Il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha ricevuto a Istanbul il leader del movimento islamista radicale palestinese Hamas, Ismail Haniyeh, con cui ha avuto un incontro a porte chiuse di circa un’ora. Il giorno prima Erdogan aveva avuto un colloquio telefonico anche con il leader dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, incentrato sul sostegno turco alla causa palestinese, in particolare in seguito alla proposta del piano di pace di Trump, fortemente osteggiato dai palestinesi che accusano gli Stati Uniti di favorire in tutti i modi Israele, al punto che la scorsa domenica Mahmoud Abbas decideva di sospendere i rapporti con gli Usa e Israele, annunciando che “non avrebbe svenduto Gerusalemme”.

Una posizione condivisa da Erdogan che lo scorso 31 gennaio, durante un incontro dei leader provinciali del partito Akp, aveva dichiarato che la Turchia non avrebbe mai riconosciuto il piano proposto dagli Stati Uniti, denunciando che l’iniziativa mira a lasciar annettere ad Israele i territori occupati palestinesi e aggiungendo che “Gerusalemme è una linea rossa per la Turchia”.

Il sostegno di Erdogan a Hamas

Il sostegno di Erdogan alla causa palestinese, ma in particolare a Hamas, non deve sorprendere. Il presidente turco l’aveva dichiarato palesemente dopo gli scontri di Gaza del maggio 2018: “Hamas non è un’organizzazione terroristica e i palestinesi non sono terroristi. È un movimento di resistenza che difende la patria palestinese contro un potere occupante. Il mondo è solidale con il popolo palestinese contro il suo oppressore”.

Hamas e il partito Akp, co-fondato nel 2001 da Erdogan e da altri esponenti dell’islamismo turco, sono entrambi legati all’area ideologico-politica dei Fratelli Musulmani e il supporto di Ankara a Hamas era apparso evidente fin dai primi anni della leadership “erdoganiana”. Un esempio palese di tale sostegno è il caso della “Freedom Flotilla” del maggio 2010, quando una serie di imbarcazioni, tra cui la nave battente bandiera turca “Mavi Marmara” avevano tentato di forzare il blocco navale israeliano su Gaza. Le imbarcazioni erano state conseguentemente abbordate dalle forze speciali della marina israeliana, ma gli attivisti a bordo della Mavi Marmara avevano reagito aggredendo i militari con bastoni, coltelli e catene.

Nello scontro erano rimasti feriti dieci commandos israeliani dello “Shayete 13” e uccisi nove attivisti rivelatisi poi membri dell’Ong turca IHH, successivamente accusata da Israele di aver appositamente inviato uomini sulle navi per istigare allo scontro.

Come riportato all’epoca dal Corriere della Sera, la Ihh era monitorata con grande sospetto dagli stessi servizi segreti turchi, prima dell'”era Erdogan”, in quanto l’Ong era ritenuta legata all’estremismo islamista al punto che nel 1998 la sede era anche stata perquisita da agenti turchi, in cerca di armi. In seguito alla presa di potere di Erdogan le cose sono però cambiate, con un incremento della collaborazione tra governo e IHH e con finanziamenti giunti da più parti, tra cui da fondazioni legate al regime iraniano; quello stesso regime iraniano che aveva sostenuto proprio Hamas, oltre che la Jihad Islamica Palestinese (Pij) attraverso l’invio di armi, come illustrato anche dallo Shabak.

 Erdogan e i jihadisti in Siria e Libia

Il sostegno turco a Hamas è però parte di un’agenda ben più ampia che punta al sostegno, assieme al Qatar, di gruppi islamisti radicali in Siria, a Gaza e in Libia.

Nell’enclave jihadista di Idlib, in Siria, i jihadisti di Hayyat Tahrir al-Sham (Hts) continuano a scontrarsi con l’esercito governativo siriano, grazie anche al sostegno ricevuto dai militari turchi presenti nell’area. Fonti militari russe illustravano infatti ad InsideOver che i 4 militari turchi morti e i 9 feriti sarebbero stati colpiti da un bombardamento dell’esercito siriano contro postazioni dei terroristi islamici di HTS nei pressi di Idlib. A questo punto sorge spontaneo chiedersi cosa ci facessero i militari turchi vicino le postazioni degli islamisti.

Secondo quanto affermato dal Segretario di Stato, Mike Pompeo, i militari turchi erano lì per “osservare” e sarebbero stati colpiti da soldati dell’esercito di Assad. Pompeo ha inoltre puntato il dito contro Russia e Iran, a suo dire “colpevoli di ostacolare il cessate il fuoco”. Nulla da dire invece sull’attività dei jihadisti nell’area, attivi contro l’esercito governativo siriano.

La Turchia aveva risposto bombardando postazioni siriane e facendo confluire colonne di mezzi corazzati verso il confine, a ridosso di Idlib, città siriana ancora in mano ai jihadisti e salvaguardata da Ankara, che evidentemente vuole evitare una riconquista da parte dell’esercito governativo.

Vi è poi il fronte libico, con i turchi che hanno trasferito centinaia di appartenenti a vari gruppi islamisti e filo-turchi nella zona di Tripoli per sostenere l’esecutivo di al-Serraj; anche in questo caso Ankara ha provveduto a inviare militari e mezzi militari. Una strategia, quella di Erdogan, che appare pressoché identica sia in Siria che in Libia e che punta sull’affiancamento di miliziani armati e truppe regolari turche.

In generale, Ankara, con il sostegno anche del Qatar, tira le fila di quella “internazionale islamista” attiva nel nord-ovest della Siria, nella Libia occidentale e anche a Gaza, con un rapporto privilegiato instaurato con Hamas. Una situazione di estremo imbarazzo per la Nato, considerato che la Turchia ne è paese membro. Difficile infatti poterne giustificarne l’attività filo-islamista a fianco di gruppi come Hamas e HTS (quest’ultimo, legato ad al-Qaeda). Un problema che prima o poi l’Alleanza Atlantica dovrà affrontare.