L’offerta di aiuto avanzata dalla Lega Musulmana Mondiale (MWL) al governo italiano per quanto riguarda il problema delle moschee e il flusso migratorio non può non destare perplessità e interrogativi. Per quale motivo, infatti, la ONG saudita, da sempre attiva nella diffusione dell’Islamismo di stampo wahabita, ha improvvisamente tutto quest’interesse nell’”aiutare” l’Italia?

Una proposta che non è però stata presa in considerazione dal nuovo governo, secondo quanto dichiarato dal segretario della MWL, Mohammed al-Issa: “Siamo pronti a mettere molti soldi, un supporto diretto al governo italiano sull’immigrazione. Ma – si lamenta – non siamo riusciti a dirlo al vostro ministro degli Esteri. 

A questo punto è utile capire meglio il profilo dell’ONG in questione, la strategia perpetrata da anni dal wahabismo sul piano internazionale e osservare come ha influito su un contesto dove è particolarmente presente, quello bosniaco.

Cos’è la Lega Musulmana Mondiale (Muslim World League)

Secondo quanto illustrato dall’Oxford Islamic Studies Dictionary la MWL viene fondata nel 1962 in Arabia Saudita con lo scopo di discutere le problematiche della comunità islamica in relazione alla minaccia comunista/atea promuovendo la dottrina islamica e combattendo i complotti percepiti nei confronti dei musulmani.

Dal 1972 la ONG inizia a mettere in evidenza un’identità sovranazionale e indipendente, focalizzandosi sulla costruzione di relazioni con organizzazioni culturali e politiche di stampo islamico, espandendo le proprie iniziative missionarie e di supporto sociale. Sempre secondo l’esposizione del Dizionario britannico, la MWL è legata al regime saudita e da esso finanziata.

In poche parole la MWL si occupa di proselitismo, di divulgare quell’islamismo radicale meglio noto come “wahabismo” che non permette a un musulmano di convertirsi ad altra religione (pena la morte), che perseguita gli omosessuali, i miscredenti, quell’ideologia che nega diritti fondamentali alle donne e che non accetta differenti interpretazioni dell’Islam che si discostano da quella ufficiale saudita. Del resto basta vedere come ha risposto al-Issa durante l’intervista del Corriere della Sera quando gli viene chiesto se si considera wahabita: “Io sono contrario a queste denominazioni: wahabita, salafita. Io sono con il puro Islam”.

Questo cosa significa? Intendeva forse dire che vi sono branche dell’Islam considerate “impure”? Chissà cosa pensa al-Issa del Sufismo, dell’Islam sciita o dei Bektashi albanesi. Del resto nell’ultima domanda dell’intervista al-Issa non perde l’occasione di puntare il dito contro gli sciiti, accusandoli di fare la Taqqiyya (dissimulazione nell’interesse dell’Islam).

Per quanto riguarda il terrorismo, al-Issa definisce i terroristi islamici come “estremisti religiosi, falsamente islamici” e tira in ballo gli estremisti cattolici, ma sarebbe interessante sapere la posizione della Lega Musulmana Mondiale (MWL) nei confronti del terrorismo e a tal fine è utile analizzare la definizione del concetto di “terrorismo”, proprio della MWL, datata 2002: “Il terrorismo è un attacco oltraggioso condotto da individui, gruppi o stati contro l’essere umano (la sua religione, vita, intelletto, proprietà e onore). Include tutte le forme di intimidazione, danno, minaccia, uccisione senza giusta causa …”

In un’altra clausola si aggiunge: “Nell’Islam, la Jihad è ordinata per mantenere il diritto, respingere l’ingiustizia e stabilire la giustizia, la pace, la sicurezza e la clemenza, con cui il Profeta (la pace sia con lui) è stato inviato per portare l’umanità fuori dall’oscurità e verso la luce; la Jihad è stata ordinata per eliminare tutte le forme di terrorismo e per difendere la patria dall’occupazione, dal saccheggio e dal colonialismo”.

Una definizione che desta serie perplessità: nel caso in cui subentrasse una “giusta causa” allora il terrorismo diventerebbe legittimo? E chi dovrebbe essere a stabilire se una causa è “giusta” o meno?

Immancabile il riferimento al jihad, ovviamente infarcito con retorica “medievale” su “luce e oscurità” in una definizione generale che va a mescolare dogmatismo religioso con tematiche politiche e securitarie.

Il legame con la International Islamic Relief Organization

Matthew Levitt nel suo libro “Hamas: Politics, Charity, and Terrorism in the Service of Jihad” illustrava come la MWL fosse stata messa sotto indagine negli Stati Uniti per rapporti con Hamas e al-Qaeda.

E’ bene infatti ricordare che nel 1978 la Lega Musulmana Mondiale fondava a Jeddah la Intenrational Islamic Relief Organization (IIRO), ONG ben nota a chi ha esaminato l’infiltrazione islamista durante la guerra di Bosnia (1992-95), dove svolse un ruolo di rilievo nel finanziare i mujahideen anti-serbi, come illustra l’analista John Schindler:

“La IIRO era utilizzata come perno dei finanziamenti di al-Qaeda e i suoi collegamenti con il movimento internazionale del jihad erano talmente profondi che non si riusciva a distinguere, dal punto di vista funzionale, l’organizzazione umanitaria dalla rete della jihad” (cfr. Schindler John, “Guerra in Bosnia 1992-1995”, p.192). 

Schindler ricordava inoltre come il fratello del leader qaedista Ayman al-Zawahiri (Muhammad) avesse lavorato come funzionario della IIRO in Albania, Croazia e Bosnia, proprio negli anni ’90 ed è proprio in quegli anni che molti esponenti di al-Qaeda venivano segnalati attivi in Bosnia.

Subito dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 emergeva inoltre che un cognato di Usama Bin Laden aveva utilizzato il ramo indonesiano e filippino della IIRO per operare con organizzazioni terroristiche.

La IIRO compariva anche in Cecenia in supporto ai jihadisti anti-Mosca, sia nella raccolta di fondi a favore dei “separatisti” che nel trasferimento di jihadisti, come spiegato dall’analista Olga Oliker: “Documenti rinvenuti a Grozny elencavano Paesi come Sudan, Nigeria, Niger, Costa d’Avorio che avevano inviato combattenti in Cecenia attraverso la IIRO” (cfr.  Oliker Olga, “Russia’s Chechen Wars 1994-2000: Lessons from Urban Combat”, P.71-72Hahn Gordon, “Russia’s Islamic threat”, p.36).

La strategia wahabita e l’infiltrazione bosniaca

Quando Mohammed al-Issa afferma che i salafiti hanno il principio del rispetto delle regole stabilite dai capi del proprio Stato, anche se in disaccordo, fa probabilmente riferimento alla branca “quietista” del salafismo: quelli che non contrastano i governanti. Bisogna però tener presente che i salafiti “quietisti” hanno anche il principio dell’isolamento, ovvero dell’”egira” nei confronti della società miscredente in cui vivono e di esempi del genere ce ne sono numerosi anche in Italia. Delle vere e proprie realtà sociali parallele che si alienano e continuano a vivere secondo i propri dettami. Un esempio europeo? I tribunali della Sharia presenti in Gran Bretagna. Lì non combattono i tribunali britannici, semplicemente creano i propri. Ha senso dunque citare i salafiti quietisti come “esempio di integrazione e rispetto delle regole”? No.

Un esempio ancor più prossimo all’Italia? La Bosnia, la grande moschea di Sarajevo, luogo che ospita anche la sede diplomatica saudita e che promuove il wahabismo in contrapposizione all’Islam etno-culturale autoctono ed è sufficiente fare un giro a Sarajevo per rendersene conto, così come in tutta la Bosnia dove gli “dzemat” wahabiti, spesso finanziati da ONG del Golfo, spuntano come funghi infiltrando così la società bosniaca.

Un perfetto esempio dell’infiltrazione wahabita in Bosnia è il predicatore jihadista bosniaco Bilal Bosnic, ex combattente in quell’unità denominata “el-Mudzahid”, composta quasi interamente da jihadisti arabi e oggi in carcere con l’accusa di propaganda e reclutamento a favore dell’ISIS. Il suo amico Nusret Imamovic, anch’egli predicatore, è invece andato in Siria per raggiungere i qaedisti di Jabhat al-Nusra.

Risultano numerosi i predicatori e i combattenti balcanici che si sono recati nelle università islamiche saudite a studiare dottrina per poi rientrare nei propri Paesi d’origine e mettersi al servizio del “puro Islam”.

Non si tratta dunque di “integrazione”, ma di finta integrazione che punta a divulgare l’ideologia islamista radicale all’interno dei luoghi di culto del Paese di riferimento, una strategia che mira all’egemonia dottrinaria tramite finanziamenti, proselitismo e costruzione di nuove moschee. Di fatto chi controlla i finanziamenti controlla tutto il resto, questo è un dato di fatto.

Un ultimo aspetto che non va dimenticato è quello dell’infiltrazione politica, perché invece del jihad si può raggiungere il potere utilizzando gli strumenti democratici messi a disposizione dai Paesi europei, quella partecipazione socio-politica che mira a cambiare l’ordine nel tempo, facendo tanti figli, infiltrando la sfera politica e controllando i luoghi di culto (dove religione e politica spesso diventano un’unica questione). Una strategia utilizzata anche dai Fratelli Musulmani, come già ampiamente visto tra il 2011 e il 2014. Cambiano le strategie ma non l’ideologia alla base, ciò che viene definito “puro Islam”, come a lasciar sottintendere che esiste anche quello “impuro”.