La presenza di seguaci donne all’interno della galassia jihadista è un fatto noto. Negli anni, molti gruppi terroristici – compreso Al-Qaeda – sono riusciti a cooptare numerose sostenitrici e l’Isis non ha fatto eccezione.

Il ruolo giocato dalle donne dell’Isis all’interno del califfato sembrerebbe tuttavia più ampio e strutturato rispetto al passato. Oltre a subire un processo di indottrinamento, molte di esse sarebbero state addestrate per combattere sul campo di battaglia e compiere attacchi terroristici.

Inizialmente, le donne sono state coinvolte per supplire alle perdite di combattenti maschi. Col tempo, però, sono diventate un elemento indispensabile per l’organizzazione sia nelle aree di conflitto sia in Occidente. Oggi, sembra che il loro ruolo spazi da attività progettuali e di propaganda fino a incarichi concreti sui campi di battaglia.

Tutt’altro che sprovvedute. Di recente, nel campo di detenzione di Al-Hol (Siria), un gruppo di donne – le “Justice for Sisters” – ha aperto un canale su Telegram con l’obiettivo non dichiarato di raccogliere fondi a sostegno dell’Isis in Europa. Appoggiandosi a un account PayPal, sono riuscite a raccogliere circa 3 mila euro, lamentando la scarsità di beni di prima necessità e chiedendo denaro per sostenere le mogli dei combattenti dello Stato islamico, anche in un loro eventuale tentativo di fuga dal campo.

Sono le stesse donne che,nel campo di Al-Hol, cercano di ristabilire l’ordine del Califfato, sventolando bandiere nere e attaccando con pietre e sassi i funzionari della struttura, accusati di “permettere che prevalga l’ingiustizia”.

L’addestramento delle donne in Iraq

In Iraq, dopo la caduta del Califfato, i jihadisti si sono radunati in cellule dormienti, nascondendosi in aree desertiche del Paese. Le cellule dell’Isis – diffuse da Mosul e dal Kurdistan iracheno fino a Baghdad – stanno generando un’ondata di violenza “persistente e resiliente”, secondo l’ambasciatore James Jeffrey, inviato speciale Usa per la Siria e la Coalizione anti-Isis.

Oltre a minare gli sforzi di stabilizzazione compiuti da Baghdad e ostacolare la ripresa economica – attraverso piccoli attentati e la devastazione delle coltivazioni irachene – anche qui l’organizzazione continua a puntare sulle donne, considerate la “punta di diamante” di una strategia di rinascita.

Nell’area di Mosul – ma anche fuori dal territorio iracheno, in Siria e Tunisia – le donne dell’Isis vengono addestrate dai jihadisti affinché siano pronte ad assumere un ruolo attivo nelle prossime battaglie del gruppo.

Secondo Abu Ali Al-Basri, direttore dell’Intelligence irachena, è possibile parlare di un vero e proprio “consolidamento” della presenza delle donne tra i ranghi dell’organizzazione, considerate addirittura “ideologicamente più pericolose degli uomini quando si tratta di infiltrarsi e partecipare a operazioni terroristiche”.

“L’Isis ha effettivamente ampliato l’impiego delle donne nelle operazioni terroristiche, come abbiamo avuto modo di vedere recentemente in Siria, Tunisia e a Mosul” – spiega Al-Basri – “C’è il rischio che queste donne continuino a rappresentare una minaccia, essendo in grado di compiere operazioni suicide o attentati contro centri abitati”.

La minaccia non riguarderebbe solo l’Iraq e gli ex territori del Califfato. L’Isis – continua Al-Basri – “è riuscito anche a trasferire alcuni elementi, per la maggior parte donne, dalla Siria al Sudan, prima della caduta del governo di Bashir”.

Un’area chiave, dalla quale i jihadisti possono raggiungere la wilayah dell’Africa centrale – che ha la sua base nella Repubblica Democratica del Congo e confina con il Sud Sudan –, quelle dell’Africa occidentale e orientale – che interessano rispettivamente Nigeria, Camerun, Niger e Ciad e Somalia e Kenya –, oltre al nord Africa.