Una donna kamikaze si è fatta esplodere sabato pomeriggio nei pressi di un posto di blocco a Grozny, Cecenia. Il fatto è avvenuto intorno alle ore 16 nel distretto di Staropromyslovsky quando l’attentatrice si è avvicinata ad alcune pattuglie di guardia presso il posto di blocco 21; gli agenti, insospettiti, hanno intimato l’alto là e sparato alcuni di avvertimento ed è a quel punto che l’attentatrice suicida è corsa verso la pattuglia ed ha detonato l’ordigno.

L’attacco non ha causato vittime tra gli agenti e l’unica deceduta è la donna, successivamente identificata come Karina Omarova Spiridonova, classe 1993, originaria dell’Adighezia ma da anni residente nella regione di Celjabinsk, sugli Urali. Cresciuta assieme alla madre, Karina veniva descritta come appassionata di pedagogia e di pallavolo prima di sposarsi e trasferirsi nel 2016 in Daghestan.

Dopo l’attacco sono emersi alcuni dettagli insoliti sull’attentatrice, in primis una nota scritta a mano su un foglietto dove si legge “Allah perdonami”, frase insolita per un martire che solitamente esalta il proprio operato come ispirato e richiesto da Allah. Un altro aspetto interessante è legato ai documenti d’identità della donna: se infatti nel passaporto e nell’id personale, datati rispettivamente settembre 2016 e novembre 2015, la Spiridonova appare in foto con il velo, nel passaporto rilasciato nel novembre del 2017 è invece senza velo, con i capelli sciolti. Un dettaglio alquanto inusuale per una musulmana molto osservante.

Fondamentale sarà ora capire il giro di frequentazioni che la donna aveva da quando si era trasferita in Daghestan nel 2016. Non è infatti da escludere che sia proprio lì che Karina si sia radicalizzata entrando in contatto con ambienti islamisti legati alle bande che si nascondono nelle foreste e che sono attivi nell’organizzare attacchi contro le forze di sicurezza.

Le ultime operazioni nel Caucaso settentrionale

Lo scorso 11 novembre le forze speciali cecene avevano individuato ed eliminato Sembiev Sulumbek (1994) e Akhmed Yanayev (2001), due jihadisti che stavano organizzando un attentato suicida; assieme a loro veniva abbattuto un terzo individuo la cui identità non è ancora stata resa nota.

Un mese prima, nel vicino Daghestan, gli spetsnaz accerchiavano e uccidevano Dagir Gadijev (19) e Musa Bilalov (29), due jihadisti dell’Isis ricercati per gli omicidi di alcuni civili nel 2017, di un imam del villaggio di Mutsalaul, per la dissacrazione del mausoleo del maestro sufi Said Afandi al-Chirkawi (ucciso dai jihadisti nel 2013) e per l’omicidio di due agenti di polizia nel villaggio di Komsomolskoe.

Gadjiev e Bilalov erano membri della banda capeggiata da Khubaev “Abbas” Yunusovich (23-02-1991), ucciso lo scorso 2 settembre in una zona boscosa nei pressi di Khasavyurt durante un’operazione anti-terrorismo. “Abbas” Yunusovich era a sua volta nella “lista nera” dei ricercati federali per l’imboscata a una pattuglia di agenti di polizia avvenuta lo scorso 20 luglio sull’autostrada federale “Kavkaz” nei pressi di Kizilyurt.

A fine settembre era invece il turno di Shamil Bilalov (1992), leader della banda jihadista “Endirei”, individuato e abbattuto nei pressi del villaggio daghestano di Talgi, dove quindici giorni prima erano stati uccisi altri tre membri della sua stessa banda.

La strategia di contrasto al radicalismo in Russia

La lotta all’estremismo di matrice jihadista e al terrorismo nella Federazione russa si basa su una serie di strategie preventive, cautelative ed educative che sono state sistematicamente implementate nel tempo, con l’obiettivo di debellare il problema alla radice.

La prevenzione è basata su un’infiltrazione e un controllo capillare del territorio, con eventuali azioni che vanno a stroncare sul nascere qualsiasi tipo di input radicalizzante; nel frattempo le autorità provvedevano a chiudere tutte quelle ONG straniere sospettate di supporto ai jihadisti, tagliando così i canali di finanziamento. Una volta colpito nei suoi punti vitali e privato del suo appoggio internazionale, il terrorismo islamista del Caucaso settentrionale non è più stato in grado di coordinarsi e organizzare attacchi come quelli dei primi anni del 2000 e sono i dati a dimostrarlo. Un altro aspetto vincente della strategia preventiva di Mosca è stato il coordinamento con le autorità islamiche ufficiali, con le quali si è provveduto a sensibilizzare i giovani che diventavano spesso bersaglio della propaganda jihadista. Esponendo, sia in moschea che sul web, la corretta visione dell’Islam hanno di fatto isolato e marginalizzato la propaganda wahhabita. Un programma che ha anche permesso di scongiurare diverse partenze di giovani disposti ad arruolarsi nello Stato Islamico. Nel frattempo le forze di sicurezza russe hanno sistematicamente preso di mira le varie bande e cellule attive sul territorio, riducendo drasticamente le loro capacità di azione, come dimostrano anche le operazioni anti-terrorismo dell’ultimo anno e tutt’ora in corso.

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Va inoltre sottolineato che dal 10 al 13 novembre in Daghestan è stata organizzata una conferenza tra le autorità russe e quelle del mondo islamico (Russia-Islamic World Strategic Vision Group) dedicata al contrasto dell’estremismo religioso e del jihadismo, con lo scopo di migliorare la collaborazione tra Russia e mondo islamico in risposta all’emergenza della minaccia terroristica. All’evento hanno partecipato autorità governative e religiose di più di 25 paesi tra cui Libano, Giordania, Turchia, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Egitto, Emirati Arabi, Tunisia, Senegal, Iran, Indonesia e Malesia.

Alcune osservazioni

Un’ultima riflessione va dedicata all’attentato di sabato a Grozny con il quale si è aperto il pezzo e va sottolineato come ancora una volta i jihadisti hanno fallito, non sono riusciti a mietere vittime e l’unico decesso registrato è stato quello dell’attentatrice stessa.

Ulteriore fallimento di un jihadismo interno (seppur ideologicamente non autoctono) che senza i necessari appoggi internazionali non riesce più a colpire dentro la Federazione russa. Il caso più evidente è stato quello dei Mondiali di calcio di Russia della scorsa estate: un bersaglio ambito per l’Isis e per i qaedisti che non sono però riusciti ad andare oltre le minacce.

Ci sono poi alcuni numeri su cui ponderare, come già recentemente esposto, per quanto riguarda i jihadisti ceceni unitisi a Isis e al-Qaeda in Siria e Iraq. Dalla Cecenia sono infatti partiti circa 600 foreign fighters su una popolazione che si aggira intorno a 1.395mila abitanti; un rapporto indubbiamente elevato, ma che poteva essere peggiore considerato i trascorsi ceceni degli ultimi 30 anni.

Se si prendono però in considerazione i 2.400 jihadisti ceceni partiti dalla diaspora europea allora risulta evidente come il fulcro principale del problema per quanto riguarda la radicalizzazione cecena è in Europa, un aspetto che non può essere sottovalutato.