“One shot, one kill”: la politica degli Stati Uniti contro i suoi nemici è cambiata nel corso degli ultimi anni. Washington sa che vincere le guerre è difficile: se non quasi impossibile. Ma sa che può colpire comunque i suoi avversari con un sistema di uccisioni che portino alla decapitazioni dei comandi nemici. Omicidi mirati che se non hanno il risultato di distruggere l’avversario – fin troppo ramificato e solido per essere colpito definitivamente da una morte – sicuramente inviano un segnale di avvertimento in tutto il mondo. E colpiscono soprattutto l’establishment di un Paese o di un’organizzazione terroristica che per gli Usa rappresenta un avversario strategico.

L’amministrazione di Donald Trump ha da tempo deciso che deve essere questa una delle armi a disposizione di Cia e Pentagono. Il presidente Usa è asceso alla Casa Bianca promettendo ai suoi elettori di termine le “endless wars”: le guerre senza fine. Trump ha compreso che non può farlo così rapidamente come aveva previsto. Troppi gli interessi, troppi gli incastri, troppe – soprattutto – le difficoltà di gestire amici e nemici nel corso della ritirata strategica. Ma può mostrare lo stesso ai suoi cittadini e ai suoi nemici che può combattere anche senza usare il proprio esercito. Di qui la decisione di aumentare l’uso di droni e il numero delle operazioni delle forze speciali, ma soprattutto la necessità di mostrare l’efficacia di questa scelta. Necessità manifestata da almeno tre morti eccellenti: Abu Bakr al Baghdadi, Qasem Soleimani e Qasim al Rimi, leader di Al Qaeda nella Penisola Arabica. Tre morti che per Trump non rappresentano solo tre trofei di guerra da esporre nel suo mandato presidenziale, ma anche tre simboli di cosa vogliano in questo momento gli Stati Uniti.

Trump ha elevato in questi ultimi tempi l’asticella degli omicidi mirati andando a colpire anche al di là del perimetro delle organizzazioni terroristiche. La morte del generale Soleimani ha infranto una sorta di tabù del Pentagono e della Cia che non pensavano di colpire il capo di un esercito avversario con cui non c’è, formalmente, una guerra in corso. Ma se l’omicidio di Soleimani ha fatto capire quanto Trump dia importanza a questo tipo di operazioni, anche a costo di colpire il muro della guerra al terrorismo vera e propria, è anche vero che questo non ‘ha distolto dalle operazioni nei confronti dei leader locali e non di Al Qaeda e Stato islamico. Anzi, il percorso iniziato con Barack Obama (a parte rari casi precedenti le ultime due amministrazioni) è un segnale di come per gli Stati Uniti sia ormai essenziale la guerra combattuta con i droni per colpire singoli individui o cellule specifiche nella guerra al terrore. E non a caso il presidente americano ha voluto annunciare l’uccisione di Al Rimi, leader di Al Qaeda in Yemen, nello stesso discorso del dopo assoluzione nell’impeachment: segnale molto rilevante dell’importanza data dalla Casa Bianca a questo tipo di attacchi.

La black list di Aqap

La morte di Qasim al Rimi è solo l’ultima di una lunga serie. E la black list dei leader locali di Aqap da parte degli Stati Uniti ha proprio nello Yemen uno dei principali palcoscenici. A maggio del 2012, proprio in Yemen venne ucciso Fahd al Quso, uno dei leader di Al Qaeda che prese parte all’attacco alla nave americano Uss Cole nel 2000. Primo colpo ad Al Qaeda in Yemen e prima vendetta nella regione per gli attacchi contro gli Stati Uniti. L’anno successivo è stata la volta di Said Ali al-Shihiri, fondatore di Aqap (la costola qaedista nella penisola) insieme a al Wuhaysi. Come nel caso di a Quso, anche per Shiri è stata la stessa Al Qaeda a confermarne la morte per mano di un drone Usa

Infografica a cura di Alberto Bellotto

 

Due anni dopo, sempre in Yemen, tre morti eccellenti tra aprile e giugno del 2015: Muhammad al Rubaish, Nasser bin Ali al-Ansi e Nasir al Wuhayshi. Il primo, mufti di Aqap dal 2009 fino alla morte ed ex detenuto di Guantanamo, è stato ucciso da un drone Usa nei pressi di Mukalla. Il secondo, altro leader di Aqap, è stato colui che inviò un messaggio in cui definiva la sua organizzazione come responsabile dell’attacco a Charflie Hebdo. Mentre al Wuhayshi, ucciso a giugno nella regione di Hadramout, è stato non solo leader di Al Qaeda nella Penisola arabica ma anche secondo di Ayman al Zawahiri. Il suo successore, al Raymi, ha subito la sua stessa condanna a morte: colpito da un drone ad al Bayda. Con la differenza che Trump ha deciso di annunciarlo di fronte al mondo.

Le morti di eccellenti di Al Qaeda

Non c’è solo la costala “araba” di Al Qaeda nel mirino dei droni americani. Con alcune operazioni chirurgiche, gli Stati Uniti hanno colpito diversi leader dell’organizzazione fondata da Osama bin Laden, confermando non solo l’interesse per lo Yemen, ma diversificandosi anche in Afghanistan e Siria: nei santuari della rete qaedista in Asia. La prima morte eccellente fu a Kabul, con l’uccisione, durante un bombardamento, di Muhammad Atef, considerato il capo militare di Al Qaeda e considerata una delle prime e più importanti morti della guerra al terrorismo.

La seconda vittima eccellente fu invece, ancora una volta, in Yemen. E questa volta, come per le volte successive, a opera di un drone. Il 3 novembre 2002, a Sana’a, la Difesa americana approvò lo strike contro Qaed Salim Sinan al Harethi: anche lui, come Quso, coinvolto nell’attacco alla Uss Cole. Dopo quell’uccisione, un lento silenzio di droni. La guerra al terrorismo islamico aveva preso altre forme e nel frattempo, in Iraq, gli Stati Uniti avevano dato il via all’invasione. Il drone non era ancora considerato la principale arma contro Al Qaeda in Medio Oriente e i velivoli Usa erano usati soprattutto in Pakistan. Ma il cambiamento dei conflitti in Asia centrale e Medio Oriente, la nascita dello Stato islamico e la presenza di altre forze in campo hanno modificato la strategia di Cia e Pentagono. E i droni – sofisticati, chirurgici e soprattutto senza vittime fra i soldati americani – sono diventati l’arma prediletta.

Infografica a cura di Alberto Bellotto

 

Nel 2011, i droni statunitensi tornano a colpire in Yemen uccidendo Anwar al Awlaki. Poi, in due anni, i droni Usa uccidono a Sarmada Mushin al Fadhli, uno degli uomini più vicini a Bin Laden e capo della cellula Khorasan e Abu Khayr al Masri, uno dei volti storici dell’organizzazione islamista. Lista completata il primo gennaio 2019 con la morta di un altro componente del gruppo che pianificò l’attacco alla Uss Cole: Jamal Ahmad Mohammad al Badawi.

La guerra all’Isis

Ali Awni al Harzi, Tariq al Harzi, Abu Muslim al Turkmani, Jihadi John, Junaid Hussain, Abu Muhammad al Adnani. Sono i nomi dei vertici dell’Isis colpiti dai droni americani in Iraq e Siria dal 2015 ad oggi. Nel 2015, quando lo Stato islamico si era esteso da Mosul fino a Raqqa, i velivoli Usa hanno colpito le teste dei rami locali di Daesh prima di uccidere con il blitz del 2019 il Califfo Abu Bakr al Baghdadi. La guerra all’Isis si è svolta quasi da subito con l’ausilio dei velivoli senza pilota. Per gli Stati Uniti si è trattato di un modo per evitare morti fra i propri soldati dopo il disastro delle guerre in Afghanistan e Iraq, ma è servito anche per mostrare una tecnica diversa di guerra. Per evitare di schierare truppe, mettere in pericolo propri uomini ma anche per dimostrare di poter colpire ovunque e chiunque in un territorio controllato dai propri avversari, la Difesa Usa ha preferito un approccio chirurgico, teso a creare anche una pressione costante nei confronti delle forze in campo.

Infografica a cura di Alberto Bellotto

 

L’Isis, nelle sue branche mediorientali e africane, ha subito sin da subito la guerra dei droni. Ed è una strategia aumentata proprio con Trump che ha capito come il portare all’opinione pubblica la morte dei leader del terrore abbia due effetti. colpire il pubblico ma anche i propri nemici. È chiaro che queste organizzazioni abbiano una rete tale per cui la morte di un capo non indica il loro crollo. Ma decapitare una rete costringendo un cambio di strategia all’intero Stato islamico è comunque un risultato importante. Un risultato che va unito anche al senso di oppressione e minaccia cui vengono costantemente messi i capi delle maggiori cellule del terrorismo. Non è detto possa essere una strategia vincente: ma di sicuro è una tattica che porta disorganizzazione all’interno di strutture che fanno proprio della gerarchia la loro forza.

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