Skip to content
Criminalità

Da Capaci a Milano, tre donne per tutte le stragi

In un libro frutto di un eccezionale lavoro d'inchiesta, Massimiliano Giannantoni, con la collaborazione di Federico Carbone, parla del ruolo di alcune donne nell'esecuzione delle stragi di mafia degli anni Novanta.

Il giornalismo d’inchiesta nasce per scavare nei punti oscuri dove la verità ufficiale si ferma per decenza, ragion di Stato, codardia o connivenza. Aggiunge tasselli utili a rendere comprensibili dei mosaici complessi, unisce puntini che nessuno – prima d’ora – aveva nemmeno individuato. Con Le donne delle stragi, i retroscena più oscuri e clamorosi degli attentati di mafia, libro edito da Chiarelettere, il giornalista Massimiliano Giannantoni e il criminologo Federico Carbone affrontano gli spettri di un passato che ancora brucia e aprono squarci di luce a illuminare una verità possibile e indicibile dietro la stagione delle stragi di mafia che va dal 1989 con il fallito attentato all’Addaura ai danni di Giovanni Falcone, fino al fallito attentato del 1994 allo Stadio Olimpico di Roma. Nel mezzo, 5 attentati, 4 stragi, 21 morti.

Affascinanti e letali: sono le donne delle stragi

Nel libro, gli autori tracciano tre profili di altrettante donne: Antonella, la “segretaria”; la “libica” e Nina, la più enigmatica e la più pericolosa. Sono tre donne la cui presenza sui luoghi delle stragi (Capaci, via d’Amelio, via Fauro, via dei Georgofili, via Palestro) non è mai stata pienamente accertata, ma riferita da un nutrito gruppo di testimoni tra persone comuni e mafiosi direttamente coinvolti nei fatti di sangue. Tre donne con un addestramento militare, capaci di fabbricare ordigni esplosivi, esperte in camuffamento, pronte a uccidere. Tre donne che, come cercato di dimostrare nel libro grazie a documenti inediti e interviste esclusive, sarebbero appartenute a una struttura clandestina sorta nel grembo dell’organizzazione Gladio. Una cellula super segreta per i lavori sporchi, un gruppo di persone che avrebbe fiancheggiato Cosa nostra nell’esecuzione materiale delle stragi che hanno insanguinato l’Italia degli anni Novanta, alla cui guida potrebbe esserci stato un personaggio che se non fosse realmente esistito, sembrerebbe partorito dalla penna di uno sceneggiatore: Giovanni Aiello, più conosciuto come “faccia da mostro”.

Quel dna femminile sul luogo della strage

Di donne coinvolte nelle stragi di mafia non si è mai parlato per diverse ragioni: in primis, Cosa nostra non è mai stata famosa per il coinvolgimento di donne nei gruppi di fuoco; in secundis, parlare della presenza di donne sui luoghi degli attentati avrebbe aperto un vaso di pandora, costringendo a rivalutare la conoscenza che abbiamo di quei fatti. Piaccia o no, è quello che ora ci costringono a fare Giannantoni e Carbone. Sono stati loro ad aver scoperchiato il vaso, ma adesso sta a noi prendere atto di ciò che emerge dalle pagine di questa inchiesta.

Al di là delle molte segnalazioni, degli identikit, delle suggestioni, una prima traccia scientifica di presenza femminile emerge sulla scena della strage di Capaci, dove trovò la morte, insieme alla moglie e agli uomini della scorta, il giudice Giovanni Falcone. Siamo nel corso del processo Capaci Bis, è il maggio del 2014, esattamente dieci anni fa. Solo allora emerge un dato importante e fino a quel momento sottovalutato: a circa sessanta metri dal luogo dell’esplosione, a margine dell’autostrada 29, nell’immediatezza dell’attentato vennero trovati un paio di guanti in lattice, una lampadina, alcune batterie e una torcia. Nel 1992 l’analisi del dna era ancora fantascienza, ma a distanza di 22 anni si comprese che forse qualcosa si poteva ancora fare. Fu però nel 2017 che vennero effettuati i test e nel 2020 che si ottennero i risultati: il dna presente in quei guanti appartiene a una donna. La genetista Nicoletta Resta, nel corso del processo, ha affermato che “non si può escludere che ci possa essere stata anche una donna sul luogo della strage”.

Ma chi sono queste tre donne? E soprattutto, sono stati fatti passi avanti in merito alle analisi del dna?

La “libica”

Andiamo con ordine. Nel libro viene dato un nome e un cognome a due donne su tre. La prima a comparire, la “libica”, è Marianna Castro, collaboratrice di giustizia, ex compagna del poliziotto accusato dal collaboratore di giustizia Pietro Riggio di aver partecipato alla strage di Capaci, Giovanni Peluso. Secondo la Procura di Firenze, la Castro, in quanto compagna di Peluso, avrebbe assistito alla preparazione di “almeno quattro attentati”. Nell’intervista rilasciata a Massimiliano Giannantoni, lei nega ogni addebito e sostiene di aver collegato solamente anni dopo i “viaggi di lavoro” del compagno agli eventi stragisti. Le sue parole, però, pesano come macigni. Sentita dai procuratori di Firenze e di Caltanissetta, la Castro ha raccontato degli stretti rapporti (da lui ovviamente negati, sempre nel corso di un’intervista esclusiva presente nel libro) tra Peluso e Giovanni Aiello, ma soprattutto, ha raccontato di come nel corso degli incontri che si tenevano di frequente tra il suo compagno e “faccia da mostro”, fossero presenti spesso due donne: la “segretaria” Antonella e Nina.

La “segretaria”

Secondo Marianna Castro, la “segretaria” di Giovanni Aiello sarebbe Virginia Gargano. Di lei si era già intravisto il profilo nel 2019, quando i testimoni di giustizia calabresi Nino Lo Giudice, Consolato Villani e il boss Giuseppe Maria Di Giacomo avevano parlato di una donna di origini campane vista spesso al fianco di Giovanni Aiello che rispondeva al nome di Antonella e che, come “faccia da mostro”, faceva parte dei servizi segreti deviati e, sempre come Aiello, era stata addestrata in Sardegna nei campi paramilitari di Gladio. La vera novità, però, è la presenza della Gargano – rinvenuta da Federico Carbone – in una lista molto particolare.

Si è parlato spesso – e spesso a sproposito – delle liste degli appartenenti a Gladio. Nel libro, i due autori fanno un po’ di ordine e spiegano come le liste siano in realtà tre. La prima, quella più famosa, è quella con i 622 nomi resa nota il 6 gennaio 1991 dopo che l’esistenza di Gladio era divenuta di pubblico dominio. La seconda fu stilata nel 1993 su richiesta di Vincenzo Parisi, allora capo della Polizia. Siamo nell’anno degli attentati a Firenze e Milano, e Parisi sollecitò uno studio il cui obiettivo era la “localizzazione sul territorio nazionale di elementi sospetti di collegamenti con gruppi eversivi”. Ne venne fuori una lista di 331 nominativi, da cui poi fu estrapolata un’ulteriore lista di 16 persone sospettate da Francesco Paolo Fulci di far parte della Falange armata. L’ultima lista è stata stilata dalla Digos ed è emersa solo nel 2015. Si tratta, come da intestazione del faldone, di “elenchi degli appartenenti all’organizzazione Gladio”, ma alcuni dei nomi presenti sono diversi dalla più famosa lista del 1991. Ebbene, nella seconda lista, quella di 331 nominativi, il criminologo Carbone ha rinvenuto il nome di Virginia Gargano, nata a Napoli. Un profilo che si adatta a quello della “segretaria” Antonella.

Il nome di Virginia Gargano torna anche in un documento del marzo 1983, sempre su Gladio, proveniente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e desecretato grazie alla Direttiva Draghi nell’agosto 2021. Dodici pagine con un vero e proprio fascicolo riservato alla Gargano, la quale – prima ancora delle ricerche effettuate da Giannantoni e Carbone – era stata già individuata dagli investigatori di Catania, Caltanissetta e Firenze come in relazione con Giovanni Aiello. Ma, come scrivono gli autori del libro, “Virginia Gargano è un argomento scottante. Gli inquirenti di lei non vogliono parlare, non rispondono neanche alla più facile delle domande: perché non è stata mai interrogata?”.

Nina: pericolosa e imprendibile

La terza donna, Nina, resta invece avvolta nel mistero. Di lei, a parte le rivelazioni dei pentiti, nonostante le testimonianze di chi l’ha vista in compagnia di Giovanni Aiello, non ultima Marianna Castro, non sappiamo nulla. A lei sembra fare riferimento l’ex collaboratore di giustizia (recentemente scomparso) Armando Palmeri in un libro e in un’intervista, quando racconta di una donna con cui ebbe a che fare durante le ricerche del piccolo Giuseppe Di Matteo e che, in seguito, incontrò in compagnia di “faccia da mostro”; a lei fa invece chiaro riferimento Francesco Elmo, faccendiere implicato a metà degli anni Novanta nell’inchiesta della procura di Torre Annunziata Cheque to cheque, uomo che per primo parla dell’esistenza di una “struttura” utilizzata come cerniera tra criminalità organizzata e servizi segreti (di cui lui avrebbe fatto parte), e che in una conversazione con Federico Carbone, con riferimento a “Nina”, dice: “Per il ministero degli Interni la sua identità vale milioni di euro. Ci sto lavorando, così lascio qualcosa ai miei ragazzi. E’ una donna atletica, ex compagna di Giovanni Aiello. E’ la cugina di una ex appartenente ai Nar. Una donna mai presa in considerazione, era una attiva”.

Venendo alla domanda sul dna, Marianna Castro rivela a Giannantoni che sì, a lei è stato prelevato, ma che nessuno le ha mai dato riscontro riguardo i risultati di un possibile confronto. Riguardo Virginia Gargano il condizionale è d’obbligo: da diverse fonti aperte si ricava il dato che tanto a lei, quanto a Giovanni Aiello sia stato prelevato un campione di dna. Ma ad un’analisi più approfondita delle notizie, non si riesce a capire la genesi dell’informazione, che dunque resta piuttosto fumosa.

Faccia da mostro e le altre

Al di là dell’attendibilità o meno delle parole di Francesco Elmo riguardo Nina, al di là dell’identificazione di Virginia Gargano nelle vesti de “la segretaria”, al di là anche della veridicità delle parole della “libica” Marianna Castro, una figura – ve ne sarete resi conto – si trova davvero al centro di tutto: Giovanni Aiello.

Pochi giorni fa è venuto a mancare Vincenzo Agostino, padre di Antonio, ucciso il 5 agosto del 1989 insieme alla moglie incinta, Ida Castelluccio. Nel 2016, in un confronto all’americana nell’aula bunker dell’Ucciardone, Vincenzo riconobbe in Giovanni Aiello l’uomo che, pochi giorni prima dell’omicidio del figlio, poliziotto con entrature nel Sisde, sarebbe andato a cercarlo a casa a bordo di una moto e in compagnia di un’altra persona non identificata: “A luglio del 1989 – disse Vincenzo Agostino in un’altra occasione, nel 2021 – poco prima che lo uccidessero [suo figlio], mentre era in viaggio di nozze, vennero a cercarlo due persone. Erano in moto, ebbero modi bruschi e quando gli dissi che non c’era, stavano per andar via. Gli chiesi chi fossero e uno dei due rispose: ‘digli che siamo colleghi’. Non posso dimenticare il suo viso: aveva la faccia lunga, come un cavallo. Il naso pronunciato. Il volto butterato, come se avesse avuto il vaiolo”.

Giovanni Aiello è morto a Montauro, provincia di Catanzaro, il 21 agosto 2017, mentre tentava di trascinare una barca a riva. Una morte giunta con tempismo incredibile, proprio nel momento in cui di lui si stava cominciando a parlare come di un possibile nodo di congiunzione tra mondi solo apparentemente distanti: quello delle istituzioni – che Aiello aveva servito come poliziotto fino al congedo del 1977 quando, secondo diverse ipotesi investigative, sarebbe entrato, non si sa a quale titolo, nei servizi segreti -, quello del crimine organizzato: Cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra e quello dell’estremismo di destra: Avanguardia nazionale, Ordine nuovo.

Un ruolo, quello dell’uomo nero, che – complice l’orrenda cicatrice che gli attraversava il volto – gli calzava a pennello. Un ruolo, stando all’incredibile lavoro svolto da Giannantoni e Carbone, che Aiello avrebbe ricoperto circondato dalle sue amazzoni. Donne imprendibili, pericolose. Non solo Nina e la “segretaria”. Ce ne sono altre. E molte di loro sono ancora operative.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.