Sarebbe stato il ventiduenne di origine kirghisa Akbarzhon Jalilov l’autore dell’attentato di San Pietroburgo che ha sconvolto la Russia la scorsa settimana. Ed è proprio dalla carta d’identità dell’attentatore, dal suo nome, dalla sua giovane età e dalla sua origine, che occorre partire per comprendere l’origine di questo feroce massacro.Il motivo per il quale è così importante analizzare l’identità di questo terrorista, è perché è in essa che si manifesta un fenomeno molto complesso, ancora poco disvelato dai media: il radicalismo islamista in Kirghizistan. Che l’Asia centrale stia diventando la culla del jihadismo, non è purtroppo un fatto nuovo. Sono innumerevoli le fonti ufficiali, statali e accademiche, che confermano l’aumento esponenziale di militanti islamisti ed anche kamikaze.Il Kirghizistan non è estraneo a questo processo, anzi, ne è purtroppo uno fra i palcoscenici più importanti. Il Paese, come tutte le vecchie repubbliche socialiste dell’Asia centrale, ha vissuto per vent’anni un vuoto ideologico mai del tutto compensato. Finita l’era comunista, il Paese ha vissuto sì un’epoca di discreta solidità democratica, ma ha dovuto fare i conti anche con intere generazioni prive di basi culturali su cui radicare la nuova repubblica. Un vuoto ideologico che in molte aree del Paese è stato riempito dalla nascita di un sentimento radicale dell’Islam fino a quel momento sconosciuto al Kirghizistan.La penetrazione di questo nuovo fondamentalismo religioso ebbe da subito terreno fertile nella situazione sociale ed economica del Paese. Da una parte, l’economia socialista, dopo il crollo dell’URSS, fu schiacciata dall’avvento del mercato. Moltissimi kirghisi dovettero emigrare in Russia, addensandosi nelle metropoli della Federazione alla ricerca di un modo per vivere. Dall’altra parte, si aggiungeva una crescente conflittualità fra kirghisi e minoranza uzbeka che a più riprese è sfociata in scontri violenti fra le due etnie. Proprio la città di origine dell’attentatore di San Pietroburgo, ovvero Osh, è stata teatro di numerose violenze. L’ultima di queste, nel 2010, è stata il culmine di un periodo di sangue in tutto il Paese che aveva rischiato di superare più volte il limite della guerra etnica. Da qui sono partiti numerosi profughi che hanno di fatto devastato il tessuto sociale kirghiso.strip_reporter_dayIn questa grave crisi sociale, il radicalismo islamico è diventato per molti il rifugio in cui sfogare le proprie frustrazioni. Lo è diventato sia per i kirghisi fuggiti in Russia, sia per i kirghisi rimasti in Patria. Secondo il sito di informazione Meduza, sono molti gli immigrati a Mosca che vengono radicalizzati grazie alla rete di conoscenze dei ceceni nella capitale russa. Quegli immigrati ai margini della società moscovita entrano nei centri gestiti dai ceceni e vi escono come adepti del jihadismo globale, molto spesso come reclute per la Siria o per ritornare nel proprio Paese.E nel loro Paese trovano una situazione molto particolare, in cui facilmente riescono ad attecchire. Con il vuoto culturale degli ultimi decenni, la società kirghisa è infatti profondamente divisa al suo interno. Da un lato, vi è una élite dominante secolarizzata e cresciuta nel periodo dell’Unione Sovietica che vede in qualunque forma di avvicinamento della religione alla politica un pericolo per lo Stato. Questo timore per la religione ha portato a politiche molto repressive che nel corso degli anni hanno avuto quale risultato la chiusura di molti partiti di ispirazione islamica finanche alla dissuasione dal vestirsi con abbigliamenti di stampo religioso.Dall’altro lato, tuttavia, la società sta sempre più scivolando nell’islamizzazione. Le scuole diminuiscono, ma aumentano le moschee e i centri di formazione religiosa. I dati del Dipartimento degli Affari Religiosi sono in questo senso incontrovertibili: in Kirghizistan negli ultimi venticinque anni, cioè dalla caduta del comunismo, le moschee sono aumentate da circa 40 a più di 2400, cui vanno aggiunti almeno un centinaio di scuole coraniche e centri di cultura islamica, prima non presenti. La mancanza di una politica nazionale e soprattutto gli scontri etnici fra minoranza uzbeka e maggioranza kirghisa hanno fatto sì che l’Islam in molte aree diventasse quasi un viatico di salvezza. Ponendo la scelta fra la guerra civile e la comune appartenenza all’Islam, anche quello più radicale, i predicatori hanno dato in sostanza al popolo un terreno comune ove poter costruire una nuova società basata sulla medesima fede. Finito il socialismo, e mancando il nazionalismo, ora è l’Islam a voler diventare il collante della società kirghisa.È chiaro che questa evoluzione preoccupa, e non poco, il Cremlino. L’attentato di San Pietroburgo è infatti l’ennesimo campanello d’allarme che suona dall’Asia Centrale e che pone a questo punto tutta l’area in cima all’agenda politica russa. Lì, in un Paese che non è distante dal fallimento afghano, ruotano Paesi alleati, risorse energetiche e pericolose autostrade del jihadismo che collegano Cecenia, Medio Oriente e Asia Centrale in un’alleanza del terrore che ha l’area di influenza di Mosca quale principale obiettivo. 

Articolo di Lorenzo Vita