Li chiamano “i ritornati” e  sono i sopravvissuti. Gli italiani sono pochi rispetto a quelli di altri Paesi europei. E i loro profili si somigliano tutti. Sono spesso molto giovani e poco addestrati. Quello che sanno l’hanno imparato in reteo in carcere, luoghi in cui la radicalizzazione ha raggiunto chiunque. Sono partiti con pochi documenti, indispensabili per arrivare in Turchia e raggiungere i luoghi di Daesh, in Siria, e hanno provato a combattere. Con pochi mezzi e scarsa preparazione. Chi non ha perso la vita, ora che la guerra è finita, almeno sulla carta, potrebbe fare ritorno. Per essere processato per terrorismo internazionale. Con un rischio molto alto, però, per la sicurezza nazionale: l’effetto blowback. Che, letteralmente, significa “vampa” ma che rappresenta la possibilità che, una volta rientrati, possano decidere di passare all’azione. 

Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera,  di circa 129 foreign fighter, cioè i cittadini che sono partiti per unirsi all’esercito dello Stato Islamico, in Italia avrebbero fatto ritorno soltanto in tredici. Allo stato italiano sono legati per questioni di cittadinanza, permessi di soggiorno e residenza abituale. Rispetto a quanto accade in luoghi come la Francia, il Belgio, il Regno Unito o il nord Europa, le attività dei “ritornati” italiani sembrerebbero più facilmente monitorabili dalle forze dell’ordine. Ma la vera complessità si concretizzerebbe in carcere dove, per ora, non esistono percorsi di deradicalizzazione. Chi si è salvato da stenti, ferite di guerra, attacchi e raid, ora potrebbe essere trasferito in strutture carcerarie specializzate. Dove si sconta la pena ma si alza il livello di rischio. Per tutti.

Chi sono i “ritornati” italiani

Non hanno quasi mai occupato posizioni di rilievo, né gli sono stati affidati compiti strategici nell’esercito di Daesh. Il numero di italiani ancora in Siria, al momento, risulta essere piuttosto basso: tra loro ci sarebbero il 24enne bresciano, cresciuto a Cremona e poi finito in Germania, con la famiglia, Samir Bougana e due donne. Una è Meriem Rehaily, la padovana 23enne che, sotto il Califfato, ha avuto due figli.  Ma nella lista dei “ritornati” ci sarebbe anche Lara Bombonati, diventata Khadija e arrestata nel 2017, a Tortona, con l’accusa di terrorismo internazionale. La giovane, sposata con il foreign fighters, Francesco Cascio, probabilmente deceduto durante un’irruzione armata, era stata fermata in Turchia, nell’area al confine con la Siria. Secondo l’inchiesta, la donna, una volta rientrata in Italia, costantemente osservata dalla Digos, avrebbe manifestato l’intenzione di ripartire per la Siria. E, secondo gli investigatori, la giovane sarebbe stata inserita nel gruppo “Hayat Tahrir al-Sham“, una formazione militante salafita attiva e coinvolta nella guerra civile siriana. Per le forze dell’ordine, la giovane, nel periodo passato fuori dai confini nazionali, si occupava di assistenza logistica, sanitaria e psicologica e faceva da staffetta tra la Siria e la Turchia per conto di alcune milizie. Secondo quanto emerso dai documenti, al suo arresto, sembra che a spingere il marito sia stata proprio lei.  Di Anas El Abboubik, bresciano di origini marocchine, invece, non si sa più niente da tempo. Ma, pochi giorni fa, è stato condannato in contumacia a sei anni.

Il rimpatrio e il rischio carcere

I miliziani di Daesh catturati  dalle forze curdo-siriane negli ultimi mesi di combattimento non potranno sostenere un processo, non essendoci più un apparato statale riconoscibile. E, in caso di rimpatrio, per tutti gli adulti sospettati di legami con l’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi la destinazione è la detenzione in carcere. Un non-luogo dove molti, prima di partire, hanno alimentato e consolidato la loro formazione jihadista. Tra predicatori improvvisati e criminali comuni. Solo in Italia, infatti, secondo il  Dipartimento di amministrazione penitenziaria, sarebbero già 242 le persone considerate a rischio, tutte divise nei quattro penitenziari di Bancali (Sassari), Nuoro, Rossano Calabro (Cosenza) e Asti. Inoltre, a differenza di altre realtà dove sono già attivi programmi di deradicalizzazione, in Italia, progetti di questo tipo  risultano ancora insufficienti per contrastare il fenomeno.