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Questa volta sulla morte di Abubakar Shekau non ci sarebbero dubbi. Il fatto è stato confermato dai servizi di intelligence nigeriani ai media locali. Daily Trust, uno dei più importanti quotidiani del Paese africano, ha descritto quanto avvenuto alcuni giorni fa all’interno della foresta di Sambisa, nello Stato settentrionale di Borno. Qui il leader di Boko Haram, la formazione islamista nota per il sequestro di più di 300 ragazze avvenuto in un college di Chibok, sarebbe stato individuato e accerchiato dai suoi rivali dell’Iswap, ossia lo Stato Islamico dell’Africa occidentale. La fine di Shekau apre adesso nuovi scenari, alcuni dei quali inediti, nella galassia jihadista africana.

Non è la fine di Boko Haram

Lo scontro finale in cui è rimasti ucciso Abubakar Shekau è avvenuto in un luogo simbolo della sua campagna di terrore in Nigeria. La foresta di Sambisa per natura per anni ha rappresentato il rifugio perfetto in cui nascondere le basi per i miliziani. A pochi chilometri da qui si trova la città di Maiduguri, lì dove Boko Haram nel 2002 è nata e dove ancora oggi continua ad esercitare una forte influenza ed a reclutare miliziani. Per anni l’esercito nigeriano ha dovuto lottare duramente contro i militanti jihadisti guidati da Shekau, i quali hanno avuto fino al 2015 il controllo di alcuni quartieri. Questo ha comportato un disastro per l’economia e la società di Maiduguri ed ha rappresentato il vero terrore per la locale comunità cristiana, costretta in buona parte a fuggire. Anche se il controllo di Maiduguri e delle principali città del Borno, Stato settentrionale a maggioranza islamica confinante con il Camerun, oramai è stato ripreso, Boko Haram ha continuato la sua azione terroristica.

E lo ha fatto nel segno sempre di Abubakar Shekau. Lui era alla testa della formazione dal 2009, da quando il fondatore Ustaz Mohammed Yusuf è stato arrestato nell’ambito delle prime retate anti terrorismo delle forze di sicurezza nigeriane effettuate nel Borno. Proprio quegli interventi hanno innescato una prima spirale di violenza. Shekau si è voluto vendicare assaltando caserme, uffici, così come chiese cristiane e scuole. Poi nel 2014 a livello internazionale si è avuta l’ascesa dell’Isis e così anche il leader di Boko Haram ha iniziato ad operare sotto le insegne del califfato. Si è arrivati in tal modo al momento di maggiore offensiva del gruppo terroristico nel nord della Nigeria, così come nei confinanti Ciad, Niger e Camerun. Negli ultimi anni Abubakar Shekau più volte è stato dato per morto. In realtà però, sempre dalle fitte foreste a due passi da Maiduguri, ha continuato a guidare Boko Haram.

Alle sue spalle una schiera di fedelissimi e seguaci i quali, nonostante le operazioni dell’esercito, hanno contribuito a mantenere in vita la struttura terroristica. La dimostrazione è stata data dall’aumento degli attacchi terroristici in tutto il nord della Nigeria negli ultimi mesi. Saranno adesso loro a prendere il posto del leader ucciso. Per questa tormentata parte del Paese africano non cambierà nulla. Anzi, ad emergere adesso è lo spettro del 2009, quando proprio la cattura del fondatore di Boko Haram ha innescato le prime violente offensive dei terroristi.

Scontro interno alle fazioni jihadiste

C’è un dettaglio della morte di Abubakar Shekau da non trascurare. Il terrorista avrebbe deciso, secondo i rapporti dell’intelligence, di farsi saltare in aria quando ha intuito di essere circondato dai miliziani dell’Iswap. Quest’ultimo è il gruppo islamista più in ascesa in Nigeria così come nell’intera area occidentale del continente africano. Fondato nel 2016 da terroristi fuoriusciti da Boko Haram, sono stati proprio loro ad avviare un intenso scontro con i seguaci di Shekau. Nella foresta di Sambisa si è quindi assistito a un vero e proprio regolamento dei conti tra membri della galassia jihadista. Il fatto che gli ultimi scontri abbiano coinvolto in prima persona il leader di Boko Haram e ne abbiano alla fine comportato la morte, potrebbe avviare una lunga fase di vendette e faide incrociate.

Del resto Boko Haram ed Iswap non si contendono soltanto il “primato” tra i jihadisti nigeriani. Al contrario, in ballo ci sono interessi che vanno ben oltre “l’onore” di rappresentare l’islamismo africano, quali tra tutti il controllo della strategica regione settentrionale del Borno e, con essa, tutti i traffici illeciti che transitano dagli Stati confinanti. La guerra tra i due gruppi terroristici potrebbe mietere più vittime di quella tra i jihadisti e l’esercito. Uno scenario non del tutto inedito per l’islam radicale, ma nemmeno così frequente. Alcuni precedenti provengono dalla Siria, lì dove nel 2013 Al Nusra (filiale di Al Qaeda) si è scontrata con l’Isis, così come dalla Somalia dove Al Shaabab non vede di buon occhio l’emersione di cellule del califfato nel corno d’Africa. In quei casi però si è trattato di episodi accaduti all’interno di Stati in guerra o comunque dove il controllo del territorio da parte del governo era limitato. In Nigeria invece, dopo la morte di Shekau, si potrebbe assistere all’emersione di uno scontro fratricida nel bel mezzo di una mai terminata campagna dell’esercito contro i jihadisti. Forse è questo l’unico elemento in grado di dare, ad oggi, un certo vantaggio alle forze governative.

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