Bruxelles è in stato di allerta massima contro il terrorismo da circa un anno e mezzo, da quel maledetto marzo 2016, ch ecostò la vita a trentadue civili. Una tensione costante, un controllo ossessivo, la paura che piomba ogni volta senza potersi mai, davvero, sentirsi tranquilli. Lo Stato Islamico ha per anni dipinto questo scenario per tutte le capitali europee. Il suo obiettivo era esattamente questo, e sembra lo stia ottenendo. Non distruggere, ma colpire, ripetutamente, fino a che le capitali europee si trasformassero in città non più sicure di una qualsiasi città mediorientale o africana colpita dalla minaccia del terrorismo salafita. Se non si può portare la guerra con le milizie, come avvenuto per gli Stati nemici della Siria e dell’Iraq, allora la si porta con le armi della paura e della tensione, modificando la vita dei cittadini.

Il fallito attentato di Bruxelles, con il terrorista freddato dai militari nella hall della Gare Centrale, ha, di fatto, manifestato quello che le intelligence europee da anni tracciano come la prospettiva di cui deve farsi carico la sicurezza dei Paesi. Non una guerra su vasta scala, non indagini su reti criminali formate da commando specializzati, ma una strategia chirurgica, che vada a fermare il singolo individuo, nel suo quartiere, nel suo mondo. Il dramma della cosiddetta “self-jihad” è proprio questo: seppure i danni in termini di vite umane possano essere minori, perché minore il potenziale mortifero di un solo uomo autoradicalizzato, il pericolo si annida ovunque. La strategia del Califfato fu questa sin da subito: propaganda liquida, messaggi in formato tweet, esaltazione dell’azione del singolo, l’idea che il jihad fosse non solo l’entrare a far parte delle truppe impiegate in Siria per fondare il sedicente Stato Islamico, ma anche prendere una camionetta o una bomba artigianale e seminare il panico in una quartiere di una qualunque città europea. Massimo risultato, minimo sforzo per il Califfato.

A questa mutazione camaleontica del jihad secondo il Paese in cui si combatte, deve necessariamente seguire un cambiamento di azione da parte delle intelligence europee. I metodi diventano continuamente obsoleti, perché il terrorismo anticipa, la scienza del terrore arriva sempre prima di quella dell’antiterrorismo, che si trova costantemente a seguire le decisioni prese dall’altra parte. Si è per anni detto che il primo grande freno nei confronti del jihadismo fosse la minaccia presente nelle moschee non autorizzate, poi è stata la volta del radicalismo online, poi i foreign fighters, infine i social network. La verità è che, se c’è una costante di questi attentati, è che l’unica certezza è tornare all’azione sul campo. Giusto il combattere l’indottrinamento attraverso le nuove tecnologie, ma è il controllo sulla vita reale del singolo a possedere un ruolo dirimente. Perché ogni volta che un attentatore viene rintracciato, subito arriva la notizia che quella persona era “già nota alle forze dell’ordine”. E allora ci si domanda cosa si frapponga tra la segnalazione alle forze dell’ordine e il controllo costante nei confronti di quell’individuo sospetto. Probabilmente, la logica seguita, non per forza negativamente, dalle intelligence europee, è che nessuno possa compiere un attentato senza una rete dietro composta di soldi, propaganda, contatti fidati, predicatori e collegamenti con centrali di reclutamento o di vendita di armi.

Tuttavia, la nuova metodologia jihadista impone un ripensamento totale che non può non confrontarsi con la nuova minaccia che si annida nelle metropoli europee. Tornare al singolo, alla realtà, al prendere anche il cosiddetto “pesce piccolo”, senza per forza aspettare che qualcosa vada storto, sarebbe auspicabile. L’uso della tecnologia da parte del terrorismo internazionale è un’arma a doppio taglio: il terrorista sa di avere un potenziale enorme per avvicinare chiunque sia interessato a unirsi alla causa, ma sa anche che, molto probabilmente, sarà posto sotto stretta osservazione. Alla facilità di contatto, fa da contraltare la facilità di essere individuato dall’antiterrorismo. Al contrario, l’utilizzo dei sistemi tradizionali, rappresenta un colpo assestato molto più duramente all’intelligence. Soprattutto quando, come a Bruxelles, l’autore era noto prima di tutto come criminale qualunque. Una minaccia così atomizzata deve far tornare le forze di sicurezza degli Stati a interessarsi più al terreno che all’etere, perché un esplosivo può essere intercettato nel suo tragitto, così come un messaggio tweet di propaganda dello Stato Islamico, ma molto spesso la minaccia è rappresentata da un passaparola, da un acquisto sospetto, da azioni segnalate dai vicini di casa e spesso bollati come pura fobia. E a Bruxelles avveniva proprio questo, e poteva dircelo la stessa residenza del terrorista: il famigerato Molenbeek.

È vero: c’è un rischio, che è quello di far piombare la società europea nella cultura del sospetto. Ed è un problema altrettanto grave. Ma quando si sa che l’attentatore era noto alle forze dell’ordine, che i vicini avevano segnalato attività sospette e che la persona X era noto frequentare luoghi altrettanto noti per essere fucine di messaggi di guerra, allora bisogna comprendere che ritornare a porre al centro del sistema l’uomo attentatore e non più la sua presunta rete, potrebbe essere un metodo vincente. La self jihad, o il cosiddetto “knife-jihad”, il jihad con il semplice uso di un coltello, è una minaccia che non può combattersi soltanto con la guerra al Califfato basata sui massimi sistemi.