Julian Assange, Chelsea Manning ed Edward Snowden, sono questi i nomi di coloro che, durante l’epoca di Barack Obama, hanno dato luogo, in episodi distinti, alla fuga di notizie sensibili e riservate più grave della storia degli Stati Uniti. Alla lista andrebbe però aggiunto Philip Haney, sebbene la sua popolarità sia più bassa in Italia.

Haney era stato uno dei critici più feroci dell’ex presidente e aveva condensato le sue accuse, corroborate da prove, in un libro, See SomethingSay Nothing: A Homeland Security Officer Exposes the Government’s Submission to Jihad, pubblicato nel 2016. Secondo Haney, Obama stava vanificando gli sforzi dell’antiterrorismo imponendo agli operatori di seguire una nuova linea d’azione intrisa di politicamente corretto, aiutando implicitamente la causa jihadista e rendendo possibile che alcuni sanguinosi attentati avessero avuto luogo, dalla maratona di Boston alla strage di San Bernardino.

Un suicidio inaspettato

Haney, 66 anni, è stato ritrovato senza vita a Plymouth, in California, nella giornata di venerdì, con un “singolo colpo di pistola, auto-inferto” nel petto. Non si avevano più sue notizie da mercoledì, ma i suoi conoscenti e parenti non erano in allerta perché era sereno, in procinto di sposarsi, stava lavorando al seguito di See Something, Say Nothing, e i suoi comportamenti non suscitavano preoccupazione.
Insomma, niente lasciava presagire che Haney si sarebbe suicidato. Non è un caso, quindi, che nelle ore successive al ritrovamento del corpo si sia rapidamente diffusa la tesi cospirazionista.

La giornalista investigativa Sara Carter, di Fox News, che era un’amica di Haney, ha scritto su Twitter che è stato “apparentemente ucciso” e che sta pregando affinché la polizia “trovi chi lo ha assassinato”.
Sembra anche che Haney avesse realizzato un archivio, ricco di informazioni compromettenti che avrebbero potuto incriminare gli alti vertici delle due amministrazioni Obama, dando istruzione che fosse aperto nel caso di una sua morte prematura. Adesso potrebbe essere giunta l’ora della verità.

Chi era Haney

Haney, in quanto profondo conoscitore della realtà mediorientale ed esperto di islam radicale, era stato scelto da George Bush Jr per lavorare in prima fila nella guerra al terrore. Quando nel 2002 fu fondato il Dipartimento per la sicurezza interna (Dhs), Haney vi entrò automaticamente con un posto già riservato.

Le sue indagini hanno portato alla cattura di oltre 300 jihadisti e hanno permesso di sventare decine di attentati sul suolo statunitense nell’arco di 13 anni. Poi, il 2 dicembre 2015, avviene la svolta: San Bernardino è colpita da un grave attentato jihadista, muoiono 14 persone e 22 vengono ferite. Haney si dimette dal servizio e un anno dopo pubblica See SomethingSay Nothing, un durissimo j’accuse nei confronti dell’allora presidente Obama che, a suo dire, stava intralciando le importanti attività del Dhs, e quindi minacciando la sicurezza nazionale, a causa dell’imposizione di un nuovo codice di condotta e d’azione, plasmato dal politicamente corretto, nel trattamento e nel monitoraggio di radicalizzati e jihadisti, noti o presunti.

La goccia che avrebbe fatto traboccare il viso, spingendo Haney a dimettersi e a denunciare pubblicamente il presidente, fu proprio la strage di San Bernardino. L’attentatore, infatti, non era sconosciuto all’antiterrorismo, in quanto soggetto radicalizzato, ma al Dhs dovette cessare le attività di sorveglianza nei suoi confronti. Era dal 2009 che a Haney e ai suoi colleghi veniva ordinato di cancellare o alterare le schede dei terroristi e dei radicalizzati contenute negli archivi digitali del Dhs: lo fece più di 800 volte, fino al 2015. Testimoniò anche davanti al Congresso, nel giugno 2016, confermando quanto scritto nel libro.

Stando alle accuse di Haney, se la presidenza non avesse imposto agli agenti di lavorare secondo un approccio progressista, orbo e buonista, il Dhs avrebbe potuto prevenire una serie di attacchi, fra i quali la strage della maratona di Boston e il massacro di Orlando. In numerosi casi, però, Haney e la sua squadra furono accusati di portare avanti inchieste “ingiuste”, giustificate soltanto dalla loro presunta ostilità nei confronti dei musulmani, oppure offensive, e quindi obbligati a chiuderle.