Tra le testate internazionali rimbalza, da New York a Parigi, la notizia della messa sotto accusa della Francia per aver rifiutato il rimpatrio di due minori dalla Siria. Secondo una prima ricostruzione dei fatti, i cittadini francesi, di cinque e quattro anni, erano stati feriti insieme alla madre, nella battaglia di Baghouz, una roccaforte dello Stato islamico prima che fosse presa dalle forze guidate dai curdi. Secondo le Nazioni Unite gli stessi sono stati trattenuti negli ultimi tre mesi nel campo di Al-Hol nel nord-est del paese, dove vivono 73mila persone, tra cui 12mila stranieri, in una situazione di estremo disagio sanitario. Le problematiche sul rimpatrio sono sorte in quanto le autorità giudiziarie parigine, competenti per l’antiterrorismo, hanno spiccato un mandato d’arresto nei confronti della madre dei minori, una jihadista già condannata all’ergastolo in Iraq. Ma gli avvocati della famiglia affermano la volontà di quest’ultima di volere assumersi tutte le responsabilità penali a costo di vedere rimpatriati i suoi figli. Le gravissime accuse alla Francia da parte dei legali riguardano il fatto che il rifiuto del rimpatrio abbia esposto tutti a trattamenti degradanti e disumani, violando così la Convenzione dei diritti dell’uomo, la quale garantisce che a nessun cittadino possa essere negato l’ingresso nello stato di appartenenza. Ma la risposta di Parigi è il rifiuto di accettare il ritorno di jihadisti francesi unitisi all’Isis in Siria e Iraq e che valuteranno casi di rimpatrio di minori, in maniera minuziosa e nel rispetto anche della politiche sulla sicurezza interna.

Sulle carte della Corte europea quali sono i fatti?

La sezione 5 della Corte europea dei diritti dell’uomo, con richiesta 24384/19 rilasciata il 23 gennaio e pubblicata il 10 febbraio 2020, riporta la vicenda nei confronti della Francia. I precedenti narrano di diverse lettere inviate dai legali dei minori al ministro degli Affari Esteri, al presidente della Repubblica e al suo capo di Stato Maggiore. Il 10 gennaio e il 13 marzo 2018, il Capo di Stato Maggiore rispose evidenziando le difficoltà di un eventuale rimpatrio, in quanto la madre si era unita a un’organizzazione terroristica in guerra con la coalizione francese, e che la stessa era rimasta coinvolta nelle azioni di tale gruppo fino alla sua cattura. Inoltre, quest’ultimo ha sostenuto che le responsabilità sono in capo alle autorità locali per competenza territoriale, affermando che “la legittima aspirazione di queste autorità a giudicare gli autori e i complici delle atrocità commesse principalmente nella zona sotto il controllo di Daesh non può essere ignorata”.

Nelle note di corrispondenza risulterebbero chiari i fattori di primo respingimento della domanda di rimpatrio, da parte di Parigi, avvenuta con ordinanza del 10 aprile 2019, che sembrerebbero orientate anche su politiche francesi di anti-terrorismo, infatti al punto uno le note del Csm affermano: “Ricordiamo: queste persone hanno lasciato la Francia di propria iniziativa per unirsi a un’organizzazione terroristica che ha commesso abusi contro le popolazioni locali ed atti di violenza senza precedenti. Tale associazione ha commesso e sta ancora tramando attacchi in Francia che hanno già causato molte vittime”. Inoltre l’Eliseo esplica ulteriori problematiche burocratiche per il rimpatrio di tali persone, unite ai contingenti del Daesh, in quanto le stesse risulterebbero trattenute dalle autorità e dalle forze militari che hanno liberato i territori precedentemente controllati dall’organizzazione terroristica. Questo particolare, secondo Parigi, “non può ignorare il contesto della guerra e la regione in cui hanno partecipato”, in quanto in Siria tale conflitto non è finito, le ostilità continuano e la situazione istituzionale non è ancora stabilizzata per poter precedere con approcci diversi. In virtù di ciò la loro situazione dovrà essere valutata in conformità con la legalità internazionale e nel contesto delle relazioni con gli Stati in cui tali persone sono detenute oltre a tener conto dei procedimenti giudiziari già in atto.

Quali sono i rischi per la Francia?

Secondo gli atti presso la Cedh sembrerebbe che le parti ricorrenti abbiano impugnato l’ordinanza del 10 aprile 2019, sostenendo che il giudice dovrebbe esercitare il controllo sull’inerzia dello Stato ed adottare misure per fermare ogni forma di trattamento inumano ed il rischio di morte per i cittadini francesi, soprattutto se minori. I legali hanno inoltre indicato che la situazione di emergenza in Siria era stata riconosciuta dalle autorità parigine, in quanto avevano già concesso il placet per il rimpatrio di cinque casi simili, lo scorso 15 marzo 2019. Oltre alla violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione, essi hanno sottolineato che le autorità francesi abbiano escluso anche il ricongiungimento con i parenti, in ulteriore violazione dell’articolo 3 del protocollo 4 di suddetta Convenzione. Sebbene Parigi rischi una condanna, il braccio di ferro andrà avanti in una spinosa vicenda di affari umanitari, divisa su questioni di competenze e sicurezza interna. Le falle internazionali in materia di terrorismo, aprono quesiti sulla necessità di nuove regolamentazioni in equilibrio tra garanzie e necessità. Tutto mentre l’opinione pubblica attende il responso della Corte.