Pressato dalle tempeste internazionali e dai nemici interni, Recep Tayyip Erdogan continua a vedersela con la minaccia del movimento dell’imam Fetullah Gülen. Miglia sono i cittadini turchi ad essere incarcerati, indagati e rimossi da funzioni pubbliche con l’accusa di essere gulenisti: una psicosi che ha spinto il leader turco a promuovere una vera e propria caccia alle streghe internazionale (a colpi di richieste di estradizione) per colpire i nemici fuggiti all’estero negli ultimi cinque anni.

Chi sono i gulenisti

Leggendo dal suo sito, Gülen si definisce uno studioso musulmano, turco autorevole, pensatore, autore, poeta, opinion leader e attivista educativo che sostiene il dialogo interreligioso e interculturale, la scienza, la democrazia e la spiritualità e si oppone alla violenza e trasforma la religione in un’ideologia politica. Il sito web aggiunge che ” secondo alcune stime, diverse centinaia di organizzazioni educative, università e scuole di lingua sono state istituite in tutto il mondo ispirate dal Fethullah Gülen ”. Il sito rileva, inoltre, che Gülen è stato “il primo studioso musulmano a condannare pubblicamente gli attacchi dell’11 settembre”. Fin qui, nulla di tanto grave da meritarsi l’appellativo di terrorista dal regime di Ankara. Sono in pochi a scrivere di lui, e a seconda delle penne, quest’uomo controverso finisce perennemente per esser bollato o come un “islamista radicale”, una descrizione pericolosa per il paese in cui vive-gli Stati Uniti-, oppure un “musulmano liberale”, reato ancora più grave nella nuova Turchia di Erdogan.

Ma cosa contiene la filosofia gulenista di così sconvolgente? In primo luogo, dissuade fortemente i suoi seguaci dal proselitismo aperto. Li esorta invece a praticare il temsil: vivere un modo di vivere islamico in ogni momento, dare il buon esempio e incarnare i loro ideali nel loro modo di vivere. In secondo luogo, il movimento esercita una nostalgia storica verso l’antica Turchia che un tempo permetteva a musulmani e non musulmani di vivere in pace. Ciò che più l’ha reso temibile in Turchia erano i suoi sermoni dediti ad un non ben precisato progetto di prendere tutti i luoghi nodali del potere turco (vedi l’esercito) per affermare il suo movimento: proprio queste ambizioni golpiste gli fecero guadagnare una condanna in contumacia e poi una salvifica assoluzione nel 2008. Considerazioni alterne il movimento le ha avute anche in Europa: nel 2008 il governo olandese aveva accusato il movimento di comportamenti anti-integrazione, il primo passo verso la radicalizzazione, tagliando drasticamente i fondi alle loro organizzazioni. Nel corso degli anni il movimento sembra essersi anche radicalizzato nei contenuti lanciando invettive, contro la “perfidia armena”, così in contrasto con l’ideale di tolleranza delle origini ed affermando l’ineluttabilità della superiorità dell’uomo sulla donna. Insomma, tutto e il contrario di tutto.

Perché Erdogan teme i gulenisti

Come ha fatto Fetullah Gülen a divenire uno dei nemici principali di Ankara? Gulen è stato, almeno fino al 2013, uno degli uomini fidati di Erdogan. l movimento di Gülen –l’Hizmet o Cemaat-, che il governo turco definisce alternativamente “Organizzazione Terroristica di Fethullah” (FETÖ) oppure “Organizzazione dello Stato Parallelo” (PDY) – ha appoggiato per molto tempo il leader turco. Fino a quando il movimento si è trasformato in una specie di setta, convertita al culto personale dell’istrionico imam. Ruolo fondamentale e oscuro nelle organizzazioni dell’Hizmet è quello dell’Hocaefendi, il “Gran maestro”. Per descrivere al meglio questa figura e il suo potere, Bekir Aksoy, presidente di uno degli istituti gulenisti della Pennsylvania, intervistato nel 2010 dalla giornalista americana Suzy Hansen affermò: “Mettiamola in questo modo. Se un uomo con un Ph.D. e una carriera ben avviata venisse a visitare l’Hocaefendi, e l’Hocaefendi gli dicesse che potrebbe essere una buona idea costruire un villaggio al Polo Nord, quell’uomo col Ph.D. tornerebbe il giorno seguente con la valigia pronta”.

Al momento della sua ascesa al potere, Erdogan necessitava di un movimento come quello dell’Hizmet, per guadagnare consensi e finanziamenti. Tra il 2007 e il 2008 questo desiderio si espresse in un connubio giudiziario: grazie ai giudici e agli ufficiali di polizia gulenisti, Erdogan colpì con inchieste ben orchestrate l’opposizione kemalista, con conseguenti purghe di Stato. Per ripagare l’amico Fetullah di tanta fedeltà, tutti gli epurati di Stato vennero rimpiazzati con membri dell’Hizmet. Il connubio si ruppe nel 2010 quando l’imam chiese ben 100 seggi assicurati alle elezioni che si sarebbero tenute l’anno successivo: di fronte al rifiuto, fu scontro aperto. I nuovi Abele e Caino di Ankara da allora hanno iniziato a condursi una guerra per procura: il primo cavalcando i moti di Gezi park e dirigendo precise accuse di corruzione verso l’establishment dell’AKP; il secondo, privando di finanziamenti l’antico alleato, bollando il movimento come terrorista e perseguendolo anche all’estero.

A caccia di gulenisti nell’Europa dell’Est

Dalla famosa notte del 15 luglio 2016, non c’è più stata pace per i gulenisti. La Turchia ha iniziato una vasta operazione di pressione sui governi stranieri per estradare presunti terroristi legati all’imam. La maggior parte ha rigettato le richieste di estradizione, tranne i paesi balcanici e dell’est Europa, dove controverse operazioni di rimpatrio di sospetti gulenisti, dal Kosovo e dalla Moldavia, hanno sortito i medesimi effetti di un’estradizione, realizzando i desiderata di Ankara. Qualunque sia la verità su quella notte, che viaggia sul filo del golpe/autogolpe, da quel momento Erdogan ha sfruttato ogni occasione per bollare i gulenisti come autori del fallito colpo di Stato. Da qui una ricerca schizofrenica che passa soprattutto dai Balcani, dove molti gulenisti hanno trovato rifugio.

Proprio il 18 dicembre scorso un giudice rumeno ha respinto una richiesta turca di estradare un’ insegnante di 24 anni arrestata dalla polizia e ricercata dalle autorità di Ankara. Busra Zeynep Zen, un’insegnante di inglese affiliata al movimento del religioso turco in esilio, è comparsa davanti al giudice della corte d’appello subito dopo la sua detenzione negando di aver mai sostenuto il terrorismo e ha accusato le autorità del suo paese natale di volerla estradare per torturarla e metterla in prigione. La donna ha il diritto legale di essere in Romania e insegna alla International Computer High School di Bucarest, gestita da sostenitori di Gulen. In Moldavia, su richiesta di Ankara, le autorità locali nel marzo dell’anno scorso avevano arrestato il padre dell’insegnante arrestata in Romania, Turgay Sen, direttore di una rete scolastica collegata a Gulen in Moldavia. Alla fine l’uomo è fuggito in Kosovo, paese da dove diversi presunti gulenisti sono stati rimandati in Turchia negli ultimi anni.

La caccia alle streghe prosegue anche nel 2020. Il governo albanese ha negato che l’agenzia di intelligence dello stato turco, il MIT, sia stata coinvolta nell’estradizione il primo gennaio di un presunto sostenitore di Gulen. L’insegnante Harun Celik è stato arrestato in Albania nel luglio 2019 mentre stava cercando di viaggiare dal Kazakistan al Canada via Tirana con documenti falsi. Una stazione televisiva pro-governativa turca, AHaber TV Channel, ha dichiarato che Celik sarebbe stato trasferito in tribunale dopo l’interrogatorio, presumibilmente con l’accusa di essere membro di un’organizzazione terroristica e di spionaggio contro lo stato turco – le solite accuse per presunti “gulenisti”.

Sebbene le autorità albanesi neghino il legame tra caccia ai gulenisti e questa operazione, i media turchi hanno salutato la resa come “un’operazione riuscita” condotta dal MIT, una richiesta che ha messo in imbarazzo le autorità albanesi, che continuano a respingere le dichiarazioni di coinvolgimento straniero. Tirana ha anche negato ai microfoni di Balkan Insight che il ritorno forzato di Celik in Turchia sia stato il risultato dello stretto rapporto tra il Primo Ministro albanese Edi Rama e il Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan. Il presunto gulenista, inoltre, aveva presentato una domanda di asilo politico, quindi la sua espulsione dall’Albania risulterebbe quantomeno controversa. Un caso che metterebbe a rischio gli sforzi fatti da Tirana nella speranza di adesione all’UE.

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