I figli dello Stato islamico: una minaccia per il futuro?

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Si stima che più di 2mila bambini e di mille donne, provenienti da almeno 20 Paesi, siano detenuti nelle carceri siriane, irachene e libiche con la sola accusa di avere il proprio padre o il proprio marito tra le file dello Stato islamico. La maggior parte di questi bambini, provenienti anche da Paesi europei, sono stipati, insieme alle loro madri, in prigioni e campi di detenzione sovraffollati e, spesso, non ricevono cibo e cure mediche sufficienti.

Il rimpatrio di questi bambini è un compito difficile. Molti di loro sono nati nei territori che si trovano sotto il controllo dello Stato islamico e non hanno documenti di identità validi nei Paesi di origine dei loro genitori. Spesso, gli Stati in cui si trovano non hanno relazioni diplomatiche con i Paesi di origine e questo rende ancora più complesso il loro ritorno.



A ciò si aggiunga che, secondo quanto riferito dall’organizzazione umanitaria Human Rights Watch, i governi dei Paesi di provenienza di questi bambini avrebbero ripetutamente bloccato le loro procedure di rimpatrio, nonostante molti di loro possano dimostrare di essere cittadini occidentali. La motivazione addotta dalle autorità è che questi bambini potrebbero diventare futuri terroristi, costituendo, quindi, una minaccia alla sicurezza nazionale.

Norme internazionali

Il problema del rimpatrio dei bambini dell’Isis è già stato preso in esame in alcuni documenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il primo di questi è il Madrid Guiding Principles, un documento elaborato nel 2015 dal comitato Onu contro il terrorismo per aiutare i Paesi membri a bloccare il flusso di ritorno dei foreign fighters. L’articolo 30 del testo richiede specificamente agli Stati membri di “sviluppare e implementare le strategie per occuparsi di specifiche categorie di rimpatriati, in particolare minori, donne, familiari e altre persone potenzialmente vulnerabili”. Human Rights Watch denuncia tuttavia che, al momento, queste indicazioni sarebbero state adottate da pochi governi.

In merito alla questione del ritorno in patria dei foreign fighters si esprime anche una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, adottata nel dicembre 2017. Essa pone l’attenzione sul fatto che le donne e i bambini imparentati con gli estremisti potrebbero a loro volta essere vittime dei loro familiari e, in questo caso, si rende necessaria una reintegrazione e riabilitazione tempestive. Ovviamente, questo processo non può avvenire nei campi di detenzione all’estero, che, al contrario, potrebbero diventare dei “potenziali incubatori” di futuri estremisti.

La posizione dei Paesi d’origine

Nonostante la presenza di norme internazionali, il principale ostacolo al rimpatrio dei figli dei combattenti dello Stato islamico rimane la volontà politica dei governi dei Paesi occidentali.

Il problema della mancanza di documenti di identità validi nei Paesi di origine potrebbe infatti essere risolto sottoponendo i bambini a un test del Dna. Inoltre, il rimpatrio dei bambini, con le rispettive madri, potrebbe essere valutato caso per caso, per stabilirne la rischiosità. Se opportuno, inoltre, i minori potrebbero essere monitorati e nel caso di imputabilità, perseguiti giuridicamente, secondo gli standard internazionali che regolano il giusto processo.

I timori delle autorità occidentali sono principalmente due. La prima preoccupazione è che il rimpatrio dei figli dello Stato islamico possa avere come conseguenza anche il ritorno dei loro padri, i foreign fighters che hanno combattuto tra le fila dell’organizzazione terroristica.

Il secondo timore è che i bambini stessi possano costituire una minaccia per la sicurezza dei Paesi d’origine. La preoccupazione riguarda, in particolare, i cosiddetti “cuccioli di leone” dell’Isis, che sono stati indottrinati dall’organizzazione terroristica e addestrati in campi speciali, affinché diventassero la futura generazione di jihadisti.

I cuccioli dell’Isis

In Siria e in Iraq, a partire dalla nascita del califfato, l’Isis ha reclutato circa 2mila bambini, con il duplice scopo di realizzare attentati e di promuovere l’organizzazione. I bambini sono stati impiegati sia nei combattimenti sia nella realizzazione di attacchi terroristici, essendo ritenuti più “economici” degli adulti: consumano una quantità inferiore di cibo e non richiedono una paga alta.

A ciò si aggiunga che sono più facilmente indottrinabili e questo avrebbe garantito allo Stato islamico una futura generazione di jihadisti. Dal punto di vista mediatico, la diffusione di video e immagini in cui vengono mostrati i bambini combattenti ha contribuito ad attirare l’attenzione internazionale sul califfato, rafforzandone l’immagine pubblica.

Prime vittime dell’utopia sanguinaria del califfato, occorrerà capire quanto possano nei prossimi anni rappresentare anche una minaccia.