Fino al 2011, prima che iniziasse la stagione di profondi cambiamenti  passata alla storia con il nome di “primavere arabe”, solo pochissimi studiosi o analisti avrebbero pensato che tale fenomeno potesse essere l’anticamera dell’esplosione del radicalismo islamico o addirittura dello jihadismo. Eppure quella che avrebbe dovuto essere una fase di transizione da nazioni teocratiche o dittatoriali in società laiche e democratiche è degenerata quasi ovunque nell’affermazione di gruppi di islamisti radicali che hanno iniziato a seminare violenza e terrore. Siria, Iraq, Egitto, Libia, Marocco e Tunisia hanno visto scendere in piazza decine di migliaia di persone – soprattutto giovani – i cui moti hanno condotto nella maggior parte dei casi alla caduta o alla profonda destabilizzazione del governo in questione, a favore della crescita gruppi jihadisti che, in alcuni casi, si sono impossessati di intere fette di territorio.Per saperne di più: Così si fabbricano le primavere arabeIl vuoto di potere creato dalle rivolte, infatti, è stato spesso colmato da esponenti radicali, che i governi caduti avevano precedentemente combattuto o imprigionato. L’evoluzione in senso islamista non è per questo solo conseguenza del fallimento di alcune delle ribellioni, ma la diretta conseguenza dello spazio da esso generato. Anche le rivoluzioni di successo, infatti, hanno portato a sviluppi di questo tipo. Mostrando come un’eventuale svolta democratica di un Paese musulmano non racchiuda in sé automaticamente gli anticorpi contro il jihad.Un esempio lampante in questo senso è la Tunisia. Paese in cui la “primavera araba” in questione è da considerarsi di successo perché ha di fatto comportato una profonda svolta politica e istituzionale in senso democratico. Accompagnata però  dall’esplosione dello jihadismo, che ha spinto migliaia di giovani ad imbracciare le armi. I dati ufficiali parlano di circa 6000 foreign fighters partiti dalla Tunisia per andare a combattere nella vicina Libia, in Iraq e in Siria tra le sole fila del sedicente Stato islamico. Numeri record che rappresentano la conseguenza delle rivolte scoppiate in quasi i tutti i Paesi  nel 2011, che non avevano alcun fondamento religioso e men che mai jihadista.A spiegare come questo fenomeno abbia potuto prendere piede è Stefano Torelli, ricercatore all’Ispi e insegnate di Storia e Istituzione del Medio Oriente allo Iulm. Già autore de “La Tunisia contemporanea” (Il Mulino 2015), ha contribuito alla realizzazione di “Jihad e terrorismo”, volume che risponde a tutte le domande sulla nascita e la crescita dei movimenti jihadisti degli ultimi anni.Dottor Torelli, cinque anni dopo lo scoppio delle “primavere arabe” l’Occidente si confronta con un mondo musulmano in condizioni ben peggiori di quanto c’era precedentemente. Quali sono i legami tra l’esplosione della violenza jihadista e le rivolte popolari che vi furono al tempo?Le cosiddette primavere arabe rappresentavano un grande potenziale di cambiamento per tutto il mondo musulmano. Inizialmente si trattava di sollevazioni in buona parte pacifiche che metteva in discussione la supremazia del jihad armato rispetto ad altre forme di transizione. Le prime rivolte, che scoppiarono in Tunisia, erano internamente spontanee e sostenute da ampie fette della popolazione, soprattutto dai giovani. Quella tunisina era una popolazione altamente istruita grazie ai grandi investimenti che il governo aveva fatto nell’istruzione. Il mercato non offriva però occupazioni che corrispondessero al tipo di istruzione garantito. Per questo molti giovani scesero in piazza a chiedere delle riforme fino a fare cadere il governo di Ben Ali.Si tratta dunque di fattori interni che spinsero le nuove generazioni a scendere in piazza. Che ruolo ebbero invece gli attori esterni, per esempio le potenze europee, in questa fase di destabilizzazione? Molte voci parlano della presunta regia dei moti di protesta da parte degli Stati del Golfo, volenterose di determinare il futuro della Tunisia. Va sottolineato però come in realtà lo sviluppo dei gruppi islamisti, come i salafiti, sia legato soprattutto a questioni interne. Le nuove istituzioni sorte dal regime caduto concessero una vastissima liberalizzazione politica e ideologica, senza reprimere la crescita dei gruppi radicali. Volendo mostrarsi profondamente diverse rispetto a quelle che le avevano precedute, non adottarono alcuna forma di censura o repressione, se non in casi di manifesti reati. Fu in questo periodo che iniziarono ad esserci le prime grandi manifestazioni dei salafiti e il loro ingresso all’interno degli atenei universitari. Contemporaneamente il nuovo governo concesse un’amnistia generale, liberando tantissimi elementi precedentemente detenuti per terrorismo. I quali, saldandosi con le nuove leve, iniziarono una martellante campagna di proselitismo.Il fenomeno delle liberazioni dei terroristi in corrispondenza del rafforzamento dei gruppi jihadisti è stato riscontrato anche in Siria…E’ vero. In quel caso si presume che il regime di Assad decise di liberare determinati elementi per favorire la crescita dei terroristi e porsi agli occhi del mondo occidentale, che stava tentando di destituirlo, come unico garante dell’ordine e della stabilità regionale. In Tunisia non ci fu una regia strategica, ma un vuoto che le nuove istituzioni non vollero colmare. E che venne colmata dai salafiti.A cosa fu dovuta la loro rapida affermazione? In assenza di repressione hanno saputo catalizzare il consenso delle nuove generazioni, spesso delle stesse persone che erano scese in piazza con altri propositi poco tempo prima. In particolare fu un loro gruppo, chiamato Ansar al-Sharia, ad avere maggiori approvazioni. La loro fu una strategia che partiva dal basso e che mirava a islamizzare la società. Non a caso presero il controllo di molte moschee, tanto che in quel periodo si dice che addirittura il 10per cento dei centri di preghiera del Paese fosse nelle loro mani. Essi iniziarono poi a prendersi cura delle fasce di popolazione più deboli e abbandonate dal nuovo Stato, mettendo in atto un vero e proprio “welfare islamico” simile a quello promosso da Hamas in Palestina o da Hezbollah in Libano, distribuendo vestiti e generi alimentari al popolo. Nonostante non si possa parlare di sovrapposizione tra le loro posizione e quelle dell’Isis e di al Quaeda era evidente come da parte loro vi fosse un totale rifiuto della democrazia. Il movimento si è progressivamente trasformato da non-violento e orientato alla dimensione sociali in vero e proprio gruppo armato. Finché lo Stato non è dovuto intervenire per metterlo fuorilegge.Le violenze non si sono però fermate, sono invece aumentate…Sì. Anche in assenza di un grande gruppo organizzato rimasero migliaia di giovani che erano stati radicalizzati e che lo Stato continuava a ignorare. Non venne messa in atto alcuna riforma né economica né sociale, mentre i partiti continuavano ad essere percepiti come distanti ed elitari. Rimaneva il malcontento di una generazione che aveva sperato in un cambiamento  e che invece vedeva le proprie condizioni spesso addirittura peggiorate. All’interno di questo vuoto si affermarono velocemente tantissimi nuovi predicatori, spesso ragazzi indottrinati precedentemente dai salafiti e poi auto formatisi su internet, che spesso non hanno mai letto il Corano. Molte voci parlano di una regìa saudita dietro alcuni di loro, ma ciò non ha mai trovato conferma ufficiale. Resta il fatto che alcune di queste persone hanno iniziato a creare dei ponti tra i giovani tunisini e le organizzazioni terroristiche dei Paesi vicini, come Al Quaeda nel Maghreb Islamico (AQIM) in Algeria e l’Isis in Libia. Questi gruppi hanno creato delle proprie cellule in Tunisia e iniziato a mettere in atto diversi attentati. Al contempo migliaia di persone hanno iniziato a partire per la Siria, l’Iraq e la Libia per combattere con le truppe del Califfo. Alcuni di loro, una volta rimpatriati, hanno compiuto attentati indiscriminati contro civili, soprattutto se cittadini e  turisti occidentali. Va sottolineato un dato interessante: il numero dei jihadisti tunisini all’estero è molto più alto di quello in patria.Come se lo spiega?Lo jihadismo tunisino ha fenomeni molto più individuali rispetto ad altri Paesi della regione. Il governo latita, la disaffezione per la politica è altissima. Intere città o regioni hanno vissuto per decenni di solo contrabbando, creando così legami molto forti con gruppi criminali stranieri, soprattutto libici, che oggi si mischiano con quelli jihadisti. Una interconnessione così profonda associata all’assenza dello Stato e del lavoro porta molti a partire per la Siria non perché siano inizialmente sedotti dal jihad, ma perché ricevono un buono stipendio. In Tunisia non ho mai incontrato nessuno che dicesse di credere in uno Stato islamico, ma di accettarlo perché meno peggio delle sue alternative. Molte jihadisti tunisini che si uniscono all’Isis comunicano alle proprie famiglie di essere sì diventati più felici. Ma perché hanno uno stipendio, non perché vivono sotto la sharia.@luca_steinmann1 

Articolo di Luca Steinmann