vada oltre il settarismo per unificare la Ummah e contrapporsi all’ordine dettato dall’Occidente.

Per quanto riguarda la componente prettamente ideologico-dottrinaria, è bene ricordare quanto la teoria dell’ideologo della Fratellanza, Sayyid Qutb, abbia influito sulla retorica anti-Shah in fase pre-Rivoluzione, al punto che lo stesso ayatollah Ali Khamenei tradusse ben due testi di Qutb dall’arabo al persiano. Del resto le delegazioni dei Fratelli Musulmani furono tra le prime a congratularsi con Khomeini prima del suo vittorioso rientro a Teheran.

Facendo ancora un passo indietro, è possibile individuare in Navib Safavi (1924-1956) la figura che introdusse l’ideologia di Qutb in ambito rivoluzionario iraniano; i due teologi si incontrarono al Cairo nel 1953 e già all’epoca apparve evidente come le idee promosse da Safavi fossero il preludio a ciò che sarebbe avvenuto 25 anni dopo.

Safavi e Qutb condivisero la medesima fine, entrambi condannati a morte, seppur in periodi differenti, dai rispettivi governi. Safavi venne accusato di essere il mandante dell’attentato nei confronti dell’allora primo ministro iraniano Hosein Ala, mentre Qutb di sovversione e di aver cospirato contro il presidente egiziano Gamal Nasser.

Vale inoltre la pena ricordare che il regime iraniano ha in più occasioni celebrato personaggi legati all’islamismo radicale egiziano, tra cui Khaled al-Islambuli, un jihadista influenzato dall’ideologia di Qutb che organizzò e prese parte all’assassinio del presidente egiziano Anwar Sadat nel 1981. Le autorità iraniane gli dedicarono infatti una via di Teheran, poi revocata nel 2004 nel tentativo di migliorare le relazioni diplomatiche con l’Egitto.

I vertici religiosi iraniani e i dirigenti dei Fratelli Musulmani continuano del resto a collaborare, in particolare durante l’Islamic Unity Forum, grazie all’operato dell’International Organization of the Muslim Brotherhood ed è proprio in tale occasione che a Londra, nel luglio 2017, si è tenuto l’incontro di più alto livello tra Iran e Fratellanza dall’epoca Morsy, precisamente tra l’Ayatollah Mohsen Araki (consigliere di Ali Khamenei) e l’alto dirigente della Fratellanza, Ibrahim Munir. Incontro che ha tra l’altro mandato su tutte le furie la branca siriana dei Fratelli Musulmani a causa del supporto iraniano a Bashar al-Assad.

Alcuni obietteranno che ideologicamente parlando, se da una parte l’islamismo sunnita mal sopporta la dottrina sciita, ritenuta tra il fuorviante e l’eretico, dall’altro lo sciismo iraniano tira in gioco un pan-islamismo che vede nella dottrina sciita il punto di riferimento della Ummah, senza dimenticare di porre gli interessi del clero sciita in primo piano. Risulta poi altrettanto vero come non solo l’Islam (e di conseguenza l’islamismo) non sia un blocco monolitico, ma lo sia ancor meno nel momento in cui entrano in gioco interessi nazionali e settari di stampo politico-strategico ed economico.

Lo si è visto chiaramente durante l’anno di governo islamista in Egitto, quando l’esecutivo guidato dai Fratelli Musulmani ha intrapreso tutta una serie di azioni volte non solo a normalizzare, ma a migliorare i rapporti con l’Iran.

Nell’agosto del 2012 l’ex presidente Morsy visitava Teheran, un viaggio storico dopo l’interruzione dei rapporti diplomatici tra i due paesi negli anni ’80. Nel febbraio del 2013 era la volta di Ahmedinejad che si recava al Cairo per il Summit islamico. Nel marzo del 2013 il primo volo commerciale tra Iran ed Egitto atterrava all’aeroporto di Teheran, dopo 34 anni. Se da una parte l’Iran era pronto a fornire sostegno economico all’economia egiziana, dall’altro la diplomazia cairota avrebbe spinto a favore di Teheran nella delicata questione nucleare.

Vi è poi un ulteriore nemico, oltre al regno dei Saud, che unisce Fratellanza e Iran, ovvero Israele e non a caso Hamas (braccio palestinese della Fratellanza) riceve aiuti anche da Teheran. La stessa organizzazione “Jihad Islamica Palestinese “(PIJ), duramente colpita da Israele la scorsa settimana, è stata lasciata libera di operare a Gaza, dove governa Hamas.

Una difficile alleanza

Si è dunque di fronte a una potenziale alleanza tra Fratellanza e Iran in funzione anti-saudita e anti-israeliana? I due attori sono tra l’altro in un momento non certo dei più felici: se da una parte i Fratelli Musulmani si trovano nella fase più buia della propria storia dopo la caduta del governo Morsy e l’isolamento del Qatar da parte delle altre potenze sunnite del Golfo (Qatar principale sostenitore dell’organizzazione islamista assieme alla Turchia), dall’altra l’Iran si trova a dover fare i conti con la nuova linea anti-Teheran imposta dall’amministrazione Trump. In realtà tale scenario resta ancora ben poco probabile, perchè se da una parte ci sono certamente aspetti che portano a una convergenza di interessi strategici, pragmatici e ben più importanti delle disquisizioni ideologico-dottrinarie, quasi sempre adattabili alle esigenze materiali, dall’altra ci sono anche notevoli difficoltà.

Tanto per incominciare bisogna tenere bene a mente un aspetto fondamentale, se da una parte il regime iraniano utilizza ancora la retorica rivoluzionaria, i Fratelli Musulmani hanno da tempo capito che l’infiltrazione politica tramite meccanismi democratici è ben più efficace. Le lezioni apprese dalle elezioni algerine degli anni ’90 e da quelle che hanno portato Hamas alla vittoria a Gaza nel 2006 sono risultate fondamentali per la Fratellanza. Il concetto è chiaro: si possono anche vincere le elezioni, ma se si viene bollati come “terroristi”, non c’è “presidente democraticamente eletto” che tenga.

Del resto sia Morsy che Erdogan non hanno certo fatto granchè per dimostrare di aver compreso che andare al potere tramite elezioni “democratiche” non implica la conseguente persecuzione di oppositori e critici una volta preso il potere. Tale linea è risultata fatale a Morsy, mentre Erdogan veniva salvato in extremis nel 2016, ma il salvataggio gli è costato caro, soprattutto nei confronti di Mosca.

I Fratelli Musulmani egiziani dal canto loro, così come quelli tunisini, hanno fatto i salti mortali per accreditarsi agli occhi dell’Occidente come forza innovativa e democratica nonchè come valida alternativa ai regimi mediorientali. Del resto Washington e Londra hanno ampiamente spalleggiato la Fratellanza nella fase precedente e durante le cosiddette Primavere Arabe, con una strategia che prevedeva un “regime change” che avrebbe visto l’organizzazione islamista divenire la principale protagonista della nuova fase “democratica” in Egitto, Libia, Tunisia e Siria, o almeno, l’idea era quella. La prassi però molto spesso non coincide con la teoria e i fatti parlano chiaro. I viaggi di esponenti della Fratellanza Musulmana presso il Dipartimento di Stato americano, anche dopo la caduta del governo Morsy, sono già stati documentati. Dopotutto nemmeno lo stesso Donald Trump è riuscito a far inserire i Fratelli Musulmani nella black list delle organizzazioni terroristiche in quanto “non vi sarebbero gli estremi”.

Ned Price, ex analista della Cia ed ex membro del National Security Council per l’amministrazione Obama, ha reso chiara l’idea, affermando che designare la Fratellanza come un’organizzazione terroristica avrebbe messo a serio rischio i rapporti con determinate “partnership” in paesi dove i Fratelli Musulmani sono influenti.

Il fatto che poi i Fratelli Musulmani abbiano dimostrato, almeno nel caso turco e in quello egiziano, di non aver compreso che una vittoria democratica non implica il via libera alla repressione degli oppositori va di pari passo con l’ostinazione dell’amministrazione Obama nel voler difendere a tutti i costi in Egitto un dispotico esecutivo islamista  cacciato a furor di popolo, alla faccia dello spirito democratico. In quell’occasione l’ambasciatrice statunitense Anne Patterson fu costretta a lasciare il Cairo in fretta e furia mentre i manifestanti inneggiavano per le strade slogan contro di lei e Obama. La stessa Patterson che veniva poi immortalata mentre faceva quel segno delle quattro dita divenuto simbolo delle manifestazioni pro-Fratellanza. Nel contempo dirigenti dell’organizzazione islamista continuano ad operare liberamente a Londra e all’interno dell’esecutivo di al-Serraj aTripoli, esecutivo sostenuto anche dall’Italia.

Insomma, dopo essere riusciti con tanta fatica ad accreditarsi in certi ambienti politico-istituzionali a livello internazionale, sarebbe rischioso per i Fratelli Musulmani mantenere rapporti troppo espliciti, che vadano oltre l’informale, con Teheran. Non a caso nel 2014, dopo la caduta di Morsy, vi fu uno scontro interno al Supreme Administrative Committee (formato da ex membri della Fratellanza sfuggiti all’arresto) tra la vecchia guardia e membri più giovani che invocavano la resistenza armata e il sostegno dell’Iran.

La Fratellanza ha capito che il miglior modo per raggiungere il potere è accreditarsi a livello internazionale negli ambienti che contano e utilizzare meccanismi democratici e rapporti troppo amichevoli con Teheran potrebbero mettere a serio rischio tale strategia.

L’Iran dal canto suo ha tutto l’interesse a utilizzare la Fratellanza come ponte per accreditarsi con quegli ambiti dell’Islam sunnita slegati dall’influenza saudita in una fase di isolamento sul piano internazionale e con le rivolte che ricominciano a farsi sentire sul piano domestico.

A tutto ciò vanno ad aggiungersi una serie di riflessioni sul fatto che ne l’Iran e neanche la Fratellanza possono essere considerati oggi come blocchi monolitici. La Fratellanza opera in maniera differente in base al paese di riferimento e negli ultimi anni sono state diverse le frizioni e i contrasti al proprio interno. D’altro canto anche l’Iran ha i suoi problemi e il fatto stesso che vi sia stato un “leak” del MOIS che ha portato alla pubblicazione del documento sull’incontro segreto tra Guardie della Rivoluzione e Fratellanza la dice lunga.

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