La Francia ha un problema: i foreign fighters che sono andati in Siria e Iraq per combattere tra le file dello Stato islamico sono pronti a tornare. E adesso, da foreign fighters, stanno diventando “revenants”, coloro che ritornano. Come spiegato su questa testata, con l’annuncio del ritiro americano dalla Siria, i curdi hanno annunciato di essere pronti a liberare i jihadisti arrestati e detenuti e nelle loro carceri. Per la Francia si tratta di circa 130 cittadini, oltre a donne e bambini, che le milizie delle Sdf sono pronti a liberare.

Forse un mezzo di pressione da parte dei curdi per convincer Emmanuel Macron a non abbandonarli al volere dei turchi. Forse una mossa per dimostrare agli americani che l’Isis non è un problema risolto. O probabilmente anche uno strumento di scambio fra i peshmerga e Damasco, visto che adesso, con la guerra in Siria che sta lentamente volgendo a favore di Bashar al-Assad, i curdi sono pronti a scendere a patti con il governo anche per avere il sostegno di Siria e Russia a fronte delle minacce di Recep Tayyip Erdogan.

Ora la domanda in Francia sorge spontanea: che fare con les revenants? I vari governi coinvolti in Siria hanno dimostrato di considerare il conflitto contro l’Isis come un modo per liberarsi dei jihadisti di casa. La stessa Florence Parly, ministro della Difesa di Parigi, ha più volte fatto capire che se i terroristi morivano nel Siraq, non sarebbe certo stato un problema per le autorità francesi. Ma adesso, con questo centinaio di jihadisti pronti a tornare, il dibattito si accende.

Come racconta Repubblica, “l’estrema destra è già all’attacco per rifiutare il rimpatrio di francesi descritti come potenziali ‘bombe umane’. Secondo la ministra francese della Giustizia, Nicole Belloubet, gli ex jihadisti dovrebbero essere subito incarcerati con l’accusa di ‘partecipazione a gruppo terroristico’ e pene variabili da 7 a 30 anni”. Ma il problema è che non sono poche le questioni giuridiche su questo tema.

Prima di tutto serve una regolare procedura di estradizione che, per i tribunali occidentali, sia valida. Il Rojava ovviamente non è uno Stato né sono considerati tribunali effettivi quelli creati ad hoc dalle milizie curde, pur alleate dei francesi nel nord-est siriano. Quindi cosa succede, che i terroristi dovrebbero essere ceduti a un Paese terzo che a sua volta potrebbe formalizzare l’estradizione. Con un problema però di particolare rilevanza legato a quale Stato cedere questi miliziani e soprattutto con il rischio di vedere le accuse decadere: perché molti sono detenuti senza alcuna formalità.

Problemi estremamente gravi cui la Francia non sembra in grado di rispondere. Ma è tutta l’Europa a domandarsi cosa fare con i jihadisti di ritorno. C’è anche chi sta ipotizzando la creazione di un campo di detenzione in una zona franca europea o mediorientale o in un Paese terzo ancora da individuare per portare tutti i combattenti stranieri ritenuti più pericolosi e detenuti nel Nord-est siriano. Una sorta di Guantanamo di jihadisti che però pone una seri di interrogativi molto seri.

Innanzitutto da un punto di vista politico, bisognerà capire quale Stato si prenderà l’onere di questo campo. In secondo luogo, c’è un problema giuridico abbastanza rilevante, visto che ogni detenuto sarebbe prima di tutto un cittadino di uno Stato occidentale. Terzo, il rischio di creare di nuovo quello che è stato Camp Bucca in Iraq, una centrale di reclutamento di miliziani per quello che sarebbe diventato lo Stato islamico. Il pericolo di creare un novo campo di prigionia pronto a esplodere è estremamente elevato. E la lezione dell’Iraq dovrebbe essere servita a molti Paesi per non volere un carcere di jihadisti nel proprio territorio.

Articolo di Lorenzo Vita