Francia, l’islam radicale alla conquista delle carceri

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Giovani, arrabbiati, emarginati, nati e cresciuti nelle banlieue, stregati dall’islam radicale e con alle spalle dei trascorsi in carcere che li hanno trasformati da delinquenti comuni a sanguinari terroristi pronti ad uccidere, e a farsi uccidere, nel nome del Jihad armato. Quello di cui sopra è l’identikit del terrorista islamista medio di Francia: un criminale abbandonato a se stesso, dunque psicolabile, che in cella, più che un’opportunità di correzione, ha trovato corruzione.

Le prigioni dovrebbero essere dei luoghi di recupero, ma nel caso in questione, il caso della Francia, la storia recente ha mostrato e dimostrato innumerevoli volte come siano anticamere di radicalizzazione religiosa e bacini di reclutamento per le organizzazioni terroristiche. Perché da Cherif Kouachi (strage di Charlie Hebdo) ad Amedy Coulibaly (assalto all’Hypercacher del 2015), passando per Mehdi Nemmouche (sparatoria al museo ebraico di Bruxelles del 2014) e Mohammed Merah (Tolosa 2012), l’origine del male è sempre la stessa: la permanenza in carcere.

Il fenomeno in numeri

Le forze armate sono irrequiete, il lepenismo non è mai stato così popolare come negli ultimi anni ed Emmanuel Macron, liberale redento, si trova costretto a stuzzicare l’elettorato di destra per aumentare le probabilità di una riconferma all’Eliseo alle presidenziali in dirittura d’arrivo. Il motivo alla base dei tre eventi è uno: la questione sicurezza.

Uomini in divisa e civili chiedono all’Eliseo di trovare una soluzione definitiva ai problemi della Repubblica, le cui periferie stanno cadendo una dopo l’altra sotto il controllo dell’alleanza profana tra narco-banditismo e islamismo e i cui centri storici vengono insanguinati a cadenza periodica da sciami impazziti di attentati terroristici – l’ultimo in ordine cronologico ha avuto luogo lo scorso ottobre.

Problemi gravi, quelli della Francia, che in assenza di rimedi permanenti non potranno che moltiplicarsi, alla luce di tendenze demografiche ed infiltrazioni malevoli dall’esterno, e la cui vastità può essere compresa soltanto dando uno sguardo ai numeri relativi al narco-banditismo, alle violenze anti-poliziesche, alla frequenza degli attentati, alla radicalizzazione religiosa, alla penetrazione islamista nelle forze armate e alla situazione carceraria. Per quanto concerne quest’ultima, le cifre sono indicative del fallimento del modello di integrazione basato sull’assimilazionismo e della necessità di nuove visioni:

Cosa sta facendo l’Eliseo?

Monitorare tutti non è possibile, perché manca il personale, così come non è possibile isolare i radicalizzatori dal resto dei detenuti, perché le condizioni di sovraffollamento in cui versa la stragrande maggioranza delle carceri francesi non lo consentono. Due ostacoli, quelli del monitoraggio impossibile e dell’isolamento inattuabile, che le autorità carcerarie hanno provato e stanno provando ad aggirare in due maniere: programmi di de-radicalizzazione a pena scontata e invio di imam dietro le sbarre.

Ciò che l’Eliseo sembra non capire, però, è che il problema richiede una soluzione a monte. Non va combattuta soltanto la radicalizzazione in carcere: va impedito che fette consistenti degli abitanti delle banlieue preferiscano il crimine alla legalità. Perché i predicatori dell’odio si nutrono della rabbia che i detenuti serbano nei confronti di una società che li ha allevati a malincuore, allattandoli con latte acerbo in quartieri-dormitorio privi di servizi e orizzonti.

La Francia è chiamata al redde rationem con se stessa, integrando laddove ha finto di assimilare per sessant’anni e ascoltando laddove ha ignorato i lamenti che le banshee delle banlieue avevano cominciato ad emettere negli anni Novanta. La Francia, in breve, è chiamata ad integrare i figli della Repubblica che chiedono piena inclusione, ad ascoltare il malessere dei dimenticati delle periferie e ad applicare la tolleranza zero nella lotta all’islam radicale. Ma, soprattutto, la Francia è chiamata a superare il fallimentare modello banlieue, che tutto è – abbandonismo, classismo e segregazione trasversale (economica, etnica, spaziale) – meno che assimilazionismo.