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Secondo una fonte irachena citata da Al Sumariya TV Al Baghdadi sarebbe ai titoli di coda. Probabilmente ferito in un raid americano di precisione al confine tra Siria e Iraq, il Califfo sarebbe stato colpito assieme ad altri  membri dell’organizzazione terroristica più temuta al mondo.La legge del contrappasso. Se si pensa a quando, proprio Baghdadi, in una registrazione di 24 minuti – diffusa lo scorso dicembre – affermò che i bombardamenti della coalizione internazionale e della Russia non avrebbero piegato l’autoproclamato Stato Islamico. “Il Califfato non è stato indebolito dai raid della coalizione”, sentenziò beffardo il leader.Anche se la notizia non è ancora stata confermata dal Pentagono, l’emittente che per prima l’ha diffusa può vantare di una certa autorevolezza in virtù di buone connessioni con figure di primo piano del mondo sciita e forze irachene. “Gli aerei della coalizione internazionale hanno bombardato ieri una posizione in cui vi è una base di Isis, lungo la zona di confine tra Iraq e Siria, 65 chilometri a ovest della città di Nineveh”, riportano le fonti.Sembra quindi che la coalizione sia riuscita ad individuare le coordinate esatte del bunker di Baghdadi, colpendolo mentre era in corso un vertice della leadership nera, grazie all’aiuto di una spia. “È stato preso di mira un edificio, l’attacco – riferiscono le fonti – è stato messo a segno sulla base di informazioni precise”.Ed è proprio a caccia dell’autore della “soffiata” che è stata sguinzagliata la polizia segreta del Califfo. Sembra che in queste ore sia in corso la più grande epurazione interna mai messa a segno dalla Gestapo dello Stato Islamico.Ma arresti ed esecuzioni sommarie erano cominciati già da tempo. La psicosi delle spie era già alle stelle da mesi. Da quando Abu Hayjaa al-Tunsi – storico leader al comando delle truppe schierate sul fronte di Aleppo e Mabij – era stato polverizzato da un drone mentre viaggiava a bordo della sua jeep. Stessa fine toccata a Abu Omar al Shishani, il comandante ceceno “barbarossa”, intercettato lo scorso marzo – nella città di al-Shaddadi in Siria orientale – da una bomba intelligente.Il cerchio attorno all’uomo ribattezzato “il nuovo Bin Laden” da Le Monde è diventato un cappio. A confermarlo è il giro di vite che – come riporta The Washington Post – ha portato negli ultimi mesi ad un centinaio di esecuzioni sommarie. Secondo Rami Abdurrahman dell’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (OSHD) “molti sono stati accusati di aver passato informazioni, oppure, di aver inserito dei localizzatori GPS a bordo dei veicoli bombardati”.Cadaveri sciolti nell’acido, oppure, esposti per giorni nel tentativo di dissuadere gli informatori. Questa la fine dei sospettati di “collaborazionismo”. Miliziani e civili spesso accusati solo perché in possesso di un telefono cellulare. Le folli purghe del Califfo sembrano non aver giovato alla coesione delle milizie che, come rivelano i successi inanellati dai raid di precisione, sono sempre più disposte a collaborare e meno affezionate al progetto del Califfato universale.Ma dietro a questa disaffezione c’è dell’altro. Come spiega Abdurrahman: il Califfato frana. Mentre perde terreno in Siria e in Iraq, la sensazione è quella che manchi la terra da sotto i piedi, senza contare che l’allargamento dei bombardamenti alle infrastrutture petrolifere – controllate dai terroristi  – e alle autobotti della distribuzione ha comportato un drastico ridimensionamento dei salari dei miliziani costretti oggi a cambiare, insieme alla bandiera, il loro business.In questo clima di crisi, la morte di Baghdadi potrebbe rappresentare l’ultimo pezzo del puzzle. Ma il Califfo ha molte vite. Erà già sopravvissuto ad un raid aereo, mai confermato dal Pentagono, il 18 marzo dello scorso anno. Baghdadi era in viaggio nei pressi di al Baaj, 130 chilometri da Mosul, insieme ad altri tre uomini. Del gruppo fu proprio lui l’unico a salvarsi.

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