I cartelli della droga in Messico hanno un nuovo alleato: le principali organizzazioni islamiste e jihadiste del mondo. Il fenomeno che mette a rischio la sicurezza della nazione, adesso sembra aver preso piede in toto, lanciando un allarme all’intera comunità internazionale. Il numero di credenti è triplicato rispetto a inizio 2000, e se la tendenza ha coinvolto in maniera progressista la sfera femminile, aiutando le giovani donne messicane a sottrarsi a un contesto di violenza e prevaricazione culturale, nei narcos l’effetto è stato quello di un getto di benzina su un palazzo completamente in fiamme.

La presenza di cellule di Hezbollah e del Daesh e i possibili legami con le organizzazioni criminali messicane sono certezze documentate anche dai rapporti provenienti da Soufan Group, Judicial Watch, Center for a Secure Free Society e dal Congresso degli Stati Uniti. Contro ogni previsione, il focolaio della radicalizzazione parte dalle valli del Chiapas, regione che dà cittadinanza a città come San Cristóbal de las Casas e, in senso lato, nota per essere il bacino culturale del Paese. Il territorio, tuttavia, continua a essere parzialmente presidiato dalle forze zapatiste le quali trascinano con sé dallo scorso secolo l’accoglienza a nuove religioni, in questo caso l’islam. Sono quattro le moschee solo nella città coloniale, con svariati centri di formazioni ed educazione alla religione. E proprio in questi luoghi, secondo le testimonianze dei fedeli, creati dall’emiro Nafia a San Cristobal de las Casas, si predicano dottrine radicali a cui seguirebbero poi percorsi di radicalizzazione.

Sia chiaro: le comunità musulmane sono anche parte integrante del tessuto cittadino, per le donne autoctone in particolare la religione islamica si traduce in senso di appartenenza, di identificazione, in grado di allontanarle dal nucleo domestico, dove spesso subiscono violenze dagli uomini schiavi dell’alcolismo (a dir poco frequente nel Paese). I dati, però, parlano anche di un patto d’interesse tra le cellule estremiste e i cartelli della droga, colpevoli, dal 2006 a oggi, di aver ha causato oltre 200mila morti, fra civili, autorità e narcotrafficanti, e circa 330mila vittime di spostamenti forzati per via della violenza.

Secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, sono almeno 20 le organizzazioni jihadiste operative tra Messico e Colombia, su un totale di 55 riconosciute come terroristiche. I traffici illeciti, soprattutto stupefacenti, hanno come ultimo obiettivo l’accumulo di profitti necessari per finanziare le attività criminali e terroristiche nel resto del mondo. Al Qaeda e Hezbollah in Messico hanno stretto accordi soprattutto con i Los Zetas e il cartello di Sinaloa, sovrapponendo alla singola implicazione nel traffico di droga la complicità agli stessi crimini efferati dei quali quest’ultime si sono macchiate.

Il matrimonio tra le due forze, che è bene ricordare è caratterizzato da due fedi contrastanti, una cattolica opportunista (in stile mafioso) e una islamica estremista, ha fatto in modo di stabilire legami multidimensionali: dallo scambio di informazioni al traffico di armi pesanti, fino all’addestramento armato a tecniche di guerriglia.

E non finisce qui. Il ministro della Sicurezza pubblica di Città del Messico, Alfonso Durazo, a Telemundo ha ricordato che anche l’Isis, in sostanza da subito dopo la fondazione del califfato, ha affondato le sue radici nel Centro e Sud America. Mentre secondo un dossier del Center for the Study of Violent Extremism, nel quale sono stati interpellati circa 169 disertori dell’Isis, il confine Stati-Uniti Messico è una piazza perfetta dove mettere in atto attentati terroristici sfruttando l’appoggio dei fedeli dello stato islamico del Sud e del Nord America. Insomma, l’estremismo jihadista ha combattuto e perso molte forze sul campo, ma le riserve a loro disposizione sono comunque innumerevoli e spesso non seguono nessuna logica teologica.