Nell’ultimo mese, gli attacchi di Al Shabaab nel Corno d’Africa e di Boko Haram nel Sahel sono di nuovo aumentati, prendendo di mira non soltanto le popolazioni civili ma anche le basi militari.
La fazione somala si è contraddistinta per l’attacco ai velivoli stanziati nella base di Lamu (dove sono stanziati anche contingenti americani) il 6 gennaio e a Mogadiscio il 28 dicembre (nel quale hanno perso la vita anche due ingegneri turchi), ribadendo la sua volontà di allontanare dall’Africa i militari stranieri. Boko Haram, invece, ha preso di mira le basi militari dell’esercito del Mali e del Niger, nell’ottica di intimorire la fazione anti-jihadista nel Sahel e di intimidire la popolazione locale.

La correlazione tra attentati e presenza militare straniera

L’accresciuto numero di attentati del continente ha ricordato al mondo come la minaccia terroristica delle compagini africane non sia ancora stata risolta, nonostante gli sforzi compiuti nel contrasto al jihad africano sia nel Sahel sia nel Corno d’Africa. Le tempistiche degli attacchi, invece, hanno evidenziato la correlazione tra instabilità delle regioni e presenza delle truppe internazionali, di stanza per tenere sotto controllo la situazione.

Nell’ultimo anno infatti le truppe americane hanno gradualmente abbandonato l’Africa, mentre le truppe francesi hanno attraversato una fase di riorganizzazione anche per far fonte alla diminuita collaborazione con Washington. In questo scenario, le possibilità d’azione dei gruppi terroristici sono aumentate, portando nuovamente alla ribalta la questione.

La situazione del Corno d’Africa

La differenza che caratterizza l’organizzazione di Al Shabaab e che la rende unica a livello internazionale è la facilità con la quale vengono messi in attacco attacchi verso le basi militari occupate da truppe straniere, senza timori di ripercussioni. La motivazione deriva sostanzialmente dalla volontà della compagnia affiliata ad Al Qaeda di eliminare la presenza straniera dalla Somalia , bersagliando infatti anche i Paesi limitrofi che hanno preso parte al conflitto sotto la bandiera dell’Unione africana, come il Kenya.

Questa attitudine è in parte cresciuta anche a causa dell’assenza di risposte efficaci da parte dei militari soprattutto statunitensi, con Al Shabaab che ha così continuato a portare avanti gli attacchi. In parte, le timide risposte sono subordinate ad un minore interesse americano nella regione -attualmente impegnato in Medio Oriente ed a difendere i giacimenti della Libia- causato anche dalla difficoltà di inserirsi nel mercato locale per la fitta presenza di compagnie saudite e russe già attive da anni. Tuttavia, i colpi che sono stati messi a segno da Al Shabaab rischiano di accrescere il consenso dell’organizzazione terroristica, soprattutto verso le fasce più giovani della popolazione.

Inoltre, come sottolineato da The Conversation Africa, gli attacchi di Al Shabaab sono studiati proprio nell’ottica della propaganda, delineando una struttura molto più articolata rispetto a quella della controparte sahariana di Boko Haram. La regione di Lamu, infatti, risulta essere una delle più povere del Paese e tediata dalla riforma agraria degli scorsi anni voluta dal presidente keniano Jomo Kenyatta. La povertà in cui versa la regione l’ha resa sovente focolaio di rivolte, con Al Shabaab che, in questa scena, mira ad assumere il ruolo di difensore del popolo musulmano della regione: che senza risposte decise da parte degli eserciti, rischia addirittura di apparire invincibile, radicalizzandosi maggiormente nella popolazione.

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