È un Egitto che lentamente prova a livello emotivo a ritornare alla normalità quello che, a pochi giorni dall’attentato di Al Arish, si interroga sul futuro della sicurezza nel paese. Tanti gli interrogativi, tante le domande su uno degli attacchi più sanguinosi compiuti contro le forze egiziane: otto, tra ufficiali e soldati semplici, sono rimasti uccisi da un’azione compiuta da un commando dell’Isis, che nel giro di poche ore rivendica poi l’attacco attraverso i propri canali di comunicazione.

La risposta di Al Sisi

Gli egiziani indubbiamente appaiono tanto scossi quanto turbati. Del resto, anche se la stabilità del paese non è in discussione, gli attacchi terroristici compiuti negli ultimi anni contro forze di sicurezza, turisti o cristiani non lasciano dormire sonni tranquilli. L’attacco di Al Arish, una delle più importanti città del Sinai, avviene in un momento poi dove il governo de Il Cairo appare nuovamente in grado di controllare quest’area del paese trasformata in una base per le cellule egiziane del califfato. Dunque l’attentato di Al Arish è un colpo non secondario sotto il profilo morale per l’opinione pubblica del paese arabo.

“Il ministero dell’Interno dichiara negli ultimi giorni che i servizi di sicurezza stanno prendendo tutte le procedure per rispondere agli attacchi, mentre la Suprema Procura di Sicurezza Statale continua ad indagare – dichiara ai nostri microfoni la giornalista egiziana Marwa Mohammed, del quotidiano Shorouk News‎ –  Il governo più volte ha promesso tutti gli sforzi possibili per perseguire gli elementi terroristici coinvolti nell’attacco”.

Negli ultimi giorni si contano alcune operazioni contro le sigle jihadiste, soprattutto ovviamente nel Sinai e quindi lì dove ancora in queste ore vige lo stato di massima allerta dopo l’attacco di Al Arish: “Il Ministero dell’Interno – conferma Marwa Mohammed – continua a tenere alta l’attenzione. Quattro terroristi sono stati uccisi durante uno scontro a fuoco con la polizia proprio ad Arish nelle ultime ore, poco prima le forze di sicurezza hanno anche annunciato l’eliminazione di otto jihadisti”. Una risposta di carattere repressivo dunque, che però ha anche una valenza politica: Al Sisi sa che è sul fronte della sicurezza e della stabilità che si gioca buona parte del suo futuro e di quello dell’attuale Egitto.

Il collegamento con la battaglia di Tripoli

Le indagini vanno intanto avanti: nessun dubbio, come detto, circa la matrice jihadista dell’attacco ma adesso si cerca di capire come mai l’Isis decide di entrare in azione proprio in questa fase. E c’è chi non esclude un possibile collegamento con quanto sta avvenendo alle porte di Tripoli, lì dove dallo scorso 4 aprile continua lo scontro tra l’esercito guidato da Khalifa Haftar e le milizie vicine al governo di Fayez Al Sarraj: “Esperti di sicurezza affermano che la consegna del terrorista Hisham Ashmawi all’Egitto è la chiave che occorre per comprendere l’ultimo attentato terroristico nel nord del Sinai – afferma ancora Marwa Mohammad – In pratica l’attacco terroristico è interpretabile come una reazione da parte dei gruppi integralisti alla consegna di Hisham Ashmawi ad Il Cairo ad opera delle forze di Haftar”.

Il Libyan National Army (Lna) infatti, pochi giorni prima dell’attacco di Al Arish cattura e consegna alle autorità egiziane Hisham Ashmawi, uno dei più pericolosi jihadisti il quale da anni appare nelle liste dei principali ricercati. L’Lna è il nome per l’appunto dell’esercito guidato da Haftar, il generale che ha in Al Sisi il suo più importante alleato e sponsor regionale. Assume dunque sempre più quota l’ipotesi che, dietro all’ultimo attentato che scuote il paese arabo, vi è la longa manus del contesto libico e della guerra a Tripoli. Secondo questa ricostruzione dunque, i terroristi avrebbero quindi nel mirino l’alleanza tra Haftar ed Al Sisi ed è per questo che, con il conflitto libico in una fase di pericoloso stallo, le autorità de Il Cairo sarebbero intenzionate a mantenere alta l’allerta.