Sono le stesse autorità locali, non sempre così propense a parlarne, ad ammettere che nella lotta all’Isis in Benin qualcosa sta andando storto: “Abbiamo subito duri colpi – ha dichiarato a gennaio il generale Faizou Gomina, capo di stato maggiore dell’esercito – sono morti diversi soldati negli scontri delle ultime settimane”. Il Paese africano è rimasto scosso dalle ultime evoluzioni: da queste parti, fino a pochi anni fa, lo spettro dell’Isis e dei gruppi jihadisti appariva lontano, come un qualcosa che riguardava maggiormente i vicini del Sahel. Ma da oggi, ufficialmente, si può dire che anche il Benin non è immune dal terrorismo.
Il Benin si è riscoperto vulnerabile
Per la verità le azioni jihadiste non rappresentano una novità. I primi attacchi terroristici risalgono al 2021, così come registrato dal governo di Porto Novo. L’opinione pubblica tuttavia sta iniziando soltanto adesso a rendersi conto della gravità del problema. E questo in buona parte è dovuto a un raggio d’azione dell’Isis rimasto confinato nel nord del Benin. Un’area quest’ultima sì delicata, ma anche marginale e periferica, dunque ben lontana da un sud costiero più sviluppato e in grado di rappresentare il cuore politico ed economico del Paese.
Quando tuttavia dalle province più remote iniziano ad arrivare resoconti sempre più drammatici e con cadenza quasi settimanale, l’onda lunga della tensione è inevitabilmente capace di attraversare per intero il territorio nazionale. Tra dicembre e gennaio, per esempio, le imboscate hanno ucciso 28 soldati. L’episodio più critico si è avuto a inizio anno, quando un commando ben equipaggiato e organizzato dell’Isis ha attaccato una delle più importanti fortificazioni dell’esercito. Per diverse ore, i militari si sono ritrovati impossibilitati a reagire e a subire il fuoco jihadista.
La pressione del Califfato sull’Africa occidentale
Il problema però non riguarda solo il Benin. L’Africa già da tempo è costretta a convivere con l’attività sempre più spietata delle cellule dell’Isis nella parte centrale del continente. Qui, mentre il califfato indietreggiava tra Iraq e Siria, molti terroristi hanno trasformate le piste del deserto e i sentieri del Sahel nel nuovo baricentro dell’islamismo internazionale. Negli anni, nessuno è riuscito concretamente a contrastare l’avanzata jihadista nella regione: le missioni francesi nel Mali sono terminate con sonori fallimenti, in Niger e Burkina Faso le operazioni occidentali non hanno portato benefici e, al contrario, hanno installato nella popolazione locale sentimenti di forte ostilità verso i soldati stranieri.
Le incursioni dell’Isis in Benin dunque, mostrano come non solo non si è riusciti a frenare il terrorismo nel Sahel ma, al contrario, adesso l’Africa potrebbe fare i conti con un’ulteriore espansione del terrorismo. L’area atlantica, più legata alle sorti dell’oceano e ai commerci nel Golfo di Guinea, è ora minacciata dalle insidie dilagate dal Sahel. Tutti quei Paesi che condividono anche pochi chilometri di confine con i vicini saheliani, rischiano di ritrovarsi vulnerabili e senza difese: dal Benin al Ghana, passando per la Costa d’Avorio, il Togo e il Cameroun, tutti ora temono di veder trasformati i propri confini settentrionali in brecce usate dai terroristi per portare le insegne del califfato fino alle coste dell’Atlantico.