Esplosione a Bandar Abbas: l’ipotesi di un attentato contro l’Iran e di un sabotaggio a Trump

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Molti avranno pensato a un bis del disastro di Beirut, quattro anni fa, quando un’esplosione devastante ha colpito venerdì il porto di Shahid Rajaee a Bandar Abbas, posizionato strategicamente all’imbocco del Golfo di Hormuz, in Iran. Di 14 morti e oltre 750 feriti il bilancio, ancora provvisorio, aggravato da numerisi incendi che continuano a bruciare nella zona, generando una densa nube tossica. Le cause dell’incidente restano ufficialmente sconosciute, ma il sospetto di un atto di sabotaggio inizia a farsi strada, portando gli osservatori internazionali a chiedersi che ne sarà della regione e della sua stabilità.

La tempistica dell’esplosione è in effetti inquietante. L’incidente è avvenuto mentre i negoziatori iraniani e statunitensi si incontravano in Oman per un terzo round di colloqui finalizzati a ridurre le tensioni e rilanciare i negoziati nucleari. Il porto colpito gestisce oltre il 55% delle esportazioni e importazioni iraniane e il 90% del traffico containerizzato, rappresentando un’infrastruttura vitale per l’economia della Repubblica islamica.

Le prime analisi parlano di tre distinti focolai: uno al magazzino Sina, uno nel container yard e uno al magazzino Onik. Una dinamica che rende difficile attribuire l’accaduto a un semplice incidente industriale, e che alimenta l’ipotesi di un’azione coordinata.

Il contesto geopolitico: la teoria della “war trap”

Negli ultimi 10–15 anni, mentre si intensificava la guerra ombra tra Israele e Iran, a Teheran ha preso piede una teoria strategica battezzata war trap (trappola della guerra): secondo questa visione, Israele cercherebbe di provocare l’Iran a reagire militarmente in modo spudorato, per trascinarlo in un conflitto più ampio e potenzialmente devastante.

In questo quadro, gli attacchi di sabotaggio, le operazioni sottobanco e le uccisioni mirate sarebbero strumenti deliberati per spingere l’Iran a intraprendere la strada dell’escalation. Una dinamica che molti analisti, come l’iraniano-statunitense Sina Toossi, del Center for International Policy, ritengono si sia già verificata durante la campagna di attacchi contro scienziati che lavoravano al nucleare e contro le infrastrutture energetiche iraniane, negli anni passati.

Fino ad ora, la leadership di Teheran – dagli esponenti “riformisti” fino alla guida suprema Ali Khamenei – ha mantenuto una linea di estrema prudenza. Anche dopo il lancio di missili iraniani verso Israele nel 2024, seguito da una risposta limitata israeliana, Teheran è rapidamente tornata a privilegiare l’autocontrollo per evitare una guerra totale.

Ma il dibattito interno ribolle. I critici di questa linea temono che la troppa moderazione possa indebolire la deterrenza iraniana, incoraggiando ulteriori attacchi e danneggiando la posizione strategica del Paese. Alcuni osservatori, citando la relativa passività di Hezbollah dopo l’inizio della guerra di Gaza, avvertono che la mancata risposta rischia di tradursi in costi molto simili a quelli di un conflitto armato. In pratica, uno stillicidio.

Un possibile punto di svolta?

Se dovesse emergere la prova che l’esplosione di Bandar Abbas sia stata frutto di sabotaggio – e se, come molti sospettano, dietro ci fosse Israele – la pressione interna su Teheran potrebbe aumentare sensibilmente, e i più massimalisti fra gli ayatollah potrebbero guadagnare terreno, spingendo l’Iran a riconsiderare la propria strategia di contenimento.

Secondo Toossi, se gli attacchi occulti dovessero moltiplicarsi, “il dibattito interno potrebbe sbilanciarsi verso quelli che chiedono una risposta forte e alla luce del sole“. Una prospettiva che rischia di far saltare non solo i negoziati nucleari in corso, ma anche di innescare un conflitto regionale incontrollabile.

Non va dimenticato che questo scenario si sviluppa mentre l’amministrazione di Donald Trump cerca un nuovo equilibrio nella gestione del dossier iraniano. Se da un lato la Casa Bianca appare meno propensa a un conflitto diretto rispetto al primo mandato, dall’altro subisce enormi pressioni domestiche, soprattutto da parte di alleati più ferrei di Israele, per mantenere una linea dura.

Al momento, mancano ancora prove certe sulle cause dell’esplosione. Ma il clima diplomatico non ci consente di escludere neppure le ipotesi più sensazionalistiche, ovvero che dietro l’esplosione ci sia un tentativo di sabotare i negoziati. Non sarebbe solo Teheran, il bersaglio: anche il tentativo di Trump di evitare una nuova “guerra eterna” in Medio Oriente potrebbe essere sotto attacco.