Era necessario arrivare a una decapitazione per rendersi conto di come l’islamismo sia diventato un problema molto serio che necessita misure di contrasto forti ed immediate. Eppure di segnali ce n’erano in abbondanza e da tempo oramai: basti pensare che da inizio 2012 ad oggi sono ben 22 gli attentati jihadisti in suolo francese per un totale di 267 morti. La decapitazione di Samuel Paty, con tanto di grido “Allahu akbar” e foto della testa pubblicata dal killer sul proprio profilo Twitter assieme a un commento delirante è l’ennesima follia omicida di un’ideologia malata che purtroppo in Francia, ma anche in Europa, si sta diffondendo a macchia d’olio.

A Parigi stavolta sembrano aver recepito il messaggio e il governo Macron è passato all’attacco: ben 231 stranieri radicalizzati sono in procinto di essere espulsi; 51 associazioni islamiche sono a rischio di messa al bando, tra cui il controverso “Collectif contre l’islamophobie en France (CCIF)”, il Collettivo Sheikh Yasin e la “BarakaCity”. Le autorità francesi si sono inoltre attivate per rintracciare e prendere provvedimenti contro una novantina di utenti che sui social hanno pubblicato commenti di odio e di sostegno al killer.

Secondo molti, decisamente troppi, il 18enne ceceno Abdoullakh Anzorov ha fatto bene a giustiziare Paty, colpevole di aver mostrato alla classe quelle vignette satiriche su Maometto tanto detestate dagli islamici. Qualcuno sul web ha farneticato che le autorità dovrebbero proibire di fare ironia sulla religione, come tale Farrukh Shaikh, utente della zona di Manchester che scrive: “Le autorità dovrebbero capire ed emanare una legge chiara che vieta di fare commenti sulle religioni”.  In poche parole, o le autorità vietano la libertà di satira e di commento nei confronti delle “religioni” (Islam), oppure la gente muore. Una decapitazione in pubblica via di un docente di educazione civica per rimediare all'”affronto” di una vignetta. E’ evdiente che si ha a che fare con un’ideologia folle e malata ed ha ragione Macron a dichiarargli guerra, perchè in una società civile non può esserci spazio per tale abominio terroristico.

Il professor Marco Lombardi dell’Italian Team for Security, Terroristic Issues and Managing Emergencies dell’Università Cattolica di Milano lo ha espresso chiaramente: “Ogni attacco diretto a modificare con violenza e terrore i valori fondanti della nostra cultura e società (quelli in cui comunemente ci riconosciamo), ma anche i comportamenti che si fondano su quei valori, è un atto di terrorismo”.

Il terrorismo va combattuto in casa propria e all’estero, dunque ben vengano le misure di Macron, ma forse si è un po’ in ritardo coi tempi. Come già detto inizialmente, ci sono voluti ben 267 morti in 8 anni per rendersi conto del problema in Francia mentre altri Paesi come Gran Bretagna, Germania e anche l’Italia sembrano non aver ancora colto la dimensione del fenomeno e nemmeno di quella cospicua parte silente che senza esporsi troppo lascia intendere di non disdegnare una punizione per chi “osa infangare l’onore” di una figura che se per alcuni è un grande profeta, per altri può legittimamente essere un signor nessuno o un semplice un personaggio storico e neanche tanto ben visto.

Gli attori e le dinamiche della follia islamista

Un aspetto che emerge con chiarezza esaminando le dinamiche immediatamente precedenti all’omicidio è il fatto che vi siano una molteplicità di attori che hanno contribuito a montare ciò che ha poi portato all’uccisione di Samuel Paty.

In primis c’è il padre di una studentessa presente alla lezione sulla libertà di espressione tenuta da Paty che ha lamentato al padre l’esposizione da parte del docente di una delle caricature di Maometto, nudo e con i genitali esposti, pubblicate da Charlie Hebdo. Questo personaggio, identificato come Brahim C. e con tanto di parente che si è unita all’Isis in Siria, ha così provveduto a montare un caso contro il docente, presentandosi alla scuola assieme al noto predicatore islamista radicale di origine marocchina, Abdelhakim Sefrioui, per chiedere il licenziamento di Paty e che prima dell’omicidio aveva postato sul web un video in cui denunciava il professore, praticamente additandolo ed esponendole alla vendetta. Il padre dell’allieva avrebbe invece pubblicato il nome, la scuola e persino il numero di telefono del docente.

Fin qui si è ancora nella fase di incitamento all’azione violenta, pericolosa tanto quanto l’atto omicida in sè. E’ a questo punto che subentra un altro attore, quello che trasformerà la propaganda d’odio in omicidio, il 18enne ceceno Abdullakh Anzorov, nato a Mosca da genitori originari di un villaggio a una trentina di km a sud-ovest di Grozny, ma trasferitosi in Francia da piccolissimo in seguito a una richiesta di asilo politico della famiglia. Secondo quanto reso noto dalla Bbc, l’attentatore avrebbe scambiato messaggi con il padre della studentessa prima dell’attentato, usufruendo delle informazioni ricevute dalla fase di divulgazione d’odio e si è presentato fuori della scuola chiedendo agli allievi (e forse addirittura offrendo denaro) di indicargli quale fosse Samuel Paty. Il resto è purtroppo noto alla cronaca. Sembra dunque scartata l’ipotesi iniziale secondo cui attentatore e istigatori non si conoscevano.

Subito dopo il cruento omicidio, Anzorov ha provveduto ad immortalare la testa mozzata del docente e a pubblicarla sul proprio account Twitter assieme a una delirante rivendicazione “nel nome di Allah”. Anzorov ha poi deciso di terminare il tutto con un’azione volta al martirio, facendosi ammazzare dagli agenti che lo inseguivano dopo avergli sparato contro utilizzando un’arma ad aria compressa e aggredendoli con un coltello.

E’ evidente che il 18enne non può essersi radicalizzato in Cecenia visto che è arrivato in Francia a 6 anni, ma potrebbe non essere un caso che nonni, genitori e fratello di Anzorov siano stati immediatamente tratti in arresto dall’anti-terrorismo francese. Il sospetto è infatti che altri membri della medesima famiglia possano essersi radicalizzati, forse già ai tempi della guerra di Cecenia.

Andrey Pajusov, un ufficiale in pensione degli Spetsnaz già attivo in Caucaso settentrionale che ora gestisce il canale Telegram Operline e contattato da Insideover non esclude tale possibilità e aggiunge: “Questo tipo di azione non è la prima e temo non sia nemmeno l’ultima. La causa di ciò è una visione miope per quanto riguarda le politiche migratorie dell’Unione Europea che considera come utile il flusso immigrazionale senza effettuare un’adeguata selezione”.

L’ufficiale faceva poi notare come su Instagram l’account islamista daghestano “dyx_daghestanca” abbia celebrato Anzorov con tanto di foto, alias “Abdoullakh al-Shishani” e la frase “Il nostro fratello che non ha tollerato l’abuso nei confronti del nostro profeta Maometto, la pace e la benedizione di Allah siano con lui”.

Vi è ovviamente anche il ruolo svolto dalla propaganda online utilizzata da Anzorov quanto meno per raccogliere le informazioni necessarie  a rintracciare la scuola e le dinamiche. Il fatto che il ceceno non fosse noto all’anti-terrorismo francese (a differenza di Sefrioui ch era invece classificato con “Fiche S”) fa presumere che non fosse frequentatore di ambienti radicali, ma è solo una supposizione. Non si può nemmeno escludere che vi fosse una specie di rete informale, generatasi spontaneamente, che ha portato il ceceno, il padre della studentessa e il predicatore all’azione, seppur con ruoli differenti.  In ogni caso soltanto le indagini, ancora in corso, potranno fornire un quadro chiaro sulla radicalizzazione di Anzorov e le sorprese potrebbero non essere finite.

Immagini, social e improvvisazione: il nuovo jihadismo “fai da te”

Un ruolo fondamentale nell’omicidio di Samuel Paty è stato svolto dalle immagini e dai social, presenti in tutte e tre le fasi, quella iniziale, quella dell’atto e quella post-attacco; se infatti inizialmente sono stati i video del predicatore Sefrioui e i post del padre dell’allieva a “vomitare” odio contro il docente, l’esito della conseguente azione violenta (la testa mozzata) è stata pubblicata su Twitter dallo stesso killer. Non solo, perchè vi è poi la terza fase, quella del “consenso” e avente luogo sempre sul web, dove molti utenti islamisti mostrano sostegno o quanto meno comprensione per l’atto di Anzorov che “ha punito un sopruso fatto a Maometto”.

Emerge poi per l’ennesima volta il fenomeno del jhadismo “fai da te”, con il terrorista (in questo caso Anzorov) che si attiva spontaneamente, senza esser parte integrante di alcuna organizzazione jihadista strutturata, raccoglie informazioni sul target tramite il web e agisce utilizzando quel che trova, un coltello. Oramai è questa la normalità in una nuova era del terrorismo islamista dove attacchi come quelli perpetrati da al-Qaeda nei primi anni 2000 appaiono oramai come storia vecchia e dove persino quelli perpetrati da quelle reti organizzate che nel 2015 e 2016 colpirono Parigi e Bruxelles possono sembrare “vecchio stampo”.

Nessuna fatwa emessa, come invece sostenuto dal Ministro degli Interni francese, Gerald Darmanin, per il semplice fatto che una fatwa può essere emessa soltanto da un imam accreditato, con importante curriculum di studi presso istituzioni islamiche internazionalmente riconosciute. Trattasi in questo caso di istigazione all’odio perpetrata da predicatori radicali, soggetti privi di qualsiasi titolo per parlare in nome dell’Islam, ma ai quali troppo spesso viene lasciata libertà di parola.

Il terrorismo si adatta alle circostanze, è fluido, mutevole, adattabile, ma non per questo meno letale in quanto bisogna sempre valutarne gli effetti; se da una parte si è ben lontani dall’elevato numero di morti del 2015, dall’altro ci sono degli effetti che sono comunque devastanti. Il killer ha voluto lanciare un messaggio chiaro, forte, ha voluto terrorizzare la cittadinanza con un atto estremo, la decapitazione, mostrata sui social prima di venire oscurata. Il concetto? “Attenzione ad andare contro di noi ed insultare Maometto perchè farete questa fine”. Una sfida alla libertà di espressione e di satira in nome di un’ideologia patologica e violenta. Questa volta si è attivato un 18enne ceceno non noto all’anti-terrorismo, per conto proprio e senza alcun preavviso, problema di non poco conto per chi si occupa di screening preventivo con lo scopo di scongiurare atti come questo. Il nuovo terrorismo islamista è imprevedibile e servono nuove strategie di prevenzione e contrasto, ma ci si è mossi con notevole ritardo.

Sulla situazione francese il direttore del think-tank britannico Islamic Theology of Counter Terrorism-Itct, Noor Dahri, ha le idee ben chiare: “La decapitazione messa in atto dal lupo solitario islamista mostra ancora una volta come la Francia non sia un Paese sicuro per quanto riguarda la libertà di parola. L’omicidio non è frutto dell’Islam, ma dell’Islam politico, dell’islamismo e i musulmani dovrebbero condannare l’atto a livello mondiale; in particolare quelli che vivono in Francia e possono godere dei frutti della democrazia e della libertà. Il silenzio dei musulmani fornisce linfa vitale agli estremisti islamici”.

Per quanto riguarda le contromisure prese da Parigi, Dahri prosegue: “Il governo francese fa bene ad espellere i 231 islamisti, ma mostra anche una chiara difficoltà da parte delle istituzioni nel controllare l’estremismo domestico. Lo Stato francese è in difficoltà nel contrastare le narrative estremiste che sono oramai radicate anche all’interno di istituzioni islamiche locali in quanto non hanno individuato le corrette metodologie per fermarle e purtroppo sono narrative che fanno sempre più presa tra i musulmani. Negli ultimi cinque anni sono stati circa 250 i cittadini francesi che hanno perso la vita a causa del terrorismo di stampo islamista e la Francia non ha ancora fatto nulla di produttivo per sradicare l’ideologia islamista”.

La Francia, ma anche il resto d’Europa seppur con minor intensità, sono pieni di “mine radicalizzate” in procinto di attivarsi, manca solo l’input che in questo caso è arrivato dal semplice atto di un docente di scuola media che voleva promuovere la libertà di espressione e satira. L’Europa dovrebbe essere il cuore della libertà e della democrazia, ma vi sono ideologie malate che non sono d’accordo, corpi estranei al contesto occidentale che utilizzano la violenza per imporre la dottrina dell’odio; costoro vanno combattuti senza compromessi e come già detto da Lombardi, bisogna negargli qualsiasi attenuante o comprensione, perché il loro obiettivo è tornare a colpire.

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