Una ragazza inglese in stato di fermo dopo aver subito uno stupro. Follia? No, Dubai. Secondo la BBC, infatti, una studentessa di 20 anni in vacanza negli Emirati è stata stuprata da due connazionali e, rivoltasi alla polizia, si è visto contestare il reato di sesso fuori dal matrimonio, reato per il quale subirà un processo, con ammenda pecuniaria piuttosto elevata, somma che i genitori cercano di coprire con una raccolta fondi.

Una vicenda che ha dell’incredibile: Dubai è la Las Vegas del Golfo Persico, la città del piacere e del divertimento, delle follie notturne e dei palazzi all’ “americana” che spuntano come funghi dalle sabbie della penisola arabica, la capitale di un paese che tu, occidentale, consideri ultra moderna e che ammiri per la capacità dei suoi abitanti nel creare ricchezza in un territorio desertico.All’avanguardia per tecnologia ed intrattenimento, Dubai resta la principale realtà di un Paese islamico che contempla, nel suo ordinamento giuridico, la legge coranica.“Si tratta di una sharia a bassa intensità – spiega Elisabetta, giornalista da anni residente negli Emirati – ma comunque piuttosto dura nel correggere quei comportamenti che possono ledere all’immagine dello stato”.Ricorderete che nel reportage dedicato alla prostituzione abbiamo parlato di due situazioni: la prima, quella dell’esercizio in strada, severamente proibita; la seconda, l’esercizio nei grandi alberghi, tollerata. La differenza sta in ciò che viene percepito all’esterno: un popolo che si amministra ricorrendo a leggi religiose non può, infatti, accettare che una squillo adeschi clienti in luoghi pubblici; al contrario, nel privato di una hall o di una camera d’hotel, lontani da occhi indiscreti, la macchina d’affari del sesso può fatturare più liberamente, quasi come si tratti di un servizio in più offerto agli ospiti.Ma gli occidentali che si recano in vacanza negli Emirati non sempre sono informati sulla realtà emiratina: prima dello stupro della ragazza inglese, un’altra giovane britannica fu al centro, nel 2012, di un caso di cronaca che fece molto discutere. Jessica Blake, 29 anni, residente a Dubai, era stata arrestata dopo aver fatto sesso con un coetaneo sul sedile posteriore di un taxi. Anche in quel caso multa salata, processo e interrogativi vari di media, di opinionisti e del grande pubblico su come una meta turistica così ambita possa trasformarsi, per una donna, in un vero incubo.Il sito del Foreign Office (Ministero degli Esteri inglese) dedica alla capitale degli EAU un’intera pagina di informazioni, preziose, indirizzate ai circa 1,5 milioni di connazionali che ogni anno scelgono Dubai come destinazione per le vacanze. “Le leggi e le usanze degli Emirati – si legge – sono molto differenti da quelli della Gran Bretagna. Presta attenzione a ciò che fai, assicurandoti di non arrecare offesa (ai locali, nda) specialmente nel periodo del Ramadan, quando è vietato fumare, bere, mangiare in pubblico nelle ore diurne, anche se si è nella propria auto. Disposizioni dalle quali possono essere esonerate donne in stato interessante o bambini, ma la discrezione va esercitata”.Quanto alle relazioni interpersonali, lo stesso sito riporta che una donna che intenda partorire, negli EAU, un figlio nato fuori dal matrimonio può incappare in sanzioni.Dunque, pur nell’orrore che suscita il gesto è chiaro il perché uno stupro venga considerato dalle autorità come “colpa” di una donna. E a poco serve sapere che gli autori sono stati identificati e privati del passaporto: all’umiliazione e al senso di impotenza, si somma adesso la preoccupazione dei familiari per il futuro, processuale, della vittima in un contesto in cui l’uguaglianza dei generi, di fronte alla legge, non è contemplata.Dubai, sogno o incubo? Neanche un Paese arretrato ed in guerra come l’Afghanistan è un incubo se, prima di partire, si ha un’idea chiara di ciò che si trova e di ciò che si vuole fare. Il tutto sta nella consapevolezza e nella conoscenza della realtà che si visita: lo sviluppo sociale e culturale, in fondo, non si misurano con le categorie alberghiere.

Nel campo comunista di Goli Otok
SOSTIENI IL REPORTAGE