Uno spettro si aggira per l’Africa: è la nuova jihad. Il terrorismo di matrice islamica, infatti, sta bersagliando da tempo il triangolo Burkina Faso- Niger- Mali. È soprattutto quest’ultimo ad essere bersagliato dagli attacchi terroristici, in particolar modo nel 2019: l’ultimo, sabato scorso ad Indelimane, nella regione di Menaka, al confine con il Niger. L’attacco, che ha causato 54 vittime, è stato rivendicato negli scorsi giorni dall’Isis che, attraverso i propri canali ha dichiarato che “”I soldati del califfato hanno attaccato una base militare dove elementi dell’esercito apostata maliano erano di istanza nel villaggio di Indelimane”. I recenti attacchi sono un duro colpo per la cosiddetta Sahel G5 – una forza antiterroristica congiunta nata nel 2014 dalla cooperazione tra Mauritania, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad- e per la Francia, impegnata a sostenere la fragile regione con un piano di cooperazione sicuritaria.

“Guerra santa” e tensioni tribali

A  pochi giorni dall’uccisione del Califfo al-Baghdadi, l’Isis sembra sconfitta in Siria ed in Iraq, ma da tempo ormai è iniziato un drenaggio di risorse jihadiste verso il cuore dell’Africa. Se fino al 2012 il fenomeno delle aggressioni terroristiche  affliggeva il nord del Mali e la zona del lago Ciad, ora la cintura del terrore si è allargata verso l’ovest del Niger e il nord est del Burkina Faso approfittando del caos libico e algerino per attraversare le frontiere. Qui, i miliziani del terrore sfruttano le tensioni etniche fra gruppi per rinfocolarli e prendere, al contempo, possesso del territorio: gli scontri tra i gruppi transumanti e agricoltori stanziali per l’accesso alle fonti idriche sono un refrain di quest’area. Un esempio è costituito dalla lotta tra comunità tuareg, peul , il nucleo di reclutamento jihadista nella regione, dogon e bambara: nel centro del Mali, le popolazioni civili peul, accusate di sostenere i gruppi salafiti, sono oggetto di attacchi da parte di gruppi di auto-difesa etnica, mentre le comunità dogon e bambara costituiscono il target di attacchi jihadisti nel centro del Mali. Alcuni jihadisti, come quelli della Katiba Macina, sono soliti arruolare giovani peul, causando la nascita di bande di auto-difesa dogon, moltiplicando gli scontri e le rappresaglie tra le due etnie. I pastori semi nomadi fulani e gli agricoltori dogon hanno vissuto fianco a fianco per secoli, ma la presenza di gruppi armati  e un numero crescente di milizie etniche negli ultimi anni hanno esasperato tensioni e portato alla violenza. Allo stesso tempo, le istituzioni statali deboli nel Mali centrale e la competizione per terra e acqua nell’era dei cambiamenti climatici hanno peggiorato le cose.

Un caleidoscopio di gruppi terroristici

Il Mali, in particolar modo, è passato sotto il controllo di combattenti collegati ad Al-Qaeda dopo che l’esercito nazionale non è riuscito a reprimere le rivolte del 2012. Fallita la  campagna militare a guida francese contro i combattenti, i gruppi armati si sono raggruppati e hanno allargato le loro incursioni. Queste formazioni, il cui ventaglio va dall’Isis ad Al Qaeda, stanno guadagnando maggiore slancio, organizzandosi meglio e rendendo più difficile per le forze di pace e altri soldati – in particolare l’esercito maliano – controllare la regione. In Mali, tra l’altro, è in corso la più grande missione Onu del mondo (Minusma) che, attivata dal 2013, tenta di rendere il Paese impermeabile alle derive jihadiste: con scarsi risultati, purtroppo. Il Sahel infatti si starebbe tramutando in un arsenale militare nel cuore d’Africa ove si stima circolino più di 60 milioni di armi, mortai e mine anticarro incluse. Qui la jihad sembra perdere progressivamente i tratti dogmatici del fondamentalismo religioso per assumere sempre più marcatamente quelli della criminalità internazionale: droga, traffico di armi, tratta di migranti che tentano di raggiungere il nord del Paese per poi dirigersi verso l’Europa.

Si tratta di gruppi non isolati ma comunque sempre riconducibili ai “patrons” della Jihad (si pensi ad Al- Shabaab in Somalia e ai suoi legami con Al-Qaeda) che si finanziano con traffici altamente specializzati come quello dell’avorio, del legname, pietre preziose ed eroina: tra questi vi sono Boko Haram e l’Aqmi, variante maghrebina del quaedismo che offre assistenza e armi ad altri gruppi tra cui proprio Boko Haram che si appoggia in Mali per addestramento ed esercitazioni. Versioni più spregiudicate del jihadismo che in quest’area esercita un fortissimo appeal fra giovani e giovanissimi: si tratta di masse di disoccupati, soprattutto nei grandi centri urbani, ove mancanza di lavoro, marginalità sociale e corruzione politica sono i leitmotiv dei regimi post coloniali. I gruppi terroristici vengono visti come un modo per superare questa vita al margine della società e i nuovi arruolati vengono attratti dalla prospettiva di ottime paghe, saccheggi, la possibilità di un paradossale riscatto sociale divenendo mercenari che incutono timore e rispetto imbracciando le armi. Non è un caso che i terroristi abbiano scelto di reclutare i giovani tramite mezzi assolutamente moderni come Whatsapp: è questo l’allarme lanciato da numerosi Imam moderati circa il reclutamento tra i giovani fulani. I sermoni, che una volta venivano trasmessi alla radio e poi distribuiti tramite audiocassetta, sono ora trasmessi da WhatsApp – l’app di messaggistica preferita in un Paese che attualmente vanta 150 abbonamenti di telefoni cellulari per 100 abitanti, ma poca copertura di Internet. Immagini di cadaveri martoriati, villaggi incendiati o filmati di scontri con l’esercito sono le armi, mirate sia a far montare la rabbia che a persuadere e reclutare.

Oggi, nessuna area è sicura in Mali, neanche Bamako, dove si contano diverse cellule dormienti in grado di compiere vere carneficine nei luoghi frequentati da stranieri (ristoranti,alberghi) come nel caso dell’attacco all’Hotel Radisson del 2015.Oltre al legame a doppio nodo tra  jihadismo saheliano e criminalità internazionale, qui persistono e si rafforzano la volontà di controllo regionale (si pensi all’aspirazione di Boko Haram di controllare il petrolio nigeriano) ed un rispolvero degli slogan anti-colonialisti. In questo senso, il jihadismo africano si contraddistingue per una forte aspirazione internazionalista che mira a compattare il gruppi di lotta del Maghreb e del Sahel in funzione anti occidentale mirando a far esplodere le attuali leadership post coloniali eterodirette, in particolar modo quelle di influenza francese.