I gruppi terroristici internazionali vengono finanziati dalla droga. Le rotte tramite cui questa viene smistata, poi, conducono spesso in Europa. Sono due verità, difficilmente controvertibili, ma poco indagate. La base del fenomeno risiede storicamente negli accordi strutturali tra terroristi e narcotrafficanti. I primi si garantiscono introiti eterodiretti, i secondi una difesa naturale delle loro zone franche che, presidiate dai terroristi, rimangono di difficile tracciabilità per gli Stati. Esattamente come gli introiti prodotti da questo mercato.

Un sistema sviluppatosi all’inizio degli anni 2000, specie nelle zone del mondo dove il potere non era (e non è) legittimamente assegnato ad un governo pacificamente riconosciuto. Questo schema, però, negli anni è saltato e le formazioni jihadiste (e non) hanno deciso di diventare protagoniste attive del narcotraffico. Smettendo, in parte, di garantire protezione fisica ai narcos, in cambio di liquidi facili: quelli che sono sempre serviti a finanziare le attività terroristiche.

Nel 2009, Antonio Maria Costa, direttore esecutivo dell’Unodc, l’Ufficio per i narcotici e il crimine delle Nazioni Unite, dichiaròin merito: “È diventato sempre più difficile distinguere chiaramente i gruppi terroristici dalle comuni organizzazioni criminali perché le loro strategie tendono sempre più a sovrapporsi. Se non recidiamo il legame tra crimine, droga e terrorismo, il mondo assisterà alla nascita di un ibrido e cioè di organizzazioni terroristiche della criminalità organizzata”. Fenomeno che, negli anni, si è più che radicato. La tipologia di criminale che ne è venuta fuori, insomma, è quella del “narcoterrorista”. Uno dei primi esempi storici è quello dei talebani, declassati, però, dagli Stati Uniti. Non saranno terroristi e non saranno criminali, quindi, ma il mercato dell’oppio è di certo il più fiorente dell’Afghanistan.

Basti pensare che circa il 92% della produzione mondiale di oppiacei avviene proprio in questo crocevia dell’Asia centrale. Nello specifico, l’oppio rappresenta il 60% del Pil afghano. La droga afghana, poi, transita per vie differenti: quella del nord, l’antica via della seta, dalla quale raggiunge la Russia e gli stati limitrofi e quella del sud, che, si legge qui, è : “considerata la via principale fino a che non è cresciuta quella del Nord, transita per il Pakistan attraverso i 1.200 chilometri di frontiera del Baluchistan con due delle province afghane a maggior produzione di eroina, Helmand e Kandahar. Dal Pakistan raggiunge la Cina via terra, mentre arriva in Africa, Oceania e America via mare (ma anche via area dall’aeroporto di Karachi). Un’altra parte percorre via mare la Costa Arabica, per l’Iran e la Turchia, e da lì raggiunge il mercato europeo…”.

Per comprendere la portata sociale del fenomeno, basti pensare che tra il 2006 e il 2013, l’età media dei tossicodipendenti in trattamento in Europa per abuso di oppiacei è cresciuta di 5 anni. Stesso crescita esponenziale è avvenuta per i decessi. Talebani, quindi, ma non solo. L’Isis, ad esempio, ha individuato nella droga un forma di finanziamento.

Qualche anno fa, venne intercettata una nave, la  Marti N, battente bandiera panamense, che trasportava 19600 chili di hashish. Era diretta in Libia. Vennero fatte delle indagini ed emerse che apparteneva ad un cartello,  predisposto per la vendita i cui proventi sarebbero serviti all’acquisto di armi per i jihadisti. Questo avvenimento sarebbe uno degli indizi provanti la nascita di nuova rotta del traffico internazionale: un enorme quantitativo di hashish e cocaina che, passante per il Mediterraneo, finanzia i terroristi. Come se non bastasse, nel 2013 vennero arrestate 109 persone all’interno di un’operazione internazionale, denominata Urca, nata per stroncare il finanziamento di gruppi islamici.

L’oggetto del sequestro? 100 tonnellate di hashish, 11.400 armi da fuoco, oltre un milione di munizioni e 10 tonnellate di esplosivi. L’Isis, insomma, ha fatto dello spaccio di sostanze stupefacenti un corridoio strutturale per sovvenzionare le proprie attività. Ma Daesh possiede anche un rapporto diretto con ilcaptagon, una tipologia di droga sintetica, un’anfetamina stimolante in grado di inibire qualunque paura -quindi molto “comoda” per gli attentati- la cui produzione è ora largamente presente in alcune zone della Siria (dove a causa della guerra civile i controlli sono più complessi) e precedentemente nella valle del Bekaa, in Libano, per la cui produzione avrebbe rilevato anche il ruolo di Hezbollah.

Il mercato della cannabis e dell’hashish, poi, è quello numericamente più vasto e interessante: 80 milioni di consumatori abitudinari pari ad un volume d’affari di 90 miliardi di euro. La rotta principale per il traffico di marijuana è certamente quella che collega Afghanistan e Pakistan all’Albania. Dalla penisola balcanica, poi, la droga arriva nei Paesi Bassi, dalla quale il tutto viene distribuito a pioggia in tutta Europa.

Ma chi c’è alla base? Secondo questo dossier di Lookout news,  in Afghanistan operano: ” Talebani, Al Qaeda e la rete degli Haqqani, mentre in Pakistan Lashkar-e-Jhangvi e Jaish-e-Mohammed”. L’Isis entra in gioco dopo, a Lazaret, città albanese denominata il “villaggio della marijuana”. E’ lì, infatti, che i jihadisti intercettano il traffico. Notizia che ai nostri lettori non dovrebbe risultare nuova, dato la continua crescita che i gruppi jihadisti hanno nei balcani. Di collegamenti ce ne sarebbero altri e l’elencazione assumerebbe proporzioni ben differenti rispetto a quelle di un articolo di carattere giornalistico, quello che questi pochi fattori intercorrenti tra terrorismo e droga dimostrano, però, è l’esistenza di un intervento diretto da parte dei terroristi islamici nello sviluppo e nel controllo del traffico internazionale di stupefacenti. Traffico che, spesso e volentieri, finisce per coinvolgere ed interessare le città d’Europa. 

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